lunedì 20 ottobre 2014

Confessioni di un disertore

Lo ammetto, per anni sono stato un discreto provocatore in ambito calcistico. Prima la radio, e in seguito i social network, mi hanno dato la possibilità di esercitarmi su scala più ampia nella raffinatissima arte dello sfottò (sia fatto che subìto): una pratica appresa fin dai tempi della scuola elementare. Non soltanto quando la mia squadra, l'Inter, vinceva, ma anche, e soprattutto, quando quelle degli altri perdevano contro avversari terzi, non mancava mai la mia punturina di spillo.

Va detto che, a differenza di alcuni miei amici, anche negli anni in cui l'Inter vinceva tutto, ho ridotto esponenzialmente i messaggi di sfottò a singole persone. E anche più tardi, ad esempio, quando la Juve perdeva contro il Galatasaray, mi limitavo a cambiare la foto del mio profilo Facebook con quella di Sneijder, (l'interista di un tempo, ma ancora idolo assoluto), che aveva infranto per l'ennesima volta il sogno europeo dei bianconeri, senza andare a sfruculiare gli altri sulla propria pagina.

Non ho mai dato, come ho visto fare, degli sfigati o dei poveretti ai tifosi di squadre che non hanno mai vinto nulla e, credo, nemmeno direttamente dei "ladri" ai tifosi juventini (anche se mi davano fastidio quelli di loro che, pur ammettendo le malefatte moggiane, le giustificavano; piuttosto preferivo quelli che, come Travaglio, se ne vergognavano, oppure persino quelli che, per affetto cieco da genitore innamorato della propria creatura, le negavano persino a se stessi; ma quelli che le ammettevano e le giustificavano o, addirittura se ne bullavano, ai miei occhi compartecipavano all'errore).

Oggi però, posso dirlo con la massima eleganza, ho deciso che comunque mi sono rotto il cazzo. La prossima volta che la Juventus (o il Milan) perderà (o vincerà) non dirò niente. Ho deciso che il mio tempo a disposizione per queste cose è finito. Riconosco senza problemi gli aspetti positivi del ruolo sociologico ricoperto dal futbol nel nostro paese, anche solo come argomento di familiarizzazione tra sconosciuti, ma mi sono francamente sfinito alla morte di passare i lunedì a discutere su quanti dei fischi di Rocchi in Juventus-Roma siano stati appropriati e quanti no. E sono stanco di vedere alcune delle migliori menti della mia generazione (ma soprattutto molte delle peggiori) applicarsi in esercizi puerili e sterili. Ho visto troppo spesso gente mediocre alzare la cresta con persone rispettabilissime, solo perché la propria squadra aveva vinto, cercando una rivincita simbolica alla propria pochezza umana e intellettuale, dimenticando che le prodezze di Maradona, Milito, Van Basten o Tevez, nulla aggiungevano e nulla toglievano al proprio valore, che rimaneva quello che era, anzi scendeva ulteriormente, trascinato in basso dalla polemica e dal livore. In questo i social network funzionano da moltiplicatore al ribasso. Ho visto celebri comici, in preda all'ira per una sconfitta, non riuscire a cogliere l'ironia della gente comune e giornalisti stimatissimi (non da me) twittare di goduria perché la propria squadra vinceva per un errore arbitrale (“così gli altri rosicano ancora di più”).

Per persone di questo tipo (quando ancora mi occupavo di queste cose, cioè fino a poche ore fa) non ho mai avuto rispetto. Per me la vittoria esemplare, quella che mi fa godere di più, non è quella ottenuta grazie a un rigore inventato o a un gol in fuorigioco, ma, al contrario, quella raggiunta dopo aver subito qualche torto arbitrale (a mero titolo di esempio, quella di due anni fa allo Juventus Stadium quando la Juve segnò un gol in fuorigioco dopo 18 secondi, venne graziata con un'inspiegabile mancata attribuzione di un secondo giallo a Lichtsteiner, eppure perse 1-3 contro l'Inter. Se avessimo vinto noi 0-1 per un gol in fuorigioco dopo 18 secondi mi sarebbe piaciuto infinitamente meno). Ma ognuno ha i sogni che si merita. In ogni caso il mio tempo a disposizione per queste cose è finito.

In questo forse aveva capito tutto mia figlia Marta che, dopo un'infanzia nerazzurra, per evitare di perdere tempo in discussioni inutili a scuola tra interisti, milanisti e juventini, ha scelto l'unica squadra tra le prime dieci della Serie A per cui nessuno tifa dalle nostre parti: cioè la Lazio “così mi lasciano stare” (il papà nerazzurro ha un po' sofferto, ma il liberale che c'è in me ha goduto perché non ho mosso un dito per farle cambiare idea).

Probabilmente qualcuno penserà che scrivo questo perché l'Inter va male e negli ultimi giri mi tocca più prendere sfottò che erogarne ad altri. E forse, proprio per evitare questa critica, avrei aspettato a postare questo se l'Inter ieri sera avesse perso, proprio per non essere frainteso. Ma ieri sera è stato un entusiasmante 2-2 con il Napoli, 78 minuti di buona Inter, seguiti da 12 (più recupero) della solita pazza Inter. Sempre pazza, mai banale! Abbiamo (anzi, hanno) preso ancora un gol, l'ennesimo, forse il terzo o il quarto in un anno solare, originato dal pressing sul nostro difensore più arretrato con la palla tra i piedi. Ma abbiamo (hanno) fatto anche vedere di cosa sono capaci. Continuerò a seguire il calcio, a entusiasmarmi per qualche bella giocata di Kovacic o di Guarin, a invelenirmi per qualche mancata chiusura di Ranocchia o di Vidic, continuerò a pensare, e a dire, che molto probabilmente Mazzarri non è l'allenatore che ci serve e che, per quanto mi riguarda, all'Inter, possono essere anche tutti stranieri, come quando abbiamo vinto la Champions League (l'unico italiano, Materazzi, nella finale entrò a due minuti dal fischio conclusivo, ma non toccò palla). Ma da ora in poi mi occuperò quasi solo dei miei amati nerazzurri. Non parteciperò più a polemiche, sfottò, né a sterili dibattiti su moviole e fuorigioco e gol-fantasma, anche perché, incaponendosi a non introdurre la tecnologia a supporto degli arbitri, è chiaro che sono loro che ci vogliono così: loro (da Blatter in giù) a fare del giocattolo-calcio quello che vogliono e noi a perdere tempo il sabato sera allo stadio, davanti alla tv o su twitter e il lunedì mattina alla macchinetta del caffè o su facebook.

Adesso basta e, visto che sarà dura tenere fede a questi propositi, se sei mio amico, beh, allora non tirarmi in mezzo, “non rompermi i coglioni, per me c'è solo l'Inter”.


foto da La Gazzetta dello Sport

lunedì 13 ottobre 2014

Morrissey's World Peace Is None Of Your Business is part of my business - (A review)

Per prepararmi dignitosamente al concerto di giovedì sera a Milano e approfittando del lungo viaggio di rientro dall'Overtime Festival di Macerata, ho ascoltato ripetutamente l'ultimo album di Morrissey, World Peace Is None of Your Business.

Tranquillizzo subito i miei quattro lettori: non ho alcuna intenzione di trasformarmi in critico musicale, ma voglio divertirmi a farlo per una volta, soprattutto per affetto (diciamo pure amore) nei confronti del Moz e anche per cercare di mettere un po' di ordine tra recensioni (vedi link in coda) piuttosto contraddittorie: anche se la vulgata racconta di una critica abbastanza perplessa, si possono trovare in rete non poche review entusiastiche, tanto che il risultato complessivo sarebbe omologabile a un pareggio, o persino a una vittoria di misura.

Le critiche prevalenti si soffermano sull'eccesso di toni spagnoleggianti e sull'eccessiva durata di alcuni brani, specie di un paio di brani non particolarmente riusciti, come se il Moz avesse tentato di convincerci sulla qualità dei pezzi prolungandone la somministrazione. Cosa che, chiaramente, non funziona. Va detto che nell'intero corso della sua carriera solistica il nostro ci aveva già regalato cinque brani monstre sopra i sette minuti e mezzo: e assieme a due piccoli capolavori come Late Night, Maudlin Street e Life Is a Pigsty, in questo novero (che comprende anche la quasi title-track di Southpaw Grammar e la stilosa, ma abbastanza inutile, cover di Moon River) si staglia The Teachers Are Afraid Of The Pupils (ben 11:20!), brano meno riuscito dei primi due, ma che si fa se non altro apprezzare per il testo e per l'appropriata cupezza dell'orchestrazione. Ma questi erano i brani oversize del passato. I'm Not A Man, la lunga traccia numero 3 dell'ultimo album, invece alterna una strofa di scarsa personalità a un ritornello decisamente brutto, con lo statement del titolo ripetuto ossessivamente sul battere delle casse, quasi duplicando gli esiti tutto sommato sgradevoli di It's Not Your Birthday Anymore. Persino l'esile spunto del testo (che tanto entusiasma il recensore di Repubblica): “se questa è l'umanità, allora io non sono un uomo” (così come Gaber non si sentiva italiano), viene tirato via con una mera enunciazione del concetto preceduta da un'elencazione asindetica di cattivi esempi dell'uomo (ma diciamo pure del maschio) del giorno d'oggi.

Senza arrivare ai 7:49 di questa I'm Not A Man, altri quattro brani (tra i dodici totali dell'album, non ho ancora sentito i sei dell'edizione deluxe) supereranno i cinque minuti, ma partiamo dall'inizio.

L'album si apre con la title-track. Anche qui, come in I'm Not A Man, la strofa ha un andamento giocoso pur trattando di temi tosti come l'esproprio del destino dei cittadini operato dalla politica fino all'esito bellico (incarnato, nel testo, in un elenco di nazioni). Gli spunti inizialmente sarcastici “Work hard and sweetly pay your taxes / Never asking what for” e in seguito drammatici delle liriche qui però si conciliano molto meglio con la progressione verso il rock. Tra i brani passati il parente più prossimo, ma solo per i temi toccati, è America is not the World, e si potrebbe aprire un discorso su quanto sia presente, nella poetica di Morrissey la parola world (which is, by the way, full of crashing bores).

Neal Cassady Drops Dead
è, a detta di molti, uno dei brani più riusciti, se non addirittura il più riuscito dell'album. Rievocando la sventura del più tormentato tra i protagonisti della Beat Generation, il brano non rinuncia ad aprire con brevissimo trillo giocoso di campanelli che ci introduce a un rock lento piuttosto cupo. Il testo vero e proprio occupa meno di metà dei 4:05 della canzone, da 0:07 a 1:49. Dopodiché una corrosiva chitarra distorta e, a 2:10, una funeraria chitarra flamenca lanciano splendidamente la coda con l'estenuato ladeda del Moz, se possibile ancora più dolente ed evocativo della prima parte della canzone, forse uno dei passaggi più coinvolgenti del disco (e qui concordo con il resto della critica).
Avendo già trattato della traccia 3, saltiamo a Istanbul. Il Moz ci aveva già portato in Medio Oriente con I Will See You In Far Off Places. Qui l'esperienza, anche musicalmente, è meno esotica (gli echi arabeggianti appena accennati: del resto Istanbul è ancora Europa e la Turchia non è un paese arabo), ma tutto sommato piacevole. Ancora una volta il tono del cantato sembra meno drammatico del tema proposto (un ragazzo-padre cerca il figlio, orfano di madre dalla nascita, fino al tragico esito finale) ma di questa storica attitudine del Moz, parlo più sotto. Istanbul è un brano abbastanza centrato, musicalmente a metà strada tra Mexico e il già citato I Will See You In Far Off Places.

Un recensore ha scelto la traccia 5, Earth Is The Lonely Planet, come il peggior brano dell'album. L'accusa è ancora una volta l'eccessiva presenza di chitarre spagnoleggianti. Io non sono affatto d'accordo e, anzi, concordo con chi l'ha scelto come singolo. Il brano, per quanto tipicamente mozziano solo nel testo (del resto Gustavo Manzur, della sua band, è un autore nuovo per il nostro) ha un suo fascino immediato. Anche l'uso della voce, almeno nell'attacco iniziale, unita all'anomalia della chiatarra, per la prima volta dopo tanti anni ha ingannato anche un fedelissimo come me e al primo ascolto ho riconosciuto il timbro di Morrissey solo dopo una dozzina di secondi. In ogni caso nel viaggio di ritorno da Macerata è stato senz'altro questo il brano più gettonato.

Staircase at the University, traccia 6, ci racconta di una ragazza, spinta all'over-performance scolastica dalla famiglia (in particolare, ancora una volta, dai maschi della famiglia: padre e ragazzo) e che si suicida all'università. Un brano che ricorda per certi versi When Last I Spoke To Carol, (guarda caso anche là muore una ragazza), ma stavolta, per assurdo, gli stilemi tex-mex, sono più presenti nell'antecedente del 2009, mentre nel pezzo attuale abbiamo solo una chitarra latina nella coda. Un altro brano musicalmente abbastanza riuscito (anche se è il primo dell'album non incluso nella setlist del concerto di Lisbona che ha aperto il tour Europeo), ma che forse si poteva risolvere in minor tempo dei 5:27 totali. Lo stesso When Last I Spoke To Carol, tutto sommato migliore, durava due minuti di meno.

Ed ecco riapparire subito le note spagnoleggianti, nel senso più tradizionale del termine con le trombe della corrida che aprono The Bullfighter Dies. Che Morrissey sappia conciliare una melodia allegra con il tema della morte lo sappiamo dai tempi di Cemetry Gates e di Girlfriend In a Coma. Non ci deve stupire che questo stilema appaia anche in quest'album, dove muore qualcuno in almeno quattro, ma forse più, delle dodici canzoni. Qui il contrasto ha ancora maggior senso visto che, se muore il torero, si salva il toro che, per un animalista estremo come il Moz, equivale a un lieto finale. Senza arrivare ai livelli di Johnny Marr anche qui, come in Girlfriend In a Coma, si percepisce il pizzicato giocoso della chitarra, ma tra i brani passati di Morrissey, il riferimento musicale più prossimo è l'ottima I Can Have Both (e forse un po' anche You're the One For Me, Fatty).

Fin qui l'unico brano oggettivamente un po' noioso è stato I'm Not A Man, da questo punto in poi la gradevolezza dell'album scende inesorabilmente. L'ultima a convincere in parte è forse proprio Kiss Me A Lot, anche se personalmente ho sempre avuto una idiosincrasia verso le canzoni che ripetono continuamente il titolo nel ritornello come (Some Girls Are Better Than Others). Non male invece le trombe, ancora latine, mariachi, che accompagnano lo stesso ritornello regalandogli un po' di profondità emotiva, altrimenti assente. Il titolo, peraltro, è la traduzione letterale della più famosa canzone messicana, Besame Mucho, scritto nel 1940 da Consuelo Velázquez e coverizzato da un intero pianeta, a partire dai Beatles. Anche qui nel finale della strofa si sentono echi da When Last I Spoke To Carol.

Pollice verso plebiscitario della critica italiana per Smiler With Knife, che dura la bellezza di 5:17. In effetti la musica non è niente di che. I fan invece ci inducono a soffermarci sull'ottima qualità del testo, assolutamente criptico e, anzi, forse volutamente fuorviante a partire dall'indeterminata attinenza con il romanzo che ne origina il titolo The Smiler with the Knife di Nicholas Blake. Molti sottilineano che si tratta forse del primo testo di Morrissey, dove oltre a qualche rima è presente anche una certa attenzione al metro (prevalenza di settenari). Per tematica può ricondursi a Jack The Ripper (che però sembra essere di molto superiore). Certo che finché non abbiamo capito esattamente di cosa parla (una cospirazione, un incontro sessuale, un delitto - e qualora: metaforico o reale? - oppure le tre cose assieme?) facciamo fatica a farci un'opinione. Ma vedo che la stessa difficoltà viene incontrata persino dai madrelingua e in parte mi consolo.

Un altro titolo incredibile, che si inserisce nella già ricca produzione di titoli inauditi di Morrissey, è Kick the Bride Down the Aisle che, a partire da un'ironica posizione maschilista e misogina, esorta gli uomini a non sposare un certo tipo di donna (o qualsiasi donna?) per evitarne le vessazioni matrimoniali. Il brano, come molti suoi confratelli non si fa mancare interventi di chitarra e tromba spagnoleggiante e poi, a 3:52, sembra rifarsi in maniera preoccupante alla coda di Please, Please, Please Let Me Get What I Want.


Un altro tema già percorso dai testi di Morrissey sono le carceri (Strangeways, Here We Are). Mountjoy è il carcere di Dublino. Per ora questo brano non mi ha molto impressionato né per testo, né per musica, anche se qualcuno ne ha sottolineato la rilevanza politica (relativamente all'indipendentismo irlandese). Ricorda, in peggio per quanto riguarda gli arrangiamenti, le due canzoni lunghe di Southpaw Grammar. Vedremo agli ascolti successivi. Ma non promette bene.

Oboe Concerto è un pezzo inutile. Peccato chiudere un album che alla fin dei conti non è così male, con una robetta così. La sola cosa rimarchevole è che Morrissey pronuncia “concerto”, correttamente, quasi come un italiano. E ci mancherebbe pure con tutto il tempo che è stato qui.


Alla fine di questo percorso, dopo 24 ore vissute con questo album, (ma alcune canzoni le conoscevo già) devo dire che per me la verità sta nel mezzo: né capolavoro, né obbrobrio, anche se, tra un anno, non so quante canzoni tratte da questo disco saranno incluse nelle 10, 20 o 30 canzoni di Morrissey che salverei da un diluvio universale. Probabilmente non molte.

Qui di seguito alcune recensioni "vere". Mi limito a una selezione di quelle italiane, cercando di ordinarle (a occhio) dalle più positive alle più negative: Panorama, ilsussidiario.netOndarock.it, sentireascoltare.comlospettacolo.it, distorsioni.net, outsidermusica.comrockol.it, deerwaves.com, indiesforbunnies.com, ilfattoquotidiano.it

sabato 4 ottobre 2014

Sulo a Napule 'o ssanno fá?


Non ho viaggiato moltissimo, ma in tutti i paesi che ho visitato mi è capitato di bere con discreta soddisfazione del caffè. A Londra, Parigi, Chicago, Istanbul, Pechino, Cabo San Lucas e persino a Bolzano. Certo ogni volta era diverso, non sempre buonissimo, ma tutto sommato devo dire che i peggiori caffè li ho bevuti in Italia. 

Certo, la proliferazione degli Starbucks offre facili contro-argomentazioni a chi non la pensa come me, ma questa cosa che il vero caffè lo si possa gustare solo a Napoli, e neanche in tutta Napoli, ma solo alla Caffettiera in Piazza dei Martiri, ed esclusivamente se ordinato in piedi al bancone, bollente, senza zucchero, con i 20 centesimi nel piattino e con il bicchiere di acqua fresca, l'ho sempre trovata molto provinciale.

Con gli anni ho iniziato ad apprezzare i vari tipi di caffè, certo tutti "più lunghi" di quello italiano, ma molto diversi l'uno dall'altro e comunque interessanti. Ricordo che alla mensa IBM di Rochester, Minnesota, a un certo punto installarono un banchetto che distribuiva il caffè espresso. I miei colleghi locali lo guardarono per qualche giorno con sospetto, poi li invitai ad assaggiarlo e, superata la costernazione per la quantità di liquido distribuito, alla fine lo gradirono, o forse fecero solo finta di gradirlo, per compiacermi.

Io nel frattempo avevo iniziato ad apprezzare il loro beverone. Tanto che negli alberghi ora la mattina per fare colazione cerco sempre quello lì. All'estero lo si trova sempre, mentre in Italia per farmi capire dai camerieri chiedo "il caffè dei tedeschi" o "il caffè lungo nel bricchetto". Se chiedo il black coffee non capiscono e se chiedo quello americano, quelli che non hanno il beverone, credono di accontentarmi portandomi un espresso schifoso allungato con dell'acqua bollente. Ma fortunatamente molti alberghi hanno "il caffè dei tedeschi".

In questi giorni, sto ad esempio gustandomi il caffè puro arabica che ci ha portato da Giacarta la nostra amica Yuli, lo lascio in infusione qualche minuto, poi lo filtro, anche se la regola prevede di lasciarlo solo depositare, aggiungo zucchero e lo bevo con molto piacere. E per irritare ancora di più i puristi lo metto nella tazza del Nescafè Red Cup, che è pure, per me, molto buono. Come è buonissimo anche quello turco che ti servono sulla splendida piazzetta di Ortaköy guardando il Bosforo, e certo, quello di piazza dei Martiri, ma persino alcuni di quelli di Starbucks.


martedì 23 settembre 2014

Al mio idraulico, al mio dentista e al mio elettrauto che aspettano di essere pagati.

Cerco di fare un po' di ordine sulla questione dei miei debiti per evitare che informazioni parziali contribuiscano soltanto a creare confusione. 

Il dato di partenza è il seguente, oggi io non sono in grado di avere una mappatura chiara, una fotografia certa dei debiti cui devo fare fronte. E' il motivo per il quale la fatturazione elettronica, che ho introdotto lo scorso giugno, è lo strumento chiave per determinare d'ora in avanti, il chi, il quanto e il quando dell'impegno preso da me nei confronti dei miei creditori. 

Primo punto: ho realizzato il sistema che mi permetterà di controllare se pago a 30 giorni. Adesso va esteso anche ai miei familiari e il sistema girerà definitivamente.
Secondo punto: tutti i soggetti che hanno un credito verso la mia famiglia sono oggi - grazie all'accordo tra me, la mia banca e altri miei finanziatori - in condizione di essere pagati. Purtroppo devono sottostare a una procedura che prevede la certificazione del credito sul mio sito. Ma se l'operazione è complicata dal punto di vista procedurale, il concetto è molto semplice. Entro il 21 settembre ho messo a disposizione i soldi per pagare tutti i debiti di parte corrente. Purtroppo non tutti sono stati pagati perché il procedimento richiede un comportamento attivo (registrazione) da parte vostra. In un mondo normale il pagamento dovrebbe essere automatico. Purtroppo l'assurdo meccanismo del passato e l'inefficienza di molti miei familiari impone di usare questa procedura. Ma - questo è il punto chiave - io mi sono messo nelle condizione di pagare tutti i debiti. E dunque è corretto sostenere che la sfida di liberare risorse per pagare tutti i debiti della mia famiglia è vinta. Rimane quella di semplificare e imporre efficienza a tutta la mia famiglia.

Rimangono fuori da questo computo - che comunque supera ampiamente i 500 euro - solo quella quota parte di debiti della famiglia su investimenti (stimati tra i 33 e i 50 euro) per i quali i soldi ci sono, ma il problema è il rispetto della promessa che ho fatto di non spendere troppo. In altri termini, le risorse ci sono, ma rimane il problema di rispettare il patto di non spendere troppo.

Gli unici debiti non pagabili al momento sono questi. Non 1000 euro, come si dice in giro, ma una cifra che oscilla tra i 33 e i 50 euro, che rischiano di farmi sforare la promessa; un vincolo che intendo onorare e rispettare.

lunedì 1 settembre 2014

Le ricette brutte - Capitolo 1: Pasticcio di sogliola alla lattaia


Chi non ha affrontato almeno una volta nella vita il confortante, ma estremamente scialbo, gusto della sogliola alla mugnaia o, meglio, della sole meunière, seguendo la dizione del paese d'origine? Piatto preferito, assieme alla paillard, da chi è costretto ad andare al ristorante pur essendo indisposto, la sogliola alla mugnaia rappresenta il grado zero dei secondi piatti, così come il riso in bianco (o riso scolato) lo è dei primi. A dire il vero, al ristorante, tolte le mense aziendali e i ristoranti cinesi, è abbastanza difficile farsi servire un riso in bianco e così di solito il menù di chi è indisposto prevede pasta in bianco o consommè (e siamo già alla terza definizione francese) e di secondo paillard o sogliola alla mugnaia. Poi si dovrebbe aprire un discorso sulla differenza tra il brodino che ti portano in questi casi nel novanta percento dei ristoranti italiani e il vero consommè, ma questo, per oggi, è decisamente off topic.

Oggi pomeriggio, verso le 15, quando ho iniziato a sentire i primi languorini, ho pensato che fosse ora di preparare il pranzo. Marta aveva già provveduto a ingurgitare venti grammi di cibi dietetici e Piera era ancora al lavoro. Nel frigo, tra le poche cose disponibili, facevano brutta mostra di sé sei filetti surgelati di sogliola del pacco famiglia del supermercato e ho pensato che poteva essere proprio una bella idea cucinarne una metà alla mugnaia. Ma, a una rapida ricognizione, risultava mancante uno dei tre ingredienti fondamentali della ricetta (per fare il figo linko qui quella in francese dello Chef Simon de le Monde) il burro, ostracizzato in casa a favore dell'olio extravergine d'oliva a causa del suo tenore calorico. Non mi metto nemmeno ad aprire il discorso su chi è più calorico tra olio e burro e sulla tecnica del burro chiarificato, pur citato in quest'altra ricetta della sogliola alla mugnaia. Però, pur essendo anche io un fan dell'olio, ho rimpianto che non fosse presente almeno l'abituale microavanzo del panetto da 100 grammi. Ma non mi sono perso d'animo. Quando faccio da mangiare, in questo sono come Benedetta Parodi, non mi perdo mai d'animo. Cosa riesca produrre, poi, è tutto da vedere, ma d'animo non mi perdo mai.

Non volendomi rassegnare a utilizzare l'olio ho rinvenuto una serie di vasetti di yogurt Vitasnella Danone, gusto fiordilatte, e ho pensato che potevano benissimo fare al caso mio. Ma per evitare che lo yogurt si attaccasse sul fondo della padella, per quanto antiaderente, ho aggiunto comunque un poco di olio e ci ho adagiato le sogliole che avevo scongelato (un po' sul tavolo, un po' nel microonde) e poi asciugato e infarinato. Passate in padella, nell'emulsione olio-Vitasnella, le sogliole si sono un po' distrutte, per quanto utilizzassi l'apposito attrezzino. "Boh, poco male", mi sono detto (non mi perdo mai d'animo, appunto) ma sentivo che le sogliole reclamavano qualcosa ancora. Ma cosa?

La risposta l'ho trovata ravanando nella vetrinetta. Ma certo, una spolverata di cocco tritato! Io gliene ho buttate sopra due: la prima a metà cottura e una seconda alla fine (si tratta comunque di 4 minuti totali). Il sale l'ho messo all'ultimo, ma forse la prossima volta vale la pena di metterne un po' nella farina. Ma non sono sicuro. E forse ci potrebbe stare bene anche un'altra spezia dolciastra. Lì per lì avevo pensato alla cannella, ma mi sono trattenuto. Comunque slurp! Un piattino particolare, che risolve il problema dell'anonimato della sogliola alla mugnaia, forse creandone altri, ma che continua a piacere, proprio come la sogliola alla mugnaia, a chi non ama particolarmente il pesce. E forse solo a chi non lo ama.


In frigo c'erano anche delle semiprestigiose bottiglie di vino bianco della Savoia: un Jacquère Domaine Guisard del 2013 e un Chignin-Bergeron Domaine Pascal & Annick Quenard 2012, ma non mi sembrava il caso di stapparle per una ricetta così brutta. E poi una delle due devo regalarla a Bramati. Così ci ho bevuto sopra dell'acqua tonica. E se qualcuno vuole riprovarci... buon appetito!

Ingredienti (per una persona): 
3 filetti di sogliola surgelati dal pacco famiglia del supermercato; 
farina bianca 00; 
1 vasetto di yogurt Vitasnella Danone gusto fiordilatte; 
olio extravergine di oliva
noce di cocco tritata
sale.
Da berci sopra: acqua tonica Schweppes

domenica 20 luglio 2014

Got To Get Them Into My Life, ovvero: com'è andata tra me e i Beatles.

Diversamente da quello che ci succede con la letteratura o con il cinema, spesso entriamo in contatto con la musica in modo casuale, involontario e parziale, il che ne modifica la nostra percezione. Ci pensavo ieri rispetto al mio rapporto con le canzoni dei Beatles e di come nel corso degli anni le ho conosciute seguendo una progressione molto caotica.

Mi spiego meglio: quando prendiamo in mano un libro, oppure entriamo al cinema per vedere un film, otteniamo immediatamente accesso a tutta l'informazione rilevante di cui poi andiamo a fruire. Con la musica invece è più frequente che le informazioni ci arrivino in modo frammentario e disorganico.

Il cinema ha una sua regolarità: ci sono film che abbiamo visto ed altri che non abbiamo visto. Talvolta, difficile negarlo, ci saremo addormentati davanti a un film al cinema, oppure a casa, o magari avremo visto qualche film in modo incompleto alla TV perché dovevamo uscire o perché abbiamo acceso tardi. Ma insomma, l'accesso di ogni spettatore alle opere cinematografiche è tutto sommato più ordinato, anche se può non seguire cronologicamente la sequenza delle uscite in sala. 

Con la letteratura l'accesso è, potenzialmente, ancora più ordinato. Nella maggior parte dei casi - mi riferisco soprattutto alla narrativa - ogni libro viene letto da copertina a copertina. Certo anche qui possiamo invertire l'ordine di lettura dei romanzi rispetto alle date di pubblicazione, aprire i libri a metà, interrompere la lettura e riprenderla quanto ci pare, ma è comunque una nostra scelta. La cosa fondamentale è che in ogni caso, come per i film (e forse ancora più che per i film) molto difficilmente entriamo in contatto "casualmente" con pezzi di libro capaci, ad esempio, da "bruciarci" la trama (se escludiamo, forse, la visione imprevista di un film tratto da un certo romanzo).

Insomma, se escludiamo i trailer di lancio, qualche spezzone utilizzato in servizi giornalistici, molto difficilmente gli amici, i media o la rete ti propongono pezzi di film di Antonioni o dei fratelli Coen. Ancora più raro è l'accesso casuale a un pezzo libro di Jonathan Franzen o di Jonathan Coe. Per la musica il discorso è diverso. 

Se si pensa a quanto ha influenzato la cultura occidentale, l'opera omnia dei Beatles è incredibilmente "piccola". Se ci riferiamo al corpus principale (i dodici album, più il Magical Mystery Tour e i singoli raccolti nei due Past Masters) possiamo ascoltare tutte le canzoni dei Beatles in dieci ore esatte (addirittura nove se escludiamo le cover). Si può arrivare magari a quindici (qui non ho fatto il calcolo preciso) includendo diverse versioni dei brani già compresi nelle dieci ore, oppure brani presenti solo in dischi live, compilation e bootleg (ma spessissimo si tratta di cover) oppure brani scritti da qualcuno dei Fab Four, ma mai incisi dai Beatles. Però il cuore dell'opera dei quattro sta tutto in quelle dieci ore. Che non sono nulla se si pensa che l'audiolibro integrale di Infinite Jest (543.709 parole) dura quasi sei volte tanto: cinquantasei ore e quattordici minuti. L'opera omnia dei Beatles dura un'ora meno dell'audiolibro integrale di Lolita (112.473 parole).

Ma io come ho conosciuto quelle dieci ore?

Quando uscirono i dischi dei Beatles, sono nato nel 1963, ero troppo giovane per accorgermene: Let It Be, il loro ultimo brano è del maggio 1970, e io allora avevo solo sette anni e due mesi. Vero è che mi ricordo dell'uscita di canzoni di Celentano, Mina o Battisti ancora più vecchie, ma ovviamente la RAI (unica fonte mediatica a me accessibile) dava maggiore risalto (in radio e TV) a questi cantanti. I miei genitori, che pure erano con me negli USA dal novembre 1963 al settembre 1964, ovvero ai tempi del primo trionfale sbarco americano dei Beatles, non si erano accorti del fenomeno e tra i molti dischi che avevano riportato in patria non ce n'era neanche uno dei ragazzi di Liverpool. E nessuno dei miei amici di quando ero bambino aveva in casa dischi dei Beatles. Ricordo invece Imagine, del solo John Lennon, alla radio, ma eravamo già a fine 1971: la sfortunata tempistica anagrafica, insomma, mi fece prendere la coda del fenomeno, quando la band si era già sciolta.

Tanto basti per dire che io, per un pelo, ho conosciuto i Beatles come un gruppo del passato. Quando mi sono accorto della loro esistenza si erano già divisi. E ho ascoltato tutte le loro canzoni, "ripescandole", tranne forse She Came in Through the Bathroom Window che era la sigla del programma Avventura (nella versione di Joe Cocker, però!) e forse - dico forse - Yellow Submarine di cui si parlava su un testo delle medie (ma eravamo già attorno al 1973-74).

Lentamente e sporadicamente nel corso degli anni '70 mi capitò di sentire altre canzoni dei Beatles (anche se alla radio si sentivano davvero raramente: le radio commerciali mandavano solo novità e quelle militanti mandavano solo cantautori italiani, spingendosi fino a Dylan e Neil Young, oppure Pink Floyd e Rolling Stones. Cose così. I Beatles erano considerati troppo leggeri. Ma, un po' sotterraneamente, anche tra i miei amici, i quattro della riviera del Mersey, continuavano ad avere molti fan. Soprattutto tra le ragazze, almeno nella mia esperienza personale: ricordo in particolare Valeria una mia compagna di prima liceo (eravamo nel 1976-77) che li difendeva a spada tratta contro Alberto, fan dei Pink Floyd (io, per conformismo tenevo per questi ultimi e il primo LP che comprai con i miei soldi fu un deludente Animals). C'era poi Elena (1978-79), la cui canzone preferita era For No One che era compagna di classe di mia sorella Liliana (che invece preferiva Revolution) e infine Silvia e Valeria due sorelle milanesi, che facevano parte della mia compagnia in montagna (1979-80): la loro canzone preferita era The Long and Winding Road. Qualche anno dopo mi prestarono degli spartiti dei Beatles che, purtroppo, non trovai mai il coraggio di restituire. Eppure, nonostante i loro buoni uffici, il mio ascolto delle canzoni dei ragazzi rimaneva molto occasionale.

Finalmente, sempre in quegli anni, riuscii finalmente ad avere in mano, copiate illegalmente su due C90 della BASF, le due doppie raccolte con tutto "il meglio di". La raccolta rossa (1962-66) e quella azzurra (1967-70) costituirono per molti della mia generazione l'entry point all'opera dei Fab Four. Si tratta di 54 delle circa 220 canzoni che formano l'opera omnia dei Beatles: esattamente un quarto del totale e - davvero - quasi tutto il meglio.

Utilissime le due raccolte.  Ma i veri album dei Beatles? Colpevolmente, inspiegabilmente, rimasero fuori dalla mia portata. Sempre nel 1978 uscì il film Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band. E io che conoscevo poco l'album originale (se non le poche canzoni contenute nelle due raccolte rossa e azzurra), entrai in contatto con una serie di canzoni contenute nella colonna sonora, di cui mia sorella comprò il doppio album, reinterpretate da star dell'epoca come i Bee Gees (allora popolarissimi), Peter Frampton e gli Earth, Wind & Fire. Oltre a brani tratti da Sgt. Pepper, il doppio conteneva anche canzoni da Revolver e Abbey Road. Purtroppo le canzoni che conobbi tramite quel disco, oggettivamente brutto, ricevettero per me una sorta di stigma. Per anni non sono riuscito ad ascoltare Got to Get You into My Life o Golden Slumber senza provare una sorta di lontano disgusto dolciastro.

Fortunatamente la vita mi ha poi permesso di conoscere anche le altre canzoni dei Beatles: il primo disco che comprai (il mio primo acquisto in assoluto su Amazon) fu il doppio bianco, che piaceva anche a mia figlia Marta (Martha My Dear) la quale però poi decise che il suo disco preferito era Help!, album che rallegrò le nostre vacanze di Natale del 2012. Io invece decretai che il più bel disco dei Beatles era Revolver e, tra i singoli brani, Tomorrow Never Knows superò nella mia classifica Happiness Is a Warm Gun. Nel frattempo la mia conoscenza del gruppo, grazie anche alla rete e all'acquisto di quattro o cinque libri, era salita a livelli impensabili solo poco tempo prima.

Quando, il 5 ottobre 2012, a Caterpillar AM celebrammo i cinquant'anni dall'uscita del primo singolo dei Beatles, Love Me Do, facendo votare agli ascoltatori quale fosse la loro più bella canzone (vinse A Day In the Life) molti pensarono che io, fomentatissimo quella mattina, conoscessi tutte le canzoni dei Beatles. Ma non era così. Le conoscevo quasi tutte: non tutte.

Qualche giorno fa decisi che era arrivato il momento di conoscerle tutte-tutte quelle 220 canzoni e ho deciso di investire qualche decina di euro per procurarmi i pochi album ancora mancanti che sono arrivati a casa mia via corriere, mentre, guarda caso, ero a Londra. E ieri, ascoltando Abbey Road, mi sono sorpreso di scoprire che c'erano ancora due o tre brani che, almeno a una prima analisi, non avevo ancora sentito!