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venerdì 23 gennaio 2015

And Dylan Went Electric


Most Likely You Go Your Way (And I'll Go Mine), da Blonde on Blonde, è tra le canzoni di Bob Dylan che mi piacciono di più (anche se forse non tra le prime dieci).



Oggi, guardando lo splendido video, mi sono accorto che la copia del New York Herald che compare nel cestino a 0:47 ha titoli molto interessanti. 

L'apertura a tutta pagina è: 
JOHNSON COMMITS 50,000 MORE 
TROOPS TO VIET-NAM

MONTHLY DRAFT WILL INCREASE FROM 17,000 TO 35,000

Poi più sotto: 
Dylan Goes Electric 
Stuns Audience At Newport 

La prima notizia fa riferimento allo storico discorso televisivo alla nazione (28 luglio 1965) dell'allora Presidente degli Stati Uniti, Lyndon Johnson. Qui si può trovare la notizia completa, con la decisione di inviare ancora 50.000 mila soldati in Vietnam con l'aumento della chiamata alle armi mensile da 17.000 a 35.000 reclute. Il link, tra l'altro ci aiuta, a completare i titoli che non sono totalmente visibili nel video.

Potrebbe quindi essere una copia dell'Herald del 29 luglio 1965, ma il concerto di Dylan al Folk Festival di Newport, (qui la setlist, di soli cinque pezzi, qui un'analisi più dettagliata con immagini del concerto) in cui ha scioccato il pubblico virando verso l'elettrico, di cui si parla più sotto, è del 25 luglio. Ora può essere che le notizie musicali richiedano qualche giorno in più per essere pubblicate. Anche se è strano che sia in prima pagina. Può essere tranquillamente una prima pagina "ricostruita" come quella di Repubblica di cui ho parlato qui.

Anche perché nel 1965, il New York Herald, in quanto tale, non esisteva più: al suo posto c'era il New York Herald Tribune, che chiuderà i battenti nel 1966 e il cui frontespizio sembra diverso da quello mostrato nel video (che è girato verosimilmente proprio nel 1966, anno di uscita della canzone, anche se le notizie sul giornale sono del luglio 1965).


mercoledì 14 maggio 2014

Perché non ci piace una canzone?

Vi siete mai chiesti per quali ragioni ci piace o, soprattutto, perché non ci piace un brano musicale? Capita frequentemente di trovare, anche nello stesso album di qualche artista o band che in linea di massima apprezziamo, un brano che ci piace parecchio affiancato a un altro che ci ripugna. Ma tecnicamente, cosa hanno di diverso tra di loro quei due pezzi musicali?

Per rispondere a questa domanda, pur senza avere quasi alcuna competenza musicologica se non quella di riuscire a prendere qualche accordo di chitarra (compresi alcuni di quelli col barrè!) ho provato a mettere assieme un po' di materiali, raccogliendo elenchi di canzoni che non mi piacciono: in pratica segnandomi il titolo ogniqualvolta in radio passava un brano che mi risultava particolarmente molesto e poi cercando di verificare se i brani a me sgraditi condividessero qualche tratto comune.
Ho ovviamente escluso dall'analisi i generi musicali che non mi sono particolarmente graditi in toto, limitandomi a scegliere brani pop o rock. E alla fine ho scoperto che il tratto più ricorrente di questi brani sgraditi era una certa ripetitività all'interno della strofa musicale o nella sequenza delle strofe.

Non sto dicendo che tutti i brani ripetitivi siano brutti (o a me sgraditi) e nemmeno che tutti i brani brutti (o a me sgraditi) siano ripetitivi. Sto dicendo che molti dei brani a me sgraditi sono ripetitivi.

E mi riferisco in particolare non alla ripetitività ipnotica di certe ballate cantautorali, ma a quella scandita e ripetuta di alcuni brani pop-rock

Un brano che esemplifica molto bene quello che sto dicendo e che, pur appartenendo a un'area musicale a me tutto sommato gradita, mi risulta particolarmente molesto è YouGet What You Give una hit dei New Radicals del 1998. Il singolo, di fatto l'unico significativo del gruppo americano che ha al suo attivo un solo album, raggiunse il quinto posto nelle chart britanniche e ha i suoi begli undici e passa milioni di like su youtube. All'ascolto le strofe si ripetono monotone al loro interno, con la stessa nota iniziale ripetuta – direi quasi scandita – uguale, come altezza e tempo per tre volte (iniziano con le prime parole del testo Wake up kids a 0:34 e vanno avanti così per tutto il brano) e altrettanto monotonamente dall'una all'altra, interrotte a malapena da un ritornellino a sua volta abbastanza ripetitivo (mai quanto le strofe comunque). Anche l'arrangiamento, per altri versi efficace, che spiega il relativo successo del brano, contribuisce a marcare ulteriormente le note iniziali con gli accordi di pianoforte scanditi.

Forse, ascoltandolo bene, una delle fonti di ispirazione del brano dei New Radicals, può essere considerata (arrangiamento a parte) una canzone quasi altrettanto molesta (ho detto quasi) dei Van Halen ovvero Jump, del 1984, forse il brano più “pop” della band hard rock.

Spesso, come nei due brani musicali, la ripetitività interna e/o esterna del passaggio musicale viene ulteriormente ribadita dal testo (come se non bastasse). Si prenda ad esempio Song for Bob Dylan un brano abbastanza irridente, dedicato nel 1971 da uno dei miei idoli musicali (David Bowie) a un altro dei miei punti di riferimento, che nel brano viene distinto dal suo alter ego anagrafico: Robert Zimmerman, come se Dylan e Zimmerman fosse due persone diverse, due amici. La strofa in questo caso è, anche musicalmente piacevole, con una sua struttura articolata, ma quando si arriva al ritornello (0:45): Here she comes, here she comes, here she comes again... la triplice ripetizione di parole e musica ribadita dalla ripetitività della sezione ritmica è capace di irritarmi all'istante, nonostante il passaggio particolarmente spiacevole di fatto si chiuda solo tredici secondi dopo a (0:58) pur con una codina a 1:06-1:12. Peccato che poi a 1:41 e a 3:01 il fenomeno si ripresenti con il secondo e con il terzo ritornello. Una bella canzone, tutto sommato rovinata da un ritornello inutilmente ossessivo.

Non vorrei spendere troppe parole, ma vorrei segnare a dito, velocemente la ripetitività di testo e musica (soprattutto nei ritornelli) di due tra i peggiori brani pop della musica italiana del decennio scorso e di quello attuale: Una canzone d'amore degli 883 e Dimmelo dei Modà (2013). Se non altro, tra i due gruppi, gli 883 sono simpatici e hanno fatto diversi pezzi divertenti, ma qui Max è come se cantasse a tutta canna dalla prima all'ultima nota, senza variazioni neanche di intonazione, neanche all'interno di un brano che, già di suo, ha ben poche variazioni.

Chiudo, per non farla troppo lunga, con uno dei gruppi che amo di più (parlandone da uniti e anche poi da soli, con Morrissey): the Smiths, ovviamente. Una delle loro più brutte canzoni, penso ci sia poca gara è tratta dal loro ultimo album: Strangeways Here We Come del 1987. Ho scelto questa canzone anche per il titolo che racchiude un po' tutto il tema toccato, ovvero StopMe If You Think You've Heard This One Before ovvero: fermami se l'hai già sentita. Che sembrerebbe un inno contro la ripetitività e invece di fatto cade in parte nello stesso errore dei brani sopra elencati. Qui però c'è meno ripetitività e forse la bruttezza dal brano è data da una certa insulsa cupezza nell'arrangiamento e nella frase musicale, tanto che dopo soli trenta secondi di ascolto ti sei già reso conto di trovarti di fronte a uno dei pezzi meno riusciti di un gruppo che ha deliziato me, molti dei miei amici e la parte migliore del pubblico e della critica (sono di parte lo so).

Non so se questi concetti valgano per tutti (direi di no, visti i milioni di click ad esempio sulla canzone dei New Radicals e su quella dei Modà) e allora chiedo: cosa deve avere un brano musicale per non piacervi?
Nota: La foto (mia) è stata scattata al concerto degli Arctic Monkeys, un gruppo non a caso non citato in questo articolo, al Forum di Assago il 13 novembre 2013.

Update del 2 novembre 2014:
Tra le canzoni ripetitive fa il suo bell'ingresso Say Geronimo, degli Sheppard che a una strofa decente, fa seguire un ritornello noiosissimo, basato sulla ripetizione del titolo all'unisono. Una canzone davvero pessima, il cui successo si può spiegare solo con l'imbarbarimento dei gusti e una ossessiva ricerca del tormentone, anche musicale, non solo nella comicità dozzinale.