sabato 26 ottobre 2013

Le avventure di Piersky

Soggetto per un corto (lungo) o anche per un lungo (corto) o per un medio (medio).

In una livida Berlino (ma l'opera può essere ambientata anche in una livida Parigi o in una livida Torino, se le rispettive film-commission coprono la produzione di sufficiente denaro) Piersky, un fantomatico artista (o forse UNA fantomatica artista o persino un fantomatico collettivo di artisti), ispirato al 50% da Piero Manzoni e al 50% da Bansky, appone chili di "merda di artista" (disposta talvolta in eleganti ghirigori astratti, talaltra in efficaci soggetti figurativi) sulle facciate dei condomini del centro.

Nonostante le migliaia di telecamere in funzione, le azioni di Piersky sono sempre così rapide ed efficaci da gabbare qualsiasi sistema di sorveglianza.

La città si divide: il sindaco, supportato dalla maggior parte dell'opinione pubblica, dai condomini, dai media mainstream, rivendica l'inviolabilità della proprietà privata e lo scarso valore artistico dell'operazione, ma ben presto si addensa una fazione opposta trasversale composta da critici d'arte, amministratori dei condomini (che vagheggiano faranoiche creste sui lavori di ripulitura), centri sociali e da alcuni importanti influencer (blogger, twitstar e da uno dei giudici di X-Factor che molti sospettano fare parte del collettivo artistico in prima persona) i quali ritengono Piersky il più creativo antagonista della visione capitalistica. Infatti, molto più radicale di Maurizio Cattelan (e del suo dito) e di Paul McCarthy (e della sua merda in marmo, nella foto de La Repubblica, qui sopra), Piersky, vero interprete e cantore del disagio contemporaneo, utilizza infatti vera merda umana (come confermano le analisi del Ris di Parma (o l'omologo del CSI di Berlino o di Parigi, di solito si riescono a ottenere dei fondi per la produzione anche da lì...).

Mentre la livida Berlino/Parigi/Torino è avvolta nel fetore e le forze dell'ordine brancolano nel buio, una giovane giornalista gnocchissima (una livida Natalie Portman, una livida Rachel McAdams (nella foto a destra), o persino una livida Mila Kunis, a seconda di chi viene via a meno) riesce a determinare la vera identità di Piersky, quand'ecco che..."

mercoledì 16 ottobre 2013

Milano siamo noi (ovvero Erick Thohir = Rock Hit Heir)


Non dite che non ce l'avevano fatto capire qualche anno fa. Ricordate la maglia del centenario? In qualche modo conteneva già il nostro destino (la maglia è quella originale, il riquadro nero è mio).

Non sono certamente tra quelli che si stracciano le vesti per l'acquisto da parte di Erick Thohir delle quote di maggioranza della squadra per cui faccio il tifo. Trovo anzi un po' razzista l'atteggiamento di diffidenza riservato a lui da molti commentatori per il solo fatto di riferirsi a un indonesiano. Certamente sarebbero stati più teneri con un americano, un tedesco o un argentino, ma tant'è: ognuno è responsabile delle proprie perversioni.

Alcuni milanisti in questi giorni sottolineano che, adesso più che mai, Milano sono loro. Ora è certamente vero che i proprietari di Milan e Inter sono nati l'uno a Milano (Silvio Berlusconi) e l'altro a Giacarta. Ma, tanto per iniziare, Berlusconi glielo lasciamo tutto intero e in secondo luogo Milano, la nostra amata città di Milano, è diventata grande nel tempo proprio per aver saputo accettare e mettere all'opera gente arrivata da tutto il mondo. Secoli fa erano persone giunte in città dai paesi tutt'intorno: tutti questi Mandelli, questi Lissoni, questi Comi, questi Vimercati che abitano a Milano da dove credete che arrivino? Da Mandello per l'appunto, da Lissone, da Como, da Vimercate: sono genitivi locativi diventati cognomi. Via Ciovasso e via Ciovassino, nel cuore di Brera, si chiamano così perché erano abitate da famiglie originarie di Chivasso (Ciovàs). Poi c'è stata l'immigrazione dal Veneto, dalla Toscana, dal Mezzogiorno (io stesso sono un mix di antenati milanesissimi, pavesi, toscani e pugliesi). Poi quella da paesi sempre più lontani. Se, in qualche ora di carrozza, secoli fa si arrivava da Oggiono o da Vigevano ora, nello stesso tempo, si arriva da Giacarta: il concetto, e il tempo, è lo stesso. Ma la cosa fondamentale è che da ognuno di questi arrivi Milano ha saputo trarre motivo di orgoglio e di sviluppo. Se, anzi, avesse saputo farlo ancora di più, beh ora, chissà, forse sarebbe arrivata al livello di New York. Quindi aprirsi allo "straniero" non solo è molto furbo, ma è anche molto milanese. Amici nerazzurri, ora più che mai, Milano siamo noi, proprio perché siamo internazionali, anzi: siamo l'Internazionale.

Tra l'altro: l'anagramma di Erick Thohir è "Rock Hit Heir", ovvero: l'erede di un successo rock. E chi è pù rock dell'Inter? E per rimarcare ancora meglio il concetto che Milano è diventata grande grazie agli apporti di tutto il mondo, ecco alcune terzine dantesche lette oggi a Caterpillar AM (Radio2 RAI) e una seconda versione della bandiera indonesiana.

Indi si fece un uom più presso a me
e solo sospirò: “Sono Moratti.
Eh, nel duemiladieci, l'un-due-tre,
ci ha fatto divertire come matti
con Mou con Julio Cesar e Milito,
ma un nuovo giorno porta nuovi patti”
Ai più parea sereno, ma avvilito
sembrava a me che allor per consolarlo
dissi: “Ma presidente è già pentito?
Lo vedo che si porta dentro un tarlo.
Non se la prenda e pensi che Milano
ha sempre aperto a tutti, è giusto farlo,
venissero da Bresso o da lontano
da Napoli, da Lima o da Pretoria.
Che cosa vuol che sia un indonesiano?
andremo tutti insieme alla vittoria”.

(Dal Paradiso Novo)

sabato 28 settembre 2013

Facebook - Sette categorie di "amici" da eliminare

Forse dovremmo tutti fare un po' di pulizia tra i nostri contatti Facebook. 
Sicuramente devo farlo io che per un certo periodo ho accettato praticamente tutti. All'inizio-inizio ero più selettivo, poi ho sbracato finché non sono arrivato a 5000 amici, (eliminandone solo 3-4 davvero molesti), con il risultato che ora i nuovi contatti veri, quelli della vita reale, non riescono più ad essere aggiunti perché Facebook non ci fa andare oltre le cinque migliaia (una restrizione tutto sommato ragionevole, ma che ti costringe a un po' di doverosa manutenzione degli elenchi).

Pertanto, seguendo criteri precisi ho messo giù una prima lista di circa 250 nomi che, a prima vista, potrei tranquillamente eliminare. Essendo molto prudente non li eliminerò di colpo, ma li inviterò tutti a un evento “Permanenza tra gli amici” e poi deciderò in base alla loro partecipazione all'evento e ai loro eventuali commenti. Vediamo di chi si tratta (gli esempi citati sono tutti veri nomi di alcuni dei miei 5000 amici).

Premettendo che il mio contatto ideale segue il modello Nome Cognome (preferibilmente il Nome e il Cognome di qualcuno che conosco, come Filippo Rossi o Laura Carcano) e già la presenza di un soprannome, oppure la versione Cognome Nome, oppure l'uso di maiuscole o minuscole a caso mi turba un po', (anche se poi alla fine ho sempre accettato tutti) ecco le sette categorie che inizierei a eliminare.

1) Società (es. Punto Ufficio Scuola, Vertical Garden Mosstile) o esercizi commerciali (es. Piadineria Riccione, Gelateria L'Era Glaciale, Fotofficina Putignano). Posso esserne amico del titolare o di un impiegato, ma come faccio a essere amico di una piadineria o di un agriturismo? 
Qui l'eliminazione si imporrebbe anche solo per evitare due rischi: A) La duplicazione: potrebbe infatti capitare che su Facebook io sia “amico” sia del titolare, sia della sua piadineria e, per avere questo doppione, mi tocchi lasciar fuori qualche amico vero, fermo restando che nella Piadineria Riccione io non ho mai messo piede  L'altro rischio è di venire usati semplicemente per fare numero e garantire alla Gelateria L'Era Glaciale o alla Park View Viaggi della visibilità indebita. Suggerisco pertanto alle persone che fanno riferimento a queste società di chiedermi, se lo ritengono, l'amicizia come individui.

2) Esiste poi una categoria un po' più vasta di associazioni politiche-sociali-culturali, redazioni, case editrici, gruppi musicali, teatri e organizzazioni varie che nel mio caso vanno da Giovani Socialisti Bergamo a FIOM-Cgil Lombardia, da Bluradio Veneto ad Anpi Monterotondo, dai Contadini Cucinieri fino al Club Tenco Sanremo e che assomigliano in qualche modo ai membri della categoria 1, ma con alcune differenze. Intanto per molti di loro so di chi si tratta e quindi, spesso, ho per loro un maggiore apprezzamento di quanto ne possa avere per uno sconosciuto negozio di Putignano. O anche un assoluto apprezzamento, come nel caso di Libera.
Ma mi domando se non esista un metodo più razionale anche su facebook (ad esempio la mia eventuale iscrizione alla pagina pubblica del Club Tenco o di Bluradio Veneto) per essere informato delle loro iniziative. A sua volta il singolo redattore di Bluradio Veneto può tranquillamente chiedermi l'amicizia o iscriversi alla mia pagina pubblica per essere informato dei miei update. 
Un esempio eventualmente da seguire, per loro, è quello di Nicoletta Fabrizio dell'associazione Yowras che si è iscritta a Facebook come Nicoletta Fabrizio Yowras, così io che sono amico suo, mi ricordo che lei è la referente dell'associazione, senza aver bisogno di essere amico dell'associazione, (posso semmai essere iscritto alla pagina pubblica dell'associazione, ma questo è un altro paio di maniche).

3) Esistono poi una serie di nomi assolutamente “misteriosi” (“Cosa facciamo stasera” oppure “Una vacanza dimenticabile”). Perché dovrei esserne amico? Eppure è così. Se dietro a questi nomi si nascondono persone in carne e ossa, ebbene che si svelino e mi chiedano l'amicizia come tali e poi eventualmente mi chiedano di seguire la pagina pubblica delle loro iniziative, ammesso che ne esistano.

4) Simile alla numero 3) è la categoria dei nomi fake, fasulli (come Francis Scott Fitzgerald, Eva Kant, Franco Califano, Paolino Paperino o Nikolaj Lenin). Escludendo che si tratti dei titolari, in quanto spesso morti o mai esistiti, c'è una remota possibilità che anche dietro questi paraventi si celino persone in carne e ossa davvero interessate a una amicizia reciproca (e allora, anche loro, che si svelino), ma più spesso l'adozione di questi nomi è una pirlata fine a se stessa. 

5) Una categoria molto simile alle ultime due è quella dei nomi-minkiata. Tra queste segnalo ad es. Lognomo Gnomo o Nut Ella o anche solo C'est moi. Anche qui vale il discorso “svelatevi”. Menzione particolare per “Carletto Sonofattimiei”. Se sono fatti tuoi perché dovrebbero essere anche miei?

6) Un'ultima piccola categoria è quella degli animali domestici. Questa è una categoria eroica, che nei primi tempi di Facebook poteva anche avere un suo tenero senso. Un paio di amici hanno iscritto i propri cagnolini o gattini (Otta Ottona e Olgaeteo Jackrussel). Li eliminerei, visto che, almeno nel primo caso, sono già amico, anche su Facebook, di entrambi i coniugi titolari e quindi posso essere agevolmente informato delle loro novità (e loro delle mie) utilizzando le nostre rispettive pagine. Un po' mi spiace farlo, ma considerando anche che io non ho iscritto Napo, beh tutto sommato non vedo perché non escludere anche loro per fare spazio a qualche amico vero.

7) La settima categoria è quella più numerosa, ma va oltre questo primo stock di 250 nomi da eliminare. Si tratta della cosiddetta “maggioranza silenziosa”. Sono i supposti amici “solo di Facebook” di cui non sappiamo niente e con cui non ci diciamo mai niente. Mai un commento, mai un like, mai un messaggio. Spesso, con le recenti restrizioni di Facebook, non vediamo più nemmeno i reciproci cambi di stato. Ma andare a pescare chi siano questi amici dormienti non è così facile. Quasi certamente esistono dei tool per farlo, ma per il momento non ho tempo né voglia di cercarli.

lunedì 12 agosto 2013

I paradossi dell'ordine

Già tempo fa (qui) avevo tentato di realizzare un obiettivo apparente contraddittorio: ovvero quello di mettere un po' di ordine nella categorizzazione delle persone disordinate.

Avevo individuato due categorie principali di "disordinati": 1) i "cattivi archivisti", cioè le persone che (per i più svariati motivi, che vanno dalla fretta, alla pigrizia, alla distrazione ecc.) tendono a non mettere le cose al posto giusto; e 2) i "cattivi ricercatori", cioè le persone che hanno difficoltà a reperire le cose nel posto giusto, ovvero dove si trovano (è proverbiale il caso di chi apre un cassetto e non vede la forbice o la camicia placidamente offerte ai propri occhi).

Avevo poi però intuito che le due categorie non sono mutuamente esclusive: anzi tendono a rinforzarsi a vicenda. Spesso chi è un "cattivo archivista" finisce col diventare anche "un cattivo ricercatore", perché scoraggiato dalla sfiducia in se stesso. In pratica: io, perfettamente consapevole di essere un "cattivo archivista", so bene che a suo tempo potrei NON aver archiviato l'oggetto desiderato "nel posto giusto", e quindi lo cerco con meno convinzione, fino al punto di non riuscire a trovarlo nemmeno se si trova al posto giusto.

Oggi però vorrei soffermarmi su tre snodi dell'ordine che probabilmente inducono (oltre alle già citate fretta, pigrizia e distrazione) alcuni di noi a diventare "cattivi archivisti".

1) Il primo è un vero e proprio paradosso che dimostrerebbe che in qualche caso è meglio essere un po' disordinati. Una persona "ordinata" tende a riporre gli oggetti uguali tutti nello stesso posto: tutte le biro in un portapenne nello studio e tutti i cacciaviti in un apposito scomparto della cassetta degli attrezzi nel ripostiglio. Il che funziona perfettamente qualora il portapenne e la cassetta degli attrezzi si trovino esattamente dove ce li siamo immaginati. Ma se uno dei due raccoglitori è stato spostato, noi, avendo accumulato tutte le biro e i cacciaviti nello stesso posto, perdiamo in un solo istante la possibilità di utilizzare questi attrezzi, perché non ne troviamo nemmeno uno. Sparpagliando invece il materiale avremo sempre qualche possibilità in più di trovare (o meglio di imbatterci), ad esempio, uno qualsiasi dei cacciaviti. Per questo alcuni "cattivi archivisti" lasciano il materiale spalmato un po' a casaccio tra le mura domestiche.

2) Il metodo dello sparpagliamento funziona quando hai più esemplari dello stesso oggetto. Ma quando l'oggetto è uno solo e importante, come ad esempio un documento? Se sa che il documento non dovrà essere usato nei prossimi giorni, anche il "disordinato" per eccellenza tenderà a riporlo in una apposita cartelletta: il rogito, ad esempio, nel faldone "Casa". Ma se il documento dovrà essere usato nei prossimi giorni? Alcuni "cattivi archivisti" tendono a "non mettere via" le pratiche in corso, le cose da usare "tra poco", perché poi si mescolano con le cose vecchie, e allora le lasciano - errore! - su una mensola o in un cassetto tra i più usati, dove tipicamente vengono coperti da libri, giornali, altre carte e poi presi in mucchio da un altro familiare, spostati su un comodino e ivi persi per sempre. O perlomeno fino al giorno previsto di utilizzo: verranno immancabilmente trovati la mattina dopo, fuori tempo massimo.

3) La terza caratteristica dell'ordine è che non è sempre così immediato capire quale sia "il posto giusto" dove riporre le cose. Io che sono mediamente un cattivo archivista, divento un "pessimo archivista" quando sono in viaggio. In piccola parte per la stanchezza provocata dal viaggio, ma prevalentemente per il terrore stesso (mi conosco bene) di perdere le cose. Va detto però che non è così facile decidere, ad esempio, qual è il miglior posto dove mettere il portafoglio e il cellulare. Poniamo di avere pantaloni e zainetto. Normalmente i posti migliori sono tasca posteriore del pantalone e tasca esterna dello zainetto che ti permettono di estrarre il portafoglio o il telefono in fretta e di camminare in sicurezza. Ma se sali sul metrò questi sono i posti meno sicuri e i più accessibili ai borseggiatori. La tasca anteriore dei pantaloni è un'alternativa più sicura, ma scomoda. Resta il tuffo nella tasca grande dello zainetto che tipicamente, però ti costringe a una ricerca affannosa tra gli altri oggetti, tra gli sbuffi e gli sguardi ironici di amici e familiari, quando arriva il momento di pagare o di telefonare una volta uscito dal metrò. Sempre col terrore di avere perso o messo da un'altra parte i nostri preziosi. La mia idea è che, di fatto, NON esiste un luogo ideale per portafoglio e cellulare.

sabato 3 agosto 2013

Sbatti il Silvio in sesta pagina!

Quando, nell'aprile del 2005, i PM milanesi Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale chiedono il rinvio a giudizio per Silvio Berlusconi (e altri) nell'ambito della vicenda giudiziaria che, tra le tante, gli sarà fatale, la notizia guadagna a stento la prima pagina dei nostri quotidiani, per quanto strano questo possa sembrarci oggi, a poche ore dalla condanna definitiva in Cassazione dell'uomo che ha governato più a lungo la Repubblica Italiana.
La Stampa, ad esempio, ce ne dà conto a pagina 6, con un articolo di Paolo Colonnello: Indagine Mediaset - I pm: «Processate Silvio Berlusconi» 
e soltanto un boxino di richiamo in prima pagina. Persino l'Unità relega la notizia a pagina 7 con un pezzo dal titolo speculare, firmato da Oreste Pivetta: I pm: processate Berlusconi anche qui con un boxino in prima, oltretutto in taglio molto basso.
Ho preso i due soli quotidiani che rendono disponibile online la copia cartacea, ma sono pressoché certo che anche gli altri si saranno comportati nella stessa maniera. 
Questo fatto smentirebbe, una volta per tutte, quantomeno l'accusa di accanimento mediatico nei confronti di Berlusconi, anzi confermerebbe la controaccusa di una certa sottostima delle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi. C'è una (molto) parziale giustificazione per i nostri quotidiani. E sottolineo molto parziale. 
La giustificazione è che il rinvio a giudizio arriva nel pieno di una crisi di governo: mercoledì 20 aprile 2005 cade il Berlusconi II, non un governo qualsiasi, ma il governo più longevo della Repubblica Italiana, oltre tre anni e dieci mesi: durato quasi tutta la XIV legislatura, cioè dalle elezioni del 2001 fino, appunto, a mercoledì 20 aprile 2005 quando Berlusconi si dimette.
Venerdì 22 aprile 2005 Silvio Berlusconi ottiene due regalini: il reincarico dall'allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e il rinvio a giudizio dai PM di Milano, ma mentre del reincarico si sa ovviamente subito, del rinvio a giudizio si viene a sapere solo quattro giorni dopo il deposito, ovvero martedì 26, a governo Berlusconi III già formato (i ministri giurano sabato 23) e la notizia viene diffusa, con l'understatement di cui dicevamo, sui quotidiani di mercoledì 27 aprile.
C'è una pagina di Wikipedia molto utile che riepiloga i procedimenti giudiziari a carico di Silvio Berlusconi. Però su questo processo in particolare, che poi si è rivelato il più importante, il "Processo Mediaset", riusciva a collezionare 3 errori in una riga e mezza: la data del rinvio a giudizio (riportava il 27 invece del 22 aprile), riduceva al 10% il numero delle pagine degli atti (50.000 e non il corretto 500.000) e linkava il giornalista Fabio De Pasquale al posto dell'omonimo PM. Adesso abbiamo sistemato, ma non volevamo strafare aggiungendo l'interessante coincidenza temporale tra reincarico governativo e rinvio a giudizio.
E la foto del Petit Provençal di martedì 12 gennaio 1915? Beh, alcuni dicono che i giornali di oggi servono solo per incartare il pesce di domani. Non sarei così radicale. Ma nel negozio Brandy Melville di King's Road a Londra, dove è stata scattata questa foto, usano quotidiani di cento anni fa per tappezzare le pareti dei camerini.

 

domenica 2 giugno 2013

Sette sposi per una Isabella


Girovagando in rete ho trovato questa storia molto divertente (e chissà quanto vera) di una giovane donna che nel 1901, a soli ventotto anni, aveva già avuto sei mariti. Una vicenda che viene raccontata dai giornali dell'epoca spostandola leggermente nel tempo e nello spazio (e anche nel numero dei mariti).

I mariti della giovane donna muoiono tutti in situazioni rocambolesche, non anticipo quali per non togliere il piacere della lettura. Tutti gli articoli segnalano che la fonte della notizia è da ricercarsi in non meglio precisati "giornali spagnoli", ma tutta l'azione si svolge negli Stati Uniti. E tutti gli articoli, indipendentemente dal fatto che siano pubblicati nell'agosto o nel dicembre 1901 si concludono dicendo che la giovane si sposerà ancora "il mese prossimo" (o "questo mese").

La Stampa di Torino del 20 agosto 1901 riporta che la donna si chiama Isabella Caporali ed è nata in Italia e poi emigrata negli USA (per tutti gli altri si chiama Isabel Caporal ed è di origine spagnola). Per la Stampa il matrimonio del mese successivo sarà il sesto (per tutti gli altri il settimo).

Il New York Times (mica l'Eco di Pastrengo) del 23 agosto 1901 riporta The London Pall Mall Gazette che a sua volta cita giornali spagnoli. Ma già qui c'è un marito in più rispetto alla Stampa: Isabel è già vedova anche del sesto, morto in un incidente su un'imbarcazione a vapore. In ogni caso il settimo matrimonio sarà contratto da Isabel il mese successivo.

Lo Hawera & Normanby Star, prestigioso quotidiano neozelandese, nel suo numero del 15 ottobre 1901, riporta invece che il matrimonio è fissato "per questo mese".

Infine l'Arlington Journal, di Arlington, Tx, ancora il 12 dicembre 1901!, ci dice che la povera Isabel si sposerà "the next month" (riporto qui sotto l'intero pezzo, perché il link punta a un documento di 150 pagine e l'articolo su Isabel si trova in fondo).

Sarà stata mai felice, la giovane Isabel?
Thursday December 12, 1901 ONE HUSBAND PER ANNUM.
The Matrimonial Experience of a Young Spanish Woman.
The Spanish journals relate the perhaps unparalleled matrimonial experiences of a young Spanish woman, named Isabel Caporal, who in six years has lost by death six husbands, and now awaits in modest patience her wedding day with a seventh. In 1894 Senorita Isabel, then a young girl of 21, emigrated to New Orleans and soon married a theatrical manager named Freeman, who died in a few months from yellow fever during a starring tour. In order the better to conduct the company the widow, after a few weeks, married one of the actors, a Spaniard named Hany, who was fatally stabbed on their wedding night while trying to mediate
in a brawl in the boarding house. Three weeks later another of the actors led her blushing to the altar. He was a Mexican named Lopez, with whom the offended laws of his country had a crow to pick. Arrested, he sought escape by leaping from a train, was killed, and for the third time in twelve months poor Isabel became a widow. Very soon, however, a fourth husband came along. He was an American militia officer named Knight, but the Cuban war consigned him to an untimely grave and Isabel to the arms of a fifth husband in the person of a South Carolina lumber merchant, who was killed among his own timber. About the sixth husband there are not many details, but he met his end untimely, like his predecessors, in a steamship accident. Standing ―like Niobe, all tears,‖ says a London Pall Mall Gazette correspondent, Isabel is for the moment a widow for the sixth time. But she is young, possesses a small dowry, and a business man in Charleston, greatly daring, has implored her to name the seventh day which is fixed for next month.

sabato 25 maggio 2013

Un caso che fa scuola

Marco Ardemagni
Berlino, marzo 2013: un papà porta a scuola il suo bambino.
Vorrei provare a svolgere un ragionamento non banale riguardo al referendum consultivo sui finanziamenti comunali alle scuole d'infanzia che si terrà domani a Bologna. Premetto subito che non ho risposte definitive e mando mia figlia alla scuola pubblica (tranne gli ultimi due anni di materna perché alla materna comunale, il primo anno, la obbligavano a dormire dopo il pranzo e lei non ce la faceva proprio).

Butto lì subito la mia ipotesi, a partire proprio dall'esempio bolognese, che è questa. 

Per i sostenitori della scuola pubblica i problemi non sono a) le sovvenzioni alla scuola privata ma b) i tagli alla scuola pubblica (cercherò di dimostrare che a e b non sono direttamente in rapporto di causa-effetto) e c) il fatto che le scuole private, in Italia, siano in larga parte confessionali.

Partiamo dal caso di Bologna: il cuore del discorso sono i famosi 1.736 bambini che vanno alle materne paritarie bolognesi (pari al 21% o 23% - secondo le fonti - del totale dei bambini che frequentano le scuole d'infanzia a Bologna), per cui si riceve dal Comune poco più di un milione di euro (esattamente 1,055 cioè 607,72 euro/anno per bambino). Queste scuole paritarie (private) sono in tutto 27 di cui 25 confessionali, 1 laica, 1 steineriana (vedi Repubblica.it). Le rette, che sono pagate dalle famiglie, vanno da poco più di 100 euro a un massimo attorno ai 1000 euro al mese (a seconda della scuola).

Gli altri bambini, grosso modo, vanno al 60% alle materne comunali, gli altri (circa il 17%) alle statali. Il costo bambino/annuo per le comunali è stato calcolato in 6900-7000 euro annuo a carico del Comune. (Va detto che non tutti i bambini di cui stiamo parlando sono residenti nel Comune di Bologna, ma questo cambia di poco i termini della questione).

Qualcuno ha calcolato che il Comune con gli eventuali 607,72 euro x 1736 bambini= 1,055 milioni di euro risparmiati (qualora decidesse non di sovvenzionare più le materne paritarie) potrebbe dare posti a scuola per non più di 145 bambini. Non so se questo sia vero, comunque difficilmente arriverebbe a 1736. Ma vediamo meglio.

Ora, io genitore di un bambino che va alle Scuole d'infanzia comunali, e che voglio continuare a fare così, in cosa devo legittimamente sperare? 
1) Che il comune stanzi i 7000 euro per l'educazione di ogni bambino bolognese A PRESCINDERE da dove i genitori lo mandano! Poi, alle famiglie che, in cambio di soli 607 euro (passati alle scuole, poi verosimilmente convertiti in rette più basse), decidono di mandarli alle private, farei ponti d'oro. Purché i restanti 6400 euro risparmiati per ogni bambino che non va alle comunali, vengano spalmati sulle scuole comunali e vadano a migliorare la qualità dell'insegnamento e delle strutture destinati a quelli che restano alle scuole comunali.
2) Oppure potrei sperare che il comune decida di spalmare i 6400 euro risparmiati anche su altre cose (es. 2000 per ridurre le tasse ai cittadini (tra cui io), 1000 per riparare le buche stradali (tra cui quelle in cui viaggio io) e 3400 per gli asili comunali eccetera. 
3) Potrebbe venirmi addirittura voglia di sperare che il comune incentivi ancora di più la quota, ad esempio a 1200 euro, invogliando ancora un numero maggiore di cittadini a "fare da sé", lasciando nelle casse degli asili comunali sempre più soldi (in questo terzo esempio: 7000-1200=5800 euro risparmiati per ogni bambino che va in un'altra scuola, ma moltiplicati per un numero ancora più alto rispetto ai 1736 bambini attuali) per migliorare la qualità di quelli che rimangono.

Capisco le obiezioni all'ipotesi 3)
Obiezione 1: Faremmo una scuola per i ricchi e una per i poveri.
Risposta: A parte che già adesso è così. Senza finanziamenti, i bambini alle private forse scenderebbero un po', ma i più ricchi, per cui i 607 euro/anno di retta in più non fanno la differenza, continuerebbero a mandarli alle private. Se invece si aumentassero i finanziamenti alle private invogliando sempre più genitori a mandarli alle private (SENZA PERO' stornare fondi alle pubbliche!) alle fine, con i risparmi accumulati avremmo delle comunali di lusso!

Obiezione 2 (più sensata): Questa scelta innescherebbe un meccanismo di impoverimento complessivo della scuola pubblica: Bologna non potrebbe mantenere a lungo i 7000 euro/bambino su tutta la popolazione se poi alla scuola pubblica vanno in quattro gatti (bambini) a godersi questo enorme patrimonio. Rispsta: Però, pensateci: scatterebbe anche un meccanismo opposto. L'avere fondi a disposizione con pochi bambini porterebbe anche molti genitori a tornare alla scuola pubblica proprio perché poche teste (bambini) si spartirebbero un grande finanziamento.
Obiezione 3) perché finanziare noi, stato laico, un'educazione prevalentemente orientata in senso religioso?
Risposta: Ma qui il problema è: perché è così poco redditizia l'educazione materna che QUASI solo istituzioni con un immenso patrimonio (come la Chiesa Cattolica) e animati da secondi fini (la diffusione della cultura cattolica) più che non da criteri imprenditoriali e di efficienza, possono permettersi di fondare scuole materne private?


La mia posizione, ovviamente, è che il costo dell'educazione materna e dell'obbligo deve essere totalmente (o in larghissima parte) a carico dello stato, ma l'educazione non deve essere necessariamente fornita direttamente dallo stato (o dai comuni) e che dobbiamo fare di tutto perché una pluralità di attori, siano messi in grado di competere ad armi pari e attirare quanto più possibile il favore di famiglie e studenti, anche con proposte educative differenti (nell'ambito di linee guida condivise) e con la possibilità di selezionare puntualmente il corpo insegnante aldilà dei punteggi e delle graduatorie (e chi intende invece mantenere questo "stile di selezione", poi ne ottenga il giusto feedback in termini di disaffezione dell'utenza/clientela).

PS: ho già postato questo intervento sulla mia pagina facebook, ma con alcuni refusi che sono stati qui emendati.

Alcuni utili contributi alla discussione. Un intervento molto orientato al no (scelta A del referendum): su Internazionale (si vedano anche i due articoli precedenti linkati nel testo). Il riepilogo di Repubblica.it. La posizione dei sostenitori della mozione B, l'Amaca di Michele Serra di oggi e qui la posizione di un blogger de Il Fatto Quotidiano.