martedì 9 dicembre 2014

Le parole che mancano


Dobbiamo rassegnarci: noi italofoni probabilmente non avremo mai la stessa abilità degli americani nel coniare vocaboli, spesso addirittura acronimi, che in pochi fonemi riescono a racchiudere concetti la cui spiegazione richiede talvolta complessi giri di parole.

Penso a termini come yuppie, wasp, wags
 (questo di origine più britannica), dink, nimby, solo per citare i primi che mi vengono in mente. E, ovviamente, a milf, (aiv). Aiv vorrebbe stare per absit iniuria verbis, ma nessuno si è ancora mai azzardato ad adottare questa formula. Noi di matrice romanza non eccelliamo nel marketing delle nostre produzioni, forse ci vergogniamo un po' di questa mania degli acronimi: eppure i romani, da S.P.Q.R. in giù, ne facevano abbondante uso specie nella iscrizioni (anche perché risparmiare anche solo una lettera quanto scolpisci il marmo è un bel vantaggio): bastava insistere un po' e trasportare queste forme alla lingua parlata.

La verità è che gli acronimi britannici funzionano molto bene come scorciatoie: prendiamo proprio nimby. In una riunione, qualche anno fa, un caro collega che ne disconosceva l'esistenza, tentò di elencarci con dovizia di particolari tutte le attività umane di cui avrebbe permesso la pratica purché a debita distanza dalla propria abitazione, pensando di essere molto originale. Solo dopo qualche minuto di monologo un altro partecipante alla riunione riuscì a buttar lì la parolina magica, che a quel punto girava in testa già a molti, ponendo di fatto fine allo show. La prossima volta l'amico andrà subito al punto. 

Talvolta però anche noi italiani centriamo qualche neologismo efficace: benaltrismo, ad esempio, pur senza essere un acronimo, incornicia una categoria dello spirito e, soprattutto, della retorica politica che si incontra spesso e che, in assenza della specifica definizione, richiederebbe ogni volta un po' di tempo per essere inquadrata.

Sulla stessa falsariga io avevo proposto penultimismo, che è la tendenza, altrettanto frequente, seguita da molti politici i quali di fronte a risultati deludenti, riescono sempre a trovare ALMENO UNO (un paese, un partito) che ha fatto peggio, in modo da evitare il cucchiaio di legno e piazzarsi quantomeno al penultimo posto, per l'appunto. Funziona alle elezioni, ma soprattutto quando escono i dati macroeconomici. In questo campo la Grecia gioca spesso il ruolo di parafulmine. Spesso però occorre andare a trovare molto lontano il paese che ci permette di gongolare del penultimo posto. Pur essendo prerogativa dei politici il penultimismo funziona benissimo anche con gli studenti "sì mamma è un 3 in matematica, ma Giulio ha preso 2" o con gli allenatori di calcio "beh, si abbiamo perso 3-1 col Cagliari, ma l'Inter da loro ne ha beccate 4"). E così via, questione di penultimismo.

C'è un'altra situazione molto tipica per cui manca invece una definizione secca. Mi riferisco alla posizione di un professionista, di un artista, di uno sportivo, che riesce molto bene a evitare l'errore prevalente, quello che commettono tutti, pur senza però raggiungere la sufficienza.

Mi spiego meglio: in una città in cui tutti i cuochi mettono la rucola in ogni piatto, e sempre a sproposito, come potremmo definire un cuoco che evita quell'errore, ma fa comunque da mangiare male? O in un paese dove la stampa è tutta troppo ossequiosa col regime, come potremmo definire, con una sola parola, un giornalista molto indipendente, che non teme le ritorsioni dei potenti, ma che non azzecca una singola notizia e sbaglia tutto a partire dal racconto dei fatti, fino all'uso del congiuntivo? Spesso si è portati a sopravvalutare queste figure, perché - finalmente! - non incappano nell'errore più frequente, e si finisce col perdonar loro tutto il resto. Ma qui non è questione di fare della filosofia o parlare dei loro meriti e demeriti: quello che ci serve è un vocabolo, una definizione che li inchiodi alle proprie responsabilità.

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