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giovedì 23 giugno 2016

Europei 2016 - La classifica dei gol per club

Alla fine del turno a gironi, questa è la classifica dei gol per club di appartenenza del marcatore:
6 Real Madrid (Spagna);

Grigliata di Caterpillar AM in occasione di Italia-Irlanda
3 Inter, Juventus (Italia); Bursaspor, Fenerbahçe (Turchia);

Arsenal, Everton, Norwich City, West Ham (Inghilterra); Fiorentina (Italia); Barcellona (Spagna); Gençlerbirliği (Turchia); Swansea City (Galles);

1
Rapid Vienna (Austria); Beijing Guoan (Cina); Slavia Praga (Rep. Ceca); Leicester, Liverpool, Manchester United, Reading, Southampton, Tottenham, West Bromwich (Inghilterra); Bayer Leverkusen, Hannover, Hoffenheim, Kaiserslautern, Norimberga, Schalke 04 (Germania); Bologna, Napoli, Roma (Italia); Vaduz (Liechtenstein); Ajax (Paesi Bassi); Legia Varsavia (Polonia); Al-Gharafa (Qatar); CSKA Mosca, Spartak Mosca, Zenit S. Pietroburgo (Russia); Aberdeen (Scozia), Atlético Madrid, Celta Vigo, Valencia (Spagna); Basilea (Svizzera); Beşiktaş (Turchia); Ferencváros (Ungheria).

nota: Alvaro Morata tornerà ad essere del Real Madrid a partire dal 1 luglio 2016 pertanto gli eventuali gol che segnerà all'Europeo a partire da quella data saranno computati tra quelli del Real Madrid, mentre fino al 30 giugno è ufficialmente un giocatore della Juventus e i suoi gol sono inseriti tra quelli della squadra torinese.

sabato 30 gennaio 2016

La leggenda della retrocessione dell'Inter

Gira da anni in rete la leggenda che l'Inter sarebbe retrocessa nel 1921-22 e poi ripescata. 

Il fatto è semplicemente falso, ma, dato che la sequenza degli avvenimenti è leggermente complessa, è difficile spiegarlo a chi ha già deciso da che parte stare. Tenteremo di farlo lo stesso con una spiegazione quanto più possibile breve e semplice rimandando ad altre fonti, e magari a un futuro post su questo blog, per una trattazione più completa. La sfida era di stare entro le 500 parole: ho sforato di meno di 200, ma resta un articolo abbastanza breve. Pronti? Via!

Foto 1 - Corriere della Sera
24 luglio 1921
Nell'estate 1921, (vedi foto 1) ventiquattro squadre (praticamente tutte le più forti) abbandonarono la Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) e fondarono una nuova organizzazione: la Confederazione Calcistica Italiana (CCI).

Perché? Le ventiquattro squadre erano scontente della lunghezza del campionato precedente (1920-21) a cui avevano partecipato ben 88 squadre (senza alcuna suddivisione in categorie), ed erano deluse per la bocciatura dell'assemblea della proposta di riforma del Campionato secondo il progetto Pozzo (che prevedeva una Prima Divisione composta da sole 24 squadre e la reintroduzione di un meccanismo di promozione-retrocessione) .

Tra le 24 "scismatiche" erano presenti tutte le squadre principali del Nord e della Toscana (tra cui tutte quelle che avevano già vinto scudetti: Genoa, Milan, Juventus, Pro Vercelli, Inter, Casale). Nella FIGC rimasero quasi solo squadre minori (basti pensare che tra le sedici squadre del Nord che si erano qualificate per le semifinali nella stagione precedente, solo l'US Torinese decise di rimanere nella FIGC).

Così per la stagione 1921-22 si sarebbero disputati due campionati paralleli: un'impoverita Prima Categoria della FIGC e una Prima Divisione, della neonata CCI che avrebbe incluso quasi tutto il meglio del calcio italiano, con le famose 24 squadre "scismatiche" suddivise in due gironi da dodici squadre l'uno.

Fin qui dovrebbe essere tutto chiaro, ma adesso occorre fare attenzione: prima dell'inizio di questi due campionati altre squadre lasciarono la FIGC e si unirono alla CCI: alcune squadre del Sud (che vennero riunite nella Lega Sud, la cui vincitrice avrebbe sfidato in una finalissima la vincitrice tra le 24 fondatrici) e altre ventuno squadre minori del Nord: queste ultime non vennero aggregate alle ventiquattro della Prima Divisione, ma andarono a costituire la Seconda Divisione, una sorta di Serie B della Lega Nord della CCI, (alcuni storici parlano anche dell'esistenza di una Terza Divisione della CCI di cui però si trovano pochissime tracce).
Foto 2 - Corriere della Sera
8 dicembre 1921

Nella CCI venne comunque stabilito che le ultime classificate (le due dodicesime) dei due gironi della Prima Divisione (la “Serie A” della CCI) non retrocedessero direttamente, ma dovessero disputare uno spareggio salvezza-promozione con le prime classificate della Seconda Divisione (vedi questo articolo di Stefano Olivari sul Guerin Sportivo). Quindi l'Inter, che alla fine si classificò effettivamente ultima del girone B, avrebbe dovuto in ogni caso disputare uno spareggio e non sarebbe comunque automaticamente retrocessa, anche se fosse rimasto "in vita" il campionato della CCI per la stagione successiva.

Ma a questo punto le cose si complicarono perché, una volta iniziati i campionati a ottobre 1921, già a dicembre la Federazione e la Confederazione iniziarono a fare pace e si misero a ricomporre la frattura che le divideva. Venne così stilata una prima ipotesi di riunificazione con la creazione, per l'anno successivo, di un nuovo "campionato di prima categoria" con 50 squadre scelte sia tra quelle della CCI, sia tra quelle rimaste nela FIGC con un complesso meccanismo di qualificazione (per i dettagli vedi foto 2 - dal Corriere della Sera, 8 dicembre 1921). In attesa della riunificazione vennero comunque completati i due campionati “paralleli” in corso, con le vittorie finali della Pro Vercelli (CCI) e della Novese (FIGC). A quel punto la CCI si sciolse e lo scisma rientrò.

Per il campionato successivo, tornato unico e organizzato dalla FIGC nel 1922-23, si decise finalmente di organizzare una Prima Divisione, non più a 50 (come nella prima ipotesi del dicembre 1921) ma a 56 squadre: 36 per la Lega Nord e 20 per la Lega Sud. Per stabilire quali squadre avessero diritto a parteciparvi, si stabilì un complesso sistema di qualificazione per attingere sia tra le squadre che avevano disputato il campionato della CCI, sia tra le squadre sempre rimaste nella FIGC. Questo meccanismo di riunificazione detto “Compromesso Colombo” (dal nome del direttore della Gazzetta dello Sport che venne chiamato a fare da arbitro della situazione) prevedeva, tra l'altro, che le prime sei di ognuno dei due gironi della Confederazione venissero ammesse direttamente alla neonata Prima Divisione, mentre le ultime classificate, le dodicesime in classifica, dei due gironi della Lega Nord CCI 1921 (Vicenza e Inter) disputassero non più un singolo, ma un doppio spareggio salvezza per qualificarsi alla Prima Divisione: dapprima quello già previsto originariamente con una delle vincitrici della Seconda Divisione della CCI, in pratica il Derthona e lo Sport Club Italia (l'Inter vinse il proprio spareggio per il forfait dello Sport Club Italia), e successivamente un ulteriore spareggio (previsto dal Compromesso Colombo, per via della riunificazione) con una squadra proveniente dalla FIGC. L'Inter vinse il proprio spareggio con la Libertas Firenze e si qualificò al campionato di Prima Divisione del 1922-23.

Questa è la spiegazione “breve”: l'Inter non sarebbe comunque retrocessa automaticamente, avrebbe dovuto comunque disputare uno spareggio. Una volta decisa la riunificazione ne disputò addirittura due e li vinse entrambi. Possiamo quindi tranquillamente affermare che l'Inter non è mai retrocessa.

Bibliografia
Per saperne di più si possono consultare utilmente online le pagine d'epoca de
Il Corriere della Sera (da cui sono tratte le immagini)
La Stampa
Enrico Brizzi Il meraviglioso giuoco Edizioni Laterza
Gli ottimi articoli di Stefano Olivari (vedi sotto) sul Guerin Sportivo
E le seguenti voci di Wikipedia:
Progetto Pozzo
Prima Divisione 1921-22
Seconda Divisione 1921-22
Compromesso Colombo (qui tra i link si trova l'elenco degli articoli di Olivari sul Guerin Sportivo)
Prima Divisione 1922-23

Ecco invece una serie di siti che diffondono la leggenda e che potrebbero utilmente correggere i propri post:

Faziosi.it: la ricostruzione è abbastanza corretta, tranne che per il punto chiave (ignora che lo spareggio salvezza-promozione CCI era già previsto) e soprattutto per un errore molto grave sul Venezia: "retrocedendo automaticamente quelle del centro e del sud, compreso il Venezia, che pure si era salvata giungendo terzultima nel campionato."
Il Venezia non è, evidentemente, una squadra del Centro o del Sud, ma - come è ovvio - una squadra del Nord e infatti arrivò decima nel proprio girone B della Lega Nord. E soprattutto non venne retrocessa automaticamente, ma disputò, e perse, uno spareggio, contro la Rivarolese (proveniente dalla FIGC). Quindi doppio grave errore di Faziosi.it.
Hanno ragione però i veneziani a prendersela con il Compromesso Colombo, in quanto se fosse rimasto attivo il campionato CCI anche per l'anno successivo, allora solo l'Inter e il Vicenza (dodicesime) avrebbero dovuto disputare uno spareggio, mentre il Compromesso Colombo, in sede di riunificazione dei campionati, portò agli spareggi anche le decime e le undicesime dei due gironi CCI (che sarebbero state automaticamente "salve" in caso di mancata riunificazione).
Va detto però che decime e undicesime vennero correttamente esentate, come già previsto, dal primo spareggio con le prime della Seconda Divisione della CCI.
Cosa accadde di preciso?
Tra le dodicesime della Prima Divisione CCI, nel primo turno di spareggio con le prime della Seconda Divisione: l'Inter vinse per forfait contro lo Sport Club Italia, mentre il Vicenza venne battuto dal Derthona.
A questo punto si svolse il secondo turno di spareggi qualificazione tra le 10-12esime della CCI (con il Vicenza rimpiazzato dal Derthona) e le 3-4 dei gironi regionali della FIGC.
Brescia, Livorno, Inter e Derthona (provenienti dalla CCI) batterono rispettivamente Sestrese, Piacenza, Libertas Firenze e Treviso. Mentre Venezia e Spezia furono le uniche due, tra le sei provenienti dalla CCI, a perdere lo spareggio rispettivamente contro Rivarolese e Pastore.
Ora è vero che il Venezia arrivò decimo e l'Inter dodicesima del girone B, ma l'Inter fu giustamente costretta a un doppio turno, e li vinse entrambi mentre il Venezia perse il suo unico turno di spareggio contro la Rivarolese.

Jody Calcio qui si affronta anche un altro argomento: come mai l'Inter dovette affrontare il primo spareggio contro una squadra così debole e "fallita" come lo Sport Calcio Italia?
Ricordiamo che le squadre di Seconda Divisione CCI erano solo 21: tra le 6 del Piemonte prevalse il Derthona, tra le 8 liguri il Balilla F.C., tra le 4 lombarde (Sport Italia, Luinese, Vogherese Santangelina) prevalse la prima e tra le 3 emiliane la Nazionale Emilia.
Nel girone finale il Derthona arrivò primo e se la vide con il Vicenza, battendolo, mentre lo Sport Italia, arrivò seconda, si qualificò agli spareggi, ma diede forfait contro l'Inter. Ma in ogni caso se non ci fosse stato lo Sport Italia, l'Inter, nel primo spareggio, se la sarebbe dovuta vedere con squadre del calibro di Nazionale Emilia, Balilla, o Luinese (seconda classificata nel girone lombardo).

Particolarmente risibile questa animazione su youtube che sbaglia (ignorando ancora lo spareggio previsto in CCI) a partire da 0:59.
Anche queste pagine Facebook: Mai stati in B e Per chi non lo sapesse..., l'Inter non è mai andata in B? diffondono l'idea, falsa, che non fossero previsti spareggi in CCI.
Cercando in rete se ne trovano diverse altre.

Ottimo invece questo contributo su Yahoo Answers che, grosso modo, ribadisce le stesse cose descritte qui, aggiungendo altre cose sulla mancata retrocessione della Juve nel 1913 che sono fuori dall'argomento di questo post.


sabato 21 marzo 2015

La difesa dell'Inter e il disimpegno elaborato


Nella partita di andata degli ottavi di finale di Europa League contro il Wolfsburg, al 63' minuto, sul risultato di 1-1, l'Inter ha subìto l'ennesimo gol originato dalla scelta di non rinviare la palla lunga in avanti, quando questa si trova tra i piedi del portiere, preferendo il "disimpegno elaborato" (o, come alcuni amano dire, scegliendo di "ripartire dalla difesa").

Ancora una volta una scelta erronea ha portato al gol, in questo caso un gol particolarmente pesante perché, in ultima analisi, è stata la causa prima (non certo l'unica) dell'eliminazione dell'Inter dall'Europa League, con l'abbandono dell'ultimo traguardo stagionale della squadra di Mancini (forse non tutti ricordano che fino a quel momento, e si era già oltre un terzo dei 180 minuti totali, l'Inter non solo aveva la qualificazione dalla propria parte, ma era andata vicinissima al gol dell'1-2 che avrebbe potuto indirizzare la sfida in ben altra direzione).

Certo, diranno subito i miei piccoli lettori, c'è stato un madornale errore tecnico da parte di Carrizo (poi raddoppiato da un altro tipo di errore sul calcio di punizione successivo), ma la mia opinione è che se tendiamo ad alzare esponenzialmente il numero di tentativi di "disimpegno elaborato", è inevitabile anche per la migliore difesa (e quella dell'Inter non è una delle migliori), commettere qualche errore. E commettere un errore in quella zona del campo porta quasi sempre a un pericolo grave o ad un gol.

La tesi che cercherò di sostenere in questo non brevissimo post è che quando la palla si trova tra i piedi del portiere, o dell'ultimo difensore, e ci sono degli avversari nelle vicinanze è meglio allontanare quanto possibile (e quanto prima) il pallone dall'area. E anche quando la palla si trova tra le mani del portiere è meglio un rinvio lungo che non un passaggio al difensore più vicino. Questo vale in generale, ma a maggior ragione vale per l'Inter di queste stagioni. Vediamo perché.

1. Partiamo dai dati di fatto. L'Inter nelle ultime due stagioni (quindi a partire da quando l'allenatore era ancora Mazzarri) ha subìto svariati gol originati dalla pressione degli avversari sul portiere o sui difensori centrali e dalla pervicace decisione (immagino indotta dall'allenatore) di non allontanare il pallone. Non ho con me tutte le statistiche, ma, solo a memoria, ricordo il primo gol subito contro il Torino nel 2-2 della stagione 2013-14, il gol subito nell'1-1 a Palermo con un pressing su Vidic, il primo gol subito nel 2-2 casalingo contro il Napoli (nato da una rimessa laterale regalata per il pressing sul difensore), fino al gol contro il Wolfsburg, ma sono certo di scordarne diversi, senza contare diversi altri casi in cui la scelta di attuare "disimpegni elaborati" ha portato comunque a rischi gravi, con gol sventati a fatica. Insomma: se le altre squadre hanno particolari problemi, che so, sui calci piazzati, l'Inter sembra avere questo particolare problema: quello di subire particolarmente il pressing degli attaccanti avversari quando la palla circola tra difensori e portieri. 

Ci sarebbe una buona notizia: a differenza dei calci piazzati che sono in gran parte inevitabili, qui – teoricamente – si potrebbe facilmente limitare di gran lunga il rischio A) evitando il ricorso al passaggio indietro (che di per sé comporta qualche rischio, vedi i gol subiti a Livorno, lo scorso anno e contro l'Udinese a San Siro quest'anno), ma soprattutto B) dando istruzioni (ovvero concedendo il permesso) ai centrali, agli esterni difensivi e, in particolare, ai portieri di battere lungo senza costringerli al "disimpegno elaborato" o all'appoggio verso il compagno più vicino, spesso pressato.


2. Come dicevo, queste considerazioni hanno, a mio avviso, validità in generale, ma si applicano perfettamente alla situazione dell'Inter recente, vista la estrema vulnerabilità degli interpreti. Ora so perfettamente che questa impostazione nasce dal fatto che non è più disponibile la qualità di calcio che aveva Julio Cesar (da un suo rinvio lungo nacque, ad esempio, il primo gol dell'Inter nella finale di Champions League di Madrid): è vero che né Handanovic, né Carrizo sono dei fulmini di guerra con i piedi e i loro rinvii sono spesso scadenti, ma ci sono soluzioni migliori per affrontare questa difficoltà. All'arrivo di Mancini sembrava che fosse stata incentivato il rilancio lungo con le mani (almeno quando il portiere può toccarla con le mani) e Handanovic sembrava cavarsela bene. Poi, inspiegabilmente, si è tornati all'appoggio verso il difensore.

3. Ma quanto è pericolosa questa tecnica? Il calcolo è presto fatto, semplificando al massimo basta prendere tre variabili a partita.


A. la percentuale di volte che una squadra tenta di attuare il disimpegno elaborato (esempio il 100%)

B. la percentuale di volte che gli avversari tentano di ostacolarti (esempio l'80%)

C. la percentuale di volte che il pressing degli avversari va a buon fine (esempio il 20%)


Traduciamo l'esempio con le percentuali in numeri assoluti:
- Se hai 20 volte la palla in difesa e sempre (il 100% delle volte) provi a fare il "disimpegno elaborato", allora devi effettuarne 20 a partita.
- Se l'avversario va in pressing l'80% delle volte significa che ci prova 16 volte.
- Se riesce a metterti in difficoltà il 20% delle volte (il 20% di 16 volte è 3,2) significa lasciare agli avversari 3-4 azioni pericolose nei pressi della porta: un'enormità.


4. Ora poi - questo è il punto a cui tengo maggiormente - i tre numeri, le tre percentuali NON sono affatto indipendenti. Vediamo perché.



Mettiamoci nei panni degli allenatori avversari: se io so che l'Inter attua questa tattica sempre (le 20 volte a partita) e se so che ha una percentuale alta di volte che va in difficoltà (20%), allora dirò ai miei giocatori di attuare il pressing non l'80% delle volte (che è già un numero alto), ma addirittura il 90% o il 100%. In modo da massimizzare il numero di occasioni prodotte.

Ed è esattamente quello che succede.

Con le altre squadre questo accade meno: o perché hanno un minor numero di "disimpegni elaborati" o perché hanno una percentuale di successo maggiore. Spesso entrambe le cose.

Mettiamoci ora nei panni degli allenatori che invece di affrontare l'Inter devono affrontare la Juve: se io so che la Juve non fa 20, ma, poniamo, 10 disimpegni elaborati e se so che la loro percentuale di insuccesso è non del 20, ma del 10%, questo porta a preventivare solo 1 occasione a partita anche provando a fare il pressing il 100% delle volte. Ma io, da bravo allenatore, suggerirò ai miei giocatori di non sprecare troppe energie a contrastare la Juve in quel frangente, perché tanto lo fanno poco e quelle poche volte se la cavano quindi invece dell'80% dei tentativi di pressing che si becca l'Inter, la Juve ne avrà, che so, il 30%, abbattendo ulteriormente a 0,3 il numero di occasioni offerte da questo schema potenzialmente suicida nell'arco di una partita.

Insomma: Mancini deve accettare il fatto che l'Inter si è ormai guadagnata la "nomea" di squadra che prova sempre a effettuare uno schema che la mette in difficoltà e questo moltiplica gli sforzi dell'avversario attirato da un alto ritorno economico degli investimenti in energie applicati nel contrasto di questo schema. E accettato il fatto Mancini deve correre ai ripari.

Visto che è molto più difficile migliorare la qualità di esecuzione dello schema, devi entrare nella testa e nei piedi di Juan Jesus e soci, io proporrei per questa fase di ridurre il numero di tentativi di "disimpegno elaborato" a partita e di rinviare il pallone appena possibile. Questo dovrebbe bastare a disincentivare il tentativo di pressing avversari e, in ultima analisi, il numero totale di occasioni regalate a partita. Dovendo fronteggiare un minor numero di tentativi di pressing, col tempo i giocatori potranno aumentare la percentuale di "disimpegni elaborati" effettuati a regola d'arte, innescando così un circolo virtuoso. L'alternativa c'è e consiste nell'acquistare domattina giocatori migliori.

5. Resta un ultimo aspetto da affrontare: tutti queste difficoltà, a che pro? Cioè: qual è il vantaggio che Mancini (e prima di lui Mazzarri) pensano di ottenere in contropartita utilizzando ossessivamente i "disimpegni elaborati"? Deve trattarsi di qualcosa di estremamente prezioso, se si insiste nel portare avanti questa tecnica così rischiosa.

Gli unici due vantaggi che vedo sono i seguenti: A. stancare e/o sorprendere la squadra avversaria impegnata nel pressing (ma finora direi che non ha funzionato, visti i risultati) B. quello di poter iniziare a impostare l'azione partendo "dalla difesa". Ora questo vantaggio può essere sfruttato se davanti alla difesa hai Andrea Pirlo in giornata di grazia, non il pur bravo Gary Medel. Anche perché, partendo dalla difesa, quando avanzi ti trovi l'avversario schierato in assetto difensivo quindi devi faticare non poco a costruire un'azione di successo contro tutta una squadra che si difende (sia pressando alto, sia chiudendosi nella propria metà campo). Tanto è vero un gran numeri dei gol su azione, nel calcio moderno, avviene in modo opposto: tramite la riconquista del pallone e la ripartenza rapida, sorprendendo l'avversario che si trova magari in uscita dalla propria metà campo e viene colto in un atteggiamento tattico predisposto esclusivamente alla costruzione, con la difesa ancora male organizzata. Insomma: Mancini sceglie una tecnica rischiosa, che i propri calciatori interpretano spesso male, incentivando gli avversari a provarci sempre, in cambio di cosa? Per avere in cambio un vantaggio del tutto teorico?

Per tutti questi motivi l'Inter dovrebbe abbandonare il fraseggio in difesa, il "disimpegno elaborato", l'appoggio del portiere verso il difensore più vicino, per tornare al rilancio, al rinvio lungo, allo spazzatutto del difensore, almeno finché non riuscirà a cancellare la nomea (purtroppo giustamente guadagnata) di squadra che si incarta in difesa.

lunedì 20 ottobre 2014

Confessioni di un disertore

Lo ammetto, per anni sono stato un discreto provocatore in ambito calcistico. Prima la radio, e in seguito i social network, mi hanno dato la possibilità di esercitarmi su scala più ampia nella raffinatissima arte dello sfottò (sia fatto che subìto): una pratica appresa fin dai tempi della scuola elementare. Non soltanto quando la mia squadra, l'Inter, vinceva, ma anche, e soprattutto, quando quelle degli altri perdevano contro avversari terzi, non mancava mai la mia punturina di spillo.

Va detto che, a differenza di alcuni miei amici, anche negli anni in cui l'Inter vinceva tutto, ho ridotto esponenzialmente i messaggi di sfottò a singole persone. E anche più tardi, ad esempio, quando la Juve perdeva contro il Galatasaray, mi limitavo a cambiare la foto del mio profilo Facebook con quella di Sneijder, (l'interista di un tempo, ma ancora idolo assoluto), che aveva infranto per l'ennesima volta il sogno europeo dei bianconeri, senza andare a sfruculiare gli altri sulla propria pagina.

Non ho mai dato, come ho visto fare, degli sfigati o dei poveretti ai tifosi di squadre che non hanno mai vinto nulla e, credo, nemmeno direttamente dei "ladri" ai tifosi juventini (anche se mi davano fastidio quelli di loro che, pur ammettendo le malefatte moggiane, le giustificavano; piuttosto preferivo quelli che, come Travaglio, se ne vergognavano, oppure persino quelli che, per affetto cieco da genitore innamorato della propria creatura, le negavano persino a se stessi; ma quelli che le ammettevano e le giustificavano o, addirittura se ne bullavano, ai miei occhi compartecipavano all'errore).

Oggi però, posso dirlo con la massima eleganza, ho deciso che comunque mi sono rotto il cazzo. La prossima volta che la Juventus (o il Milan) perderà (o vincerà) non dirò niente. Ho deciso che il mio tempo a disposizione per queste cose è finito. Riconosco senza problemi gli aspetti positivi del ruolo sociologico ricoperto dal futbol nel nostro paese, anche solo come argomento di familiarizzazione tra sconosciuti, ma mi sono francamente sfinito alla morte di passare i lunedì a discutere su quanti dei fischi di Rocchi in Juventus-Roma siano stati appropriati e quanti no. E sono stanco di vedere alcune delle migliori menti della mia generazione (ma soprattutto molte delle peggiori) applicarsi in esercizi puerili e sterili. Ho visto troppo spesso gente mediocre alzare la cresta con persone rispettabilissime, solo perché la propria squadra aveva vinto, cercando una rivincita simbolica alla propria pochezza umana e intellettuale, dimenticando che le prodezze di Maradona, Milito, Van Basten o Tevez, nulla aggiungevano e nulla toglievano al proprio valore, che rimaneva quello che era, anzi scendeva ulteriormente, trascinato in basso dalla polemica e dal livore. In questo i social network funzionano da moltiplicatore al ribasso. Ho visto celebri comici, in preda all'ira per una sconfitta, non riuscire a cogliere l'ironia della gente comune e giornalisti stimatissimi (non da me) twittare di goduria perché la propria squadra vinceva per un errore arbitrale (“così gli altri rosicano ancora di più”).

Per persone di questo tipo (quando ancora mi occupavo di queste cose, cioè fino a poche ore fa) non ho mai avuto rispetto. Per me la vittoria esemplare, quella che mi fa godere di più, non è quella ottenuta grazie a un rigore inventato o a un gol in fuorigioco, ma, al contrario, quella raggiunta dopo aver subito qualche torto arbitrale (a mero titolo di esempio, quella di due anni fa allo Juventus Stadium quando la Juve segnò un gol in fuorigioco dopo 18 secondi, venne graziata con un'inspiegabile mancata attribuzione di un secondo giallo a Lichtsteiner, eppure perse 1-3 contro l'Inter. Se avessimo vinto noi 0-1 per un gol in fuorigioco dopo 18 secondi mi sarebbe piaciuto infinitamente meno). Ma ognuno ha i sogni che si merita. In ogni caso il mio tempo a disposizione per queste cose è finito.

In questo forse aveva capito tutto mia figlia Marta che, dopo un'infanzia nerazzurra, per evitare di perdere tempo in discussioni inutili a scuola tra interisti, milanisti e juventini, ha scelto l'unica squadra tra le prime dieci della Serie A per cui nessuno tifa dalle nostre parti: cioè la Lazio “così mi lasciano stare” (il papà nerazzurro ha un po' sofferto, ma il liberale che c'è in me ha goduto perché non ho mosso un dito per farle cambiare idea).

Probabilmente qualcuno penserà che scrivo questo perché l'Inter va male e negli ultimi giri mi tocca più prendere sfottò che erogarne ad altri. E forse, proprio per evitare questa critica, avrei aspettato a postare questo se l'Inter ieri sera avesse perso, proprio per non essere frainteso. Ma ieri sera è stato un entusiasmante 2-2 con il Napoli, 78 minuti di buona Inter, seguiti da 12 (più recupero) della solita pazza Inter. Sempre pazza, mai banale! Abbiamo (anzi, hanno) preso ancora un gol, l'ennesimo, forse il terzo o il quarto in un anno solare, originato dal pressing sul nostro difensore più arretrato con la palla tra i piedi. Ma abbiamo (hanno) fatto anche vedere di cosa sono capaci. Continuerò a seguire il calcio, a entusiasmarmi per qualche bella giocata di Kovacic o di Guarin, a invelenirmi per qualche mancata chiusura di Ranocchia o di Vidic, continuerò a pensare, e a dire, che molto probabilmente Mazzarri non è l'allenatore che ci serve e che, per quanto mi riguarda, all'Inter, possono essere anche tutti stranieri, come quando abbiamo vinto la Champions League (l'unico italiano, Materazzi, nella finale entrò a due minuti dal fischio conclusivo, ma non toccò palla). Ma da ora in poi mi occuperò quasi solo dei miei amati nerazzurri. Non parteciperò più a polemiche, sfottò, né a sterili dibattiti su moviole e fuorigioco e gol-fantasma, anche perché, incaponendosi a non introdurre la tecnologia a supporto degli arbitri, è chiaro che sono loro che ci vogliono così: loro (da Blatter in giù) a fare del giocattolo-calcio quello che vogliono e noi a perdere tempo il sabato sera allo stadio, davanti alla tv o su twitter e il lunedì mattina alla macchinetta del caffè o su facebook.

Adesso basta e, visto che sarà dura tenere fede a questi propositi, se sei mio amico, beh, allora non tirarmi in mezzo, “non rompermi i coglioni, per me c'è solo l'Inter”.


foto da La Gazzetta dello Sport

mercoledì 6 giugno 2012

Organizza e vinci (che combinazioni!)

Anche se il mio amico Luca Gattuso contesta questa ipotesi, bisogna ammettere che le coincidenze iniziano a essere molte.
La mia tesi è questa: l'organizzazione di grandi eventi, sportivi, economici e sociali, attira inesorabilmente i successi nel calcio. Il fatto era già noto, ma l'ultima conferma è stata particolarmente roboante e allora partiamo proprio da questa.

Londra. Partiamo cioè dal fatto che - finora - nessuna squadra di calcio della città di Londra aveva mai vinto la Coppa dei Campioni (da qualche anno il torneo si chiama Champions League, ma quella che alza la squadra campione d'Europa si chiama ancora Coppa dei Campioni). Si trattava di una vera anomalia, anche perché il calcio moderno nasce nel Regno Unito, Londra del Regno Unito è la capitale e molte importanti squadre inglesi vengono proprio dalla capitale: a partire dall'Arsenal e dal Chelsea, che avevano raggiunto in passato la finale della Coppa dei Campioni, fino allo stesso Tottenham Hotspur, vincitore di altri tornei europei, per finire con il West Ham, il Crystal Palace, il Fulham, il Queens Park Rangers, il Millwall. Senza considerare che altre squadre inglesi, come il Liverpool e il Manchester United, ma perfino il Nottingham Forest e l'Aston Villa, si erano tolte la grande soddisfazione di laurearsi campioni d'Europa. Guardando poi fuori dall'Inghilterra ci sono città come Milano che, tra Milan e Inter, è stata per ben dieci volte campionessa europea, Madrid nove, Monaco e Amsterdam quattro, Lisbona e Porto due, Bucarest, Belgrado, Glasgow, Amburgo, Dortmund, Eindhoven, Marsiglia o Rotterdam una. Insomma che Londra non avesse mai avuto questo privilegio, con tanta tradizione e tante squadre a disposizione, era un paradosso della storia. Perché il tabù venisse infranto dal fato (e chi ha seguito le vicende dell'ultima edizione del torneo sa quanto il fato abbia giocato un ruolo importante dal principio fino all'ultimo atto, cioè fino ai calci di rigore tra Bayern Monaco, che giocava nel suo stadio, e Chelsea) si è dovuta organizzare un'Olimpiade a Londra. La prima da quando esiste un campionato europeo di calcio per club. Olimpiadi di Londra 2012, Chelsea campione d'Europa del 2012. Una coincidenza, si dirà.
Grecia. Ma torniamo indietro di qualche anno. Parliamo di campionati europei di calcio per nazioni. Era il 2004 e il torneo si svolgeva in Portogallo. Alla partita inaugurale il Portogallo, padrone di casa, viene battuto dalla Grecia. Un caso anomalo, si pensò, ma la palla è rotonda, si sa. Il palmarès della Grecia era risibile e non autorizzava a sogni: fino a quel momento la squadra ellenica si era qualificata solo una volta alla fase finale degli europei e una sola volta alla fase finale dei mondiali. In entrambi casi uscendo subito al primo turno. La vittoria della Grecia era data da 80 fino 150 contro 1. Ma i bookmaker e gli esperti non avevano tenuto conto dell'effetto Olimpiadi. Sì, perché quell'anno ad Atene, poche settimane dopo gli europei, si sarebbero svolte le Olimpiadi di Atene. Così, dopo un torneo a dir poco incredibile, Portogallo (sottolineiamo ancora una volta: padrone di casa) e Grecia si trovarono una seconda volta faccia a faccia nella finale. Già questo fatto che partita inaugurale e finale siano coincise è molto bizzarro, ancora più bizzarro è che la strafavorita squadra di casa venga battuta, e per la seconda volta con lo stesso punteggio (0-1)!, da una delle squadra meno considerate del torneo: la Grecia che, grazie all'effetto Olimpiadi, si laurea campione d'Europa. A sorpresa è dire poco.
Genova. Veniamo in Italia. La città di Genova è stata la prima a vincere, grazie al glorioso Genoa Cricket and Football Club, il primo campionato italiano di calcio e, dopo Milano e Torino è quella che ha raccolto più vittorie. Ma l'ultima, fino a qualche anno fa, era lo scudetto del 1924 portato a casa dal Genoa. La Sampdoria non aveva mai vinto il campionato. Mai fino all'Expo di Genova del 1992. Qui i puristi delle date possono storcere un po' il naso, perché la Sampdoria vince il suo primo scudetto l'anno prima rispetto all'Expo, nella stagione 1990-91, ma c'era un disegno anche per questo. Intanto quando l'Expo di Genova apre i battenti, il 15 maggio 1992, la Sampdoria ha, ancora per pochi giorni, lo scudetto sulle maglie, ma soprattutto, sta per toccare il vertice della sua parabola calcistica di tutti i tempi: la finale della Coppa dei Campioni contro il Barcellona, nel tempio del calcio di Wembley. Una finale che si disputa solo cinque giorni dopo l'inaugurazione dell'Expo e che i blucerchiati perdono, solo ai supplementari grazie a una bomba su punizione di Rambo Koeman e solo perché... l'effetto Olimpiade batte l'effetto Expo!
Barcellona. Infatti l'avversaria della Sampdoria è il Barcellona, la fortissima squadra spagnola. Fortissima, ma non abbastanza forte da vincere una Coppa dei Campioni. Tanti trofei nazionali, Coppe delle Fiere, Coppa delle Coppe, anche una finale di Coppa Campioni, nel 1961 persa contro il Benfica di Eusebio, ma mai una vittoria. Mai fino all'arrivo a Barcellona delle Olimpiadi, che prendono il via nella città catalana, il 25 luglio 1992, due mesi dopo la prima vittoria della Coppa Campioni. Insomma: anche il fortissimo club blaugrana (che attualmente, nonostante la sfortunata eliminazione in semifinale di quest'anno, è pur sempre la squadra più forte del mondo), ha avuto bisogno di un'Olimpiade per aprire la serie dei suoi successi europei.
Italia. Tornando in Italia, va certamente segnalato il fatto che Juventus, Inter, Milan e Lazio hanno vinto un campionato in occasione del proprio centesimo anniversario di fondazione (che combinazione!), anzi a essere più precisi: la Juventus e l'Inter hanno passato il giorno del proprio centesimo compleanno, rispettivamente nel novembre 1997 e nel marzo 2008, già con lo scudetto sulle maglie e poi hanno vinto anche il campionato che era in corso in quel momento, il Milan ha passato il compleanno con lo scudetto, nel dicembre 1999, ma poi non è riuscito a vincere il campionato in corso, quello del 1999-2000, che è stato vinto dalla Lazio, che non ha spento le candeline con lo scudetto sulla maglia, il 9 gennaio 2000, ma se l'è cucito poco dopo, il 14 maggio 2000.
Roma. Sulla vittoria della Lazio, e su quella della Roma, l'anno successivo, si potrebbe poi fare un discorso particolare, perché in oltre cento anni di storia del calcio italiano non era mai accaduto che lo scudetto rimanesse a Roma per più di un anno. Perché questo accadesse fu necessario celebrare a Roma il grande Giubileo del 2000, il grande evento della Chiesa Cattolica che ha aperto il terzo millennio e che ha fruttato uno di seguito all'altro lo scudetto della Lazio nel 1999-2000 e quello della Roma del 2000-2001.
Milano. Con tante coincidenze favorevoli i cugini rossoneri faranno sicuramente bottino pieno per l'Expo di Milano del 2015. A questo punto sarebbe per loro una vera beffa non vincere nulla. Ma non accadrà.

Riepilogando:
1) Coppa dei Campioni a una squadra di Londra (mai successo prima) in coincidenza con la prima Olimpiade organizzata a Londra (2012) da quando esiste la Coppa Campioni;
2) Coppa Europa alla Grecia (mai successo prima, Grecia risultati sempre scadenti in precedenza) in coincidenza con l'Olimpiade di Atene (2004);
3) Scudetto e poi finale di Coppa Campioni per la Sampdoria (mai successo prima, e lontanissimo dall'accadere sia prima che dopo) in corrispondenza con l'Expo di Genova del 1992;
4) Coppa Campioni del Barcellona (mai successo prima) in coincidenza con le Olimpiadi di Barcellona del 1992;
5) Scudetti a Juventus, Inter, Milan e Lazio in corrispondenza con i centesimi anniversari delle squadre;
6) Scudetto per due volte nella città di Roma (mai successo prima) in occasione del Giubileo 2000.

venerdì 7 gennaio 2011

Quando dico che Thiago


Due tra i più bei gol dell'Inter delle ultime stagioni li ha segnati Thiago Motta.
Oltre al nome del marcatore questi due gol hanno molti altri elementi in comune: sono stati entrambi realizzati a S.Siro, e tutti e due nella porta sotto la curva del Milan (per intenderci quella alla destra della tribuna); in entrambi i casi il risultato era ancora sullo 0-0 e tutte e due le partite si sono poi concluse con la vittoria dell'Inter.
E per finire entrambe le reti sono arrivate al termine di manovre corali, che hanno coinvolto tutta (o quasi) la squadra: due manovre iniziate lentamente, ma che poi si sono concluse con una rapida accelerazione nel finale.
Per il primo dei due gol, che si può trovare qui, ho speso molte più parole: del resto si trattava del primo gol del derby vinto per 4-0 il 29 agosto 2009. Per quello di stasera, che ha aperto le marcature di Inter-Napoli 3-1, mi limiterò a sottolineare due cose: la prima è che la rete giunge alla fine di quaranta secondi di possesso di palla dell'Inter durante i quali hanno toccato il pallone tutti i giocatori nerazzurri (tranne il portiere Castellazzi e Diego Milito, che però esegue un movimento molto utile per portare via un difensore) e la seconda è che ancora a 5-6 secondi dal gol, la situazione non sembrava per nulla pericolosa per il Napoli, tranne che poi Pandev, Stankovic e Thiago Motta danno vita all'accelerazione decisiva.
Vediamo il dettaglio, utilizzando il cronometro di Sky Sport.
A 1:54 Cordoba interviene di testa per interrompere un'azione di Cavani: la palla schizza in avanti e mentre Cambiasso cerca di controllarla, Hamsik allunga la gamba e tocca la sfera, ma riesce solo a mandarla verso Stankovic che, pure essendo pressato, riesce ad allungare il pallone verso Zanetti.
A 2:01, visto che in quella zona (siamo nella metà campo dell'Inter, non lontani dal cerchio di centrocampo) ci sono molti avversari, il capitano allarga sulla destra dove staziona abbastanza libero Maicon che è costretto un po' a inseguire il pallone e poi, quasi da fermo, per evitare Dossena, decide di passare la palla in orizzontale a Lucio, più centrale, il quale riceve ed effettua un traversone alto per Chivu, piuttosto solo, largo sulla sinistra.
A 2:14 il rumeno mette giù la palla e avanza un po', ma poi si trova di fronte Maggio e allora passa indietro verso Cordoba, il più arretrato dei nerazzurri, il quale avanza un po' e poi passa di nuovo in orizzontale al compagno di reparto Lucio, abbastanza centrale sulla trequarti difensiva dell'Inter.
A 2:23 (mancano solo undici secondi al gol, ma niente lascia ancora presagire quello che sta per accadere) Lucio riceve il pallone e avanza indisturbato, anche perché ci sono solo due giocatori del Napoli nella metà campo dell'Inter.
A 2:26 (otto secondi dal gol) Lucio, col pallone tra i piedi, supera la linea centrale del campo (in questo momento tutti i giocatori del Napoli sono tornati nella propria metà campo). Subito dopo aver varcato la linea, trovandosi a destra del cerchio di centrocampo, Lucio effettua un passaggio in verticale a Pandev (2:27).
A 2:28 Pandev (posizionato sul centrodestra, a circa 12-13 metri dall'area, spalle alla porta e marcato da Aronica) riceve il pallone. Sulla stessa linea Pandev ha due compagni da servire: Milito, più centrale, e Stankovic sull'altro lato del campo, a sinistra.
A 2:29 Milito effettua un taglio a uscire verso destra insinuandosi tra Pandev e l'area e chiamando il passaggio con le mani, ma Pandev, che sta leggermente arretrando non se ne accorge o lo ignora. In ogni caso sia Pandev che Milito sono circondati da cinque napoletani (oltre ad Aronica che segue Pandev e Cannavaro che sta su Milito, nei pressi ci sono anche Gargano, Dossena e Pazienza) inoltre altri due difensori (Campagnaro e Maggio) sono ancora più indietro, subito fuori dall'area, mentre Hamsik si trova centralmente a contrastare l'avanzata di qualche centrocampista: in particolare Thiago Motta che sta portandosi avanti a partire dal cerchio di centrocampo.
A 2:30 (a soli 4 secondi dal gol) Pandev si gira in senso orario e, di sinistro, lascia partire un lancio verso sinistra per Stankovic, appostato sull'altro lato 6-7 metri fuori dall'area, con davanti a sé Maggio, uno dei due difensori arretrati. Nel frattempo, al centro, Thiago Motta, che sta puntando decisamente verso l'area, supera un distratto Hamsik, passandogli alle spalle.
A 2:32 il lancio di Pandev, che sta per giungere verso Stankovic, viene intercettato da Thiago Motta che si è inserito velocissimo. Ma invece di bloccare il pallone, Thiago Motta si limita a smorzare la traiettoria col tacco sinistro a beneficio di Stankovic, che si trova pochi metri più a sinistra.
A 2:33 La palla sarebbe arrivata lo stesso al serbo ma dopo il tocco di Thiago Motta è più facile da controllare. Stankovic ha sempre di fronte a sé Maggio, ma quest'ultimo è sempre più spaesato: non sa se andare a contrastare Stankovic o lo stesso Thiago Motta che dopo il colpo di tacco sta puntando verso l'area sempre più veloce. Ma non ha tempo di decidere perché Stankovic effettua un unico tocco di destro indirizzando il pallone verso la lunetta.
A 2:34 Thiago Motta arriva in velocità al limite dell'area e, giunto proprio sulla linea dei sedici metri, da posizione centrale, anticipando Campagnaro, l'altro dei due difensori che erano rimasti centrali, prima che la palla tocchi terra scaglia un potente sinistro al volo a mezza altezza che si abbassa nei pressi dell'angolino alla sinistra di De Sanctis (cioè a destra rispetto al punto di vista del tiratore).
Rete: Inter 1 - Napoli 0.
E pensare che, analizzando un fermo immagine a 2:29 (a soli cinque secondi dal gol) ben pochi avrebbero scommesso su questa eventualità. Ma questo è il calcio di mister Leonardo, questi sono gli schemi provati in allenamento da settimane.
Bella Thiago, bravi ragazzi!

martedì 20 aprile 2010

Segni, ovvero Scudetto alla Roma, lo vogliono gli dei.

Nella storia di un campionato ci sono dei segni. Chi li sa leggere può diventare ricco tramite uno dei tanti bookmaker. In questo momento i segni sono tutti per la Roma la quale, che piaccia o non piaccia (e a me non piace, ma sempre meglio che il Milan o la Juventus), vincerà lo scudetto.
Chi ha saputo leggere per tempo questi segni adesso può essere davvero molto ricco. Anche perché i segni pro-Roma, ora imponenti, sono andati via via crescendo, ma all'inizio erano davvero flebili.
Quando la Roma vince a Firenze dopo essere stata presa a pallonate per 80 minuti, quando l'Inter prende tre pali all'Olimpico di cui l'ultimo al 92' dopo essere stata pure aiutata dall'arbitro, quando il portiere dell'Atalanta si fa passare sotto le gambe un tiro di Vucinic, quando Floccari sbaglia il rigore del 2-0 nel derby, è segno che lo vogliono gli dei, lo scudetto alla Roma.
Va detto - e questo ci indica che esistono anche i falsi segni - che anche l'Inter e il Milan avevano avuto i loro segni: come - per l'Inter - il gol nel finale contro l'Udinese, come il recupero da 2-3 a 4-3 contro il Siena nei minuti finali e, per il Milan, lo 0-2 nel recupero del neoentrato Huntelaar - che non segnava dal Giurassico - a Catania o il tiro di Seedorf nel finale per l'1-0 contro il Chievo in casa. Sembravano anche quelli segni del destino, ma erano falsi segni.
Ora l'Inter è un po' più forte della Roma (non a caso oltre a essere andata meglio in Champions ha ancora la migliore difesa e il migliore attacco della Serie A), così come il Barcellona è più forte dell'Inter.
Beh, se è vero - come è vero - che nel calcio non sempre la squadra più forte vince, speriamo che questo accada non solo in Serie A, ma anche in Champions League. Altrimenti, per quanto mi riguarda, gli dei possono anche andare tutti a farsi un giro sull'Olimpo.

P.s.: nel frattempo gli interisti spuntano come funghi: oltre alla solita immensa lista dalla quale mi piace citare Gino Strada con cui festeggiare la liberazione dei tre di Emergency, tra ieri e oggi si sono palesati Lina Sotis e Reinhold Messner (a Un giorno da pecora) e Tito Boeri, oggi su Repubblica - Milano.

venerdì 26 febbraio 2010

In principio era il Principe

Non illudiamoci: il Chelsea è ancora più forte dell'Inter. Non molto, ma un po' più forte sì, specialmente a centrocampo, specialmente se Thiago Motta è questo qua e Stankovic non si riprende del tutto.
Sicuramente nel conto dobbiamo mettere che al 45+1 c'era un rigore netto per loro, e con espulsione pure, anche se non tutti hanno notato che Samuel abbatte Kalou cadendo con il corpo sui tacchi e non per quel calcetto, immediatamente precedente, sull'esterno del piede destro, dopo il quale Kalou era rimasto in piedi. Forse ce n'era anche un altro, di rigore, al 40' con Motta che sembra trattenere Ivanovic. Ma nel conto va messo che poco prima, al 33', Eto'o si era letteralmente mangiato la palla del 2-0. Poi, certo, le statistiche sui tiri fatti sono impietose, ma Julio Cesar ha fatto due sole grandi parate e un mezzo errore sul gol.
Curiosamente sia Thiago Motta che Eto'o, tra i peggiori in campo per l'Inter, hanno partecipato alle due azioni che hanno portato ai gol. Motta in entrambe le azioni fa il penultimo passaggio, mentre Eto'o nel primo gol fa l'ultimo passaggio, mentre nel secondo gol invita i compagni a salire su un fallo laterale in attacco, cosa che poi risulta decisiva.
Ma tutto questo passa in secondo piano davanti alla bellezza del primo gol dell'Inter, indipendentemente da quello che è stato il risultato finale. Un'azione di 26 secondi in cui partecipano tutti i giocatori dell'Inter, escluso il solo Samuel. Anche Sneijder sembra non toccare la palla, ma il suo velo per Milito è una delle cose più belle di tutta l'azione. Vediamo cosa succede.
Antefatto: Al 2'02" Cech rinvia lungo, un po' frettolosamente, di piede su un retropassaggio, anticipando la possibile pressione di Eto'o, bravo anche qui a pressare. La palla schizza (a 2'06") tra Drogba e Samuel e finisce a Julio Cesar. Ora che ci penso: se facciamo entrare nel conto anche questo retropassaggio di Samuel, o comunque la sua pressione su Drogba, e prendiamo in considerazione altri 10 secondi, allora in 36 secondi all'azione partecipano proprio tutti i giocatori dell'Inter.
L'azione vera e propria inizia a 2'16" quando Julio Cesar, dopo aver atteso un po', passa con le mani a Lucio che si trova davanti a lui. Lucio allarga su Maicon a destra.
Da Maicon palla a Cambiasso che, un po' pressato, allunga in avanti a Stankovic, poco a destra del cerchio di centrocampo (2'23"). Da Dejan la palla arriva sulla fascia destra a Milito che, marcato, arretra di poco, fino alla linea di metà campo. Diego qui è sorprendentemente ancora molto lontano da dove poi arriverà alla fine dell'azione, solo 14-16 secondi dopo. Milito passa di nuovo a Cambiasso che allarga, con un pallonetto alto sulla fascia sinistra per Zanetti, poco oltre la metà campo dove non ci sono giocatori del Chelsea. Il capitano tocca la palla e poi la lascia a Thiago Motta che è molto vicino a lui, tanto che i due sembrano all'inizio quasi ostacolarsi, e poi si allontana verso a sinistra.
La vera accelerazione nasce da questo momento: siamo a 2'35" e Thiago Motta è tutto solo sul centrosinistra, a 40 metri dalla porta. Davanti a lui, a circa 5 metri, la linea dei tre centrocampisti dei Blues e dietro a questi i quattro difensori in linea. I sette del Chelsea sembrano ben schierati, con i due centrali difensivi (Carvalho e Terry) rispettivamente su Eto'o e Milito. Tra le due linee galleggia Sneijder, mentre largo a destra, oltre il terzino sinistro, c'è tutto libero Stankovic, che chiama il passaggio alzando il braccio, ma non sarà servito.
Thiago Motta infatti, dopo un paio di tocchi in avanti, decide di passare rapidamente in verticale, verso Eto'o che sembra ben marcato da Carvalho, poco fuori dall'area, dritto davanti a Thiago Motta. La palla di Thiago passa attraverso la linea dei centrocampisti e poi davanti a Sneijder, che si gira e si mette a correre in verticale verso l'area, superando Eto'o sulla sinistra.
Eto'o riceve e si gira e passa in avanti, ancora sulla sinistra. Sulla verticale del suo passaggio ci sono ora Sneijder (che correndo è arrivato al limite dell'area ed è stato preso in consegna da Ivanovic) e, 4 metri più avanti, Milito, che correndo in diagonale, negli ultimi 14 secondi ha tagliato il campo da destra verso sinistra, prendendo 2-3 metri a Terry, rimasto più centrale. Velo di Sneijder e palla che arriva a Milito (2'38") vicino al vertice sinistro (per chi attacca) dell'area.
Milito si gira e finta di andare avanti ancora sulla sinistra. Ma quando Terry gli arriva vicino, con un solo tocco di destro sposta la palla verso il centro dell'area prendendo in contropiede Terry, mentre Sneijder crea un buco davanti a Milito proseguendo, seguito da Ivanovic, anche lui verso il centro dell'area.
2'40": Milito si trova libero in area, sulla sinistra, a 10 metri dal fondo, un paio di metri oltre la verticale del palo. Cech è un paio di metri fuori dai pali, coprendo un po' approssimativamente la porta.
Milito finta il tiro a incrociare verso l'angolo lontano, effettivamente più scoperto, ma poi scocca un destro forte a mezza altezza sul primo palo, sorprendendo Cech. Gol. Davvero un bel gol.
Tutto questo rivedendo le immagini in TV, perché allo stadio, in tribuna stampa aggiunta, tutto questo era oscurato dallo steward che aveva deciso che proprio quello era il momento giusto per portarci i foglietti con le formazioni.

martedì 10 marzo 2009

I've Seen the Old Trafford in My Dreams

Si dice che sia inelegante raccontare i propri sogni (se non al proprio analista). Ricordo in proposito, ad esempio, una battuta in un film di Wim Wenders, "Falso movimento", tratto dal Wilhelm Meister di Goethe (chissà la battuta se c'è anche nel libro). Ma questo sogno devo raccontarlo.
Non è stato un sogno notturno però: stamattina, erano quasi le otto, sono stato svegliato dal cane, ma pochi minuti dopo sono tornato a letto e ho dormito fino a dopo le nove, arrivando dieci minuti in ritardo alla lezione di cinese su skype.
In quella mezzora abbondante ho sognato Manchester vs. Inter, il ritorno di Champions League che si gioca domani sera, ma che fino a pochi minuti fa pensavo fosse oggi (cioè pensavo che oggi fosse già l'11). Però ho sognato di vederla da bordo campo, come mi sarebbe tanto piaciuto (poi i casi della vita e gli impegni quotidiani hanno deciso diversamente).
Era un Old Trafford molto più sgarrupato e spartano di quello che si vede in TV, quasi uno stadio di campagna, pur sempre molto inglese.
Sì, ma la partita come è andata? Nel primo tempo attaccano di più i Red Devils senza segnare. Poi nel secondo tempo l'Inter ha due occasioni per passare, la prima su un erroraccio della difesa, poi una specie di rigore in movimento in bello stile di Balotelli, fuori di qualche centimetro. Poco dopo, palla lunga nell'area dell'Inter, difesa colta quasi in contropiede, fallo di mano, rigore di Cristiano Ronaldo e gol, siamo circa al ventesimo della ripresa. L'Inter cerca di ribaltare il risultato, con l'1-1 ci qualifichiamo, ma non c'è niente da fare. Quando mancano pochi minuti alla fine mi allontano per la tensione, e cammino con un signore che poi scopro essere il mio povero babbo, il quale mi dice che non si riconosce più in questo calcio che lascia fuori i talentuosi per mettere gente tosta, ma senza abilità e mi cita il caso di Acquafresca lasciato fuori nel Cagliari (e io aggiungo anche Matri e Jeda) per un giocatore straniero che non esiste in natura (qualcosa non esiste, tipo Tomas... no, no, non era Larrivey). Strana questa citazione per Acquafresca.
Quando torniamo a bordocampo la partita è finita ma ci sono i giocatori del Manchester che stanno firmando autografi verso un po' dei propri tifosi. Uno dei giocatori, che mi sembra abbastanza giovane (forse Carrick) mi dice in italiano: " "Complimenti Inter!" (in fondo abbiamo perso solo 1-0 su rigore). Gli chiedo come sa l'italiano, mi racconta qualcosa che non ricordo. Gli chiedo come ha visto la partita. Interviene anche un altro giocatore più anziano, uno grosso biondastro che non esiste nel Manchester e dice: "Bene se non fosse per i troppi falli stupidi, specie di Martins". Gli faccio notare che Martins non gioca più nell'Inter e allora si mettono d'accordo che forse era Muntari. Una tifosa del Manchester mi chiede il cambio della felpa: ho una felpa blu della Rai, niente di che, anche perché usata, lei ha una giubbotto sportivo non male, ma anche questo usato e forse un po' femminile. Con un po' di titubanza, accetto lo scambio. C'è un bel clima tutto sommato, ma porca pupazza siamo fuori.