martedì 31 marzo 2015

Il periscopio sbuca e vince

Periscope entra e vince: due giorni fa non sapevamo della sua esistenza, oggi non riusciamo già più farne a meno. A partire da noi stessi di Caterpillar AM (che stamattina, grazie all'insistenza di Filippo Solibello ci abbiamo dato dentro già dalle 7:45), ho visto alcune delle migliori menti della mia generazione (Fiorello Rosario, Fiorello Beppe, Nicola Savino, Andrea Delogu, Elisa D'Ospina, Matteo Caccia, Zoro e tanti altri) divertirsi a mandare in rete (in broadcast) i loro streaming. Tra l'una e l'altra delle performance di questi amici/colleghi ho visto affascinanti reportage di mura di carceri turche e di giovanotti americani che si allenavano. Niente male per il primo giorno di utilizzo. 

Ora già domattina noi di Caterpillar AM proveremo a dare una svolta creativa al mezzo, stay tuned come si dice. Ma sarà solo l'inizio.

Ora io non ho provato a usare Meerkat, l'antesignano, a cui Periscope pare proprio avere fatto le scarpe nella culla. Ero (e sono) però un discreto fan di Google Hangout On Air, un'applicazione per certi versi analoga, dalle infinite potenzialità, che avrebbe potuto avere lo stesso successo fulminante se solo fosse stata più semplice da usare.

Nelle due foto a fianco Rosario Fiorello si aggiudica il derby con il fratello Beppe. Stamattina verso le 9:30 erano su Periscope entrambi, ma mentre Rosario (qui a sinistra) faceva sfracelli passeggiando a Vicenza, Beppe era ancora alle prese con test senza immagini (a destra),

Cosa fa, in breve (qui e qui la spiega lunga), Periscope? Da quello che sono riuscito a capire (e a fare vedi qui sotto il mio quinto test con Napo):  
Periscope manda in rete le immagini in movimento e la voce che tu riprendi, tipicamente con uno smarthpone o un tablet. E chi le vede? Fondamentalmente, in prima battuta, i tuoi follower di twitter che hanno deciso di seguirti anche su Periscope (che a Twitter è strettamente collegato, cosa che Meerkat non aveva). Ma poi anche tanti "sconosciuti" che ti trovano direttamente su Periscope. E chi li avverte? O un tweet su Twitter (che, quando le cose vanno bene parte in contemporanea con la tua trasmissione o broadcast), oppure uno specifico cinguettio di Periscope, ma molti ti trovano senza che tu li avverta. Cosa possono fare gli spettatori? Possono mandarti dei messaggi (che vedi tu, ma anche gli altri spettatori) e dei cuoricini a mo' di mi piace.

Dimenticavo: Le tue quattro trasmissioni più recenti restano online per visioni "in differita".

Come riassunto di base penso che possa bastare.

Google Hangout On Air, nella sua funzione di base, non è molto differente: anche lui trasmette in rete le immagini  in movimento e la voce che tu riprendi, tipicamente con uno smarthpone o un tablet. Inoltre, diversamente da Periscope, è in grado di collegare fino a 9 persone in contemporanea dentro il tuo streaming e sta a te decidere chi mandare in primo piano e chi tenere nei riquadri sotto. Quindi, riepilogando, ci sei tu, il regista, altre 8 persone dentro lo streaming, e tutto il mondo fuori che può vedervi quando vai in broadcast. Come ti vedono? Collegandosi a Youtube. Sulla carta assomiglia più a una conference call in cui ci sono fino a 9 persone a parlare e alla cui conversazione assiste tutto il mondo. Nulla vieta però alle 9 persone di non rimanere sedute al tavolo, ma di muoversi nel mondo (come tipicamente fanno quelli di Periscope) e, magari fare delle performance musicali ognuno nella propria location. Anche qui per chi vede dall'esterno, è possibile mandare messaggi e fare domande ai 9 partecipanti. Ripeto: le potenzialità sono enormi. Si pensi alla combinazione: Giornalista musicale a Milano, intervista rock star a Londra, altri 7 fortunati fan sono dentro la conference call. Tutto il resto del mondo vede la cosa su YouTube e pone domande. Eppure questa applicazione che è attiva già da qualche anno, non ha avuto il successo immediato di Periscope. Perché? Perché è molto farraginosa da usare, almeno in prima battuta, tra utenze di Google+ e collegamento con YouTube, qualche problemino nell'invio degli avvisi e un'interfaccia generale ammazza marketing (già di per sé non eccelso).

Insomma Periscope fa meglio e in modo estremamente semplice alcune delle cose che Google Hangout On Air non è riuscito a convincere molti utenti a fare. Un'occasione mezza persa (ma non definitivamente) da una parte, una cascata travolgente dall'altra.

giovedì 26 marzo 2015

Bufale e antibufale (il Ghana, lo Zambia e Gesù).


Ormai è chiaro anche ai sassi che la notizia del turista italiano Antonio Boretti che portando i sandali, una sciarpa e la barba lunga, sarebbe stato scambiato per Gesù, adorato come tale e ricoperto di doni dalla gente di Chipata (Zambia) è una vera bufala.

Ciononostante ilgiornale.it (complimenti vivissimi), l'huffington post (che se non altro, diversamente da il Giornale, riporta in fondo al pezzo che la notizia potrebbe essere una bufala) e altri media online italiani, come blitz quotidiano, continuano a mantenere la storia sui propri siti. 

Ma perché? Con ogni probabilità sarà giunta anche a loro la voce che molti altri siti come il Messaggerobufale.netViaggi News li hanno additati come estensori di notizie false. Però io credo che abbiano comunque una certa convenienza lasciare le pagine online. Anche se la notizia è falsa, le pagine sono così tanto linkate dai siti che lo segnalano (vedi questo mio stesso post) che avranno un bel numero di click "gratis" da parte di utenti che vanno a vedere di persona quanto sono stati tonti al Giornale o all'Huffington a pubblicare una notizia falsa. E visto che il loro unico scopo è quello di portare a casa dei click, ogni accesso alla pagina si trasforma in piccolo premio all'incompetenza. 

Ma mi pare che nemmeno i numerosi siti che hanno denunciato la bufala abbiano dato il meglio di sé al 100%. 

Tutti hanno scoperto che la notizia originale risale al marzo 2014 e secondo loro era stata lanciata da una serie di siti nigeriani come il Nigerian Watch o Nigeria Films (segnalo subito che in tutti questi passaggi la foto rimane la stessa ed è quella che riporto qua sopra). Secondo questa versione "originale" del marzo 2014 i fatti si svolgevano non nello Zambia, ma in Ghana (a Taifa o a Dansoman) e l'uomo scambiato per Gesù era, di fatto, non un turista italiano, ma un attore che stava girando un film proprio su Gesù Cristo. 

Poi, sempre secondo i siti bene informati, inspiegabilmente la notizia, dopo un anno di silenzio, era stata "rilanciata" in inglese dal Malawi Voice il 18 marzo 2015, spostandola però dal Ghana allo Zambia, (e dall'attore al turista italiano), ma mantenendo la stessa foto (il nome Antonio Boretti, per dire, sembra proprio un'invenzione del Malawi Voice datata 18 marzo 2015). E poi dal Malawi, forse attraverso qualche passaggio intermedio, il contagio della notizia aveva raggiunto Giornale, Huffington Post e altri siti italiani il 25 marzo. Fin qui la spiegazione dei siti che avevano fatto debunking, sgamando la bufala iniziale.
Cercando però più a fondo con la foto (Google da qualche anno ti permette di cercare tramite immagini), ho scoperto che la più vecchia fonte delle notizie è costituita da un altro sito, non nigeriano, ma ghanese. Cioè non è un lancio dei primi di marzo 2014  (come riportano i nostri siti antibufala) ma del 27 febbraio 2014 e il primo sito a raccontare la storia appare essere Ghana Nation con un pezzo a firma di una donna: Maureen Abotsi, cliccando sul nome della quale appare però, stranamente, il profilo di un uomo, tale Dan Soko che sembra essere il pusher primario della notizia, nella sua versione originaria, quella del febbraio 2014.

Ora tutti gli antibufala, oltre a non centrare il nome del "paziente zero", nella loro lodevole azione, gettano sì un meritato fango sul rilancio (con spostamento nello Zambia) effettuato nel 2015 (Malawi-il Giornale- Huffington Post), ma nessuno mette in dubbio la veridicità della notizia "originale" del 2014 (quella ambientata in Ghana).

Nessuno di loro, ad esempio, si è messo a cercare se effettivamente si stesse girando un film su Gesù in Ghana l'anno scorso 
(e se sì, quale) e se sia completamente vero che l'attore sia stato adorato e ricoperto di doni, in Ghana, nel febbraio 2014. O se qualcuno ha fatto questo controllo io non l'ho trovato. Tra l'altro: come si chiamerà questa star del cinema? Si tratta di un bianco: possibile che nessuno dei siti italiani lo abbia riconosciuto? Gli indizi ci portano a pensare che anche nella versione del 2014 la notizia sia una vera bufala. Ma, una volta puntato il dito contro i siti che avevano creduto alla bufala del 2015 ("turista italiano nello Zambia"), anche questi siti sembrano abboccare alla bufala del 2014 ("attore in Ghana").

PS: il Malawi Voice, nella sua sfrontatezza, non solo ha falsificato la notizia spostandola nel tempo avanti di un anno e nello spazio dal Ghana (ammesso che fosse vera anche lì) allo Zambia, ma si è appropriato anche della foto, ponendo la URL del proprio sito stampigliata in rosso sulla foto, come si può notare allargando l'immagine qui sopra (di solito non pubblico foto coperte da copyright, ma questa volta occorre proprio farlo, visto quanto è farlocco quel copyright).

Si dirà: beh, ma lì è l'Africa. Beh, amici, questa pratica è in voga anche in Italia. Il 9 febbraio 2013 ho scattato una foto a Oscar Giannino nel corso di un flash mob di FARE, poi l'ho twittata
e me la sono ritrovata qualche ora dopo in questa fotogallery del Corriere.it (e vabbè...), senza che me lo chiedessero (e vabbè...), CON IL LORO COPYRIGHT (ennò!)

martedì 24 marzo 2015

Non ho avuto un attimo


Come a quasi tutte le persone che conosco, capita anche a me di non riuscire a tener fede alla promessa di fare una certa cosa. La pigrizia, la dimenticanza, la mancanza di tempo mi portano talvolta a dare buca.

Spesso sono proprio i migliori amici, che presuppongo essere più comprensivi nei miei confronti, a farne le spese. Con un tempo limitato a disposizione, forse sbagliando, preferisco tener fede agli obblighi verso gli estranei, per non fare brutta figura con loro, trascurando le richieste degli amici, confidando nel perdono di chi mi vuole bene. "Mandami l'indirizzo di quell'albergo a Sanremo", "Ti ho spedito una copia del mio ultimo libro di racconti per bambini di tre anni, mi dici cosa ne pensi?" "Tutte le mattine mi alleno al Parco di Trenno vieni con me una volta?". La mia risposta, lì per lì positiva, si tramuta, nel corso dei giorni, delle settimane, dei mesi, in una plateale inadempienza.

Quando poi mi capita di rincontrare l'amico o l'amica, la giustificazione standard è: "mi spiace, ma non ho avuto un attimo". Ma riflettendoci bene, questo è vero fino a un certo punto. Lo so io, ma lo comprende anche l'amico e l'amica che, specialmente in tempi di social network, ha avuto modo di apprezzare quanto del mio tempo recente è stato speso, ad esempio, nella stesura di 
tweet, aggiornamenti di status e post di scarsa utilità sociale, proprio come questo. 

La verità è che NON è vero che "non ho avuto un attimo", ma è vero che quando ho avuto l'attimo non mi è venuto in mente di fare quella cosa lì.  Questa è la vera verità, il più delle volte (opzione 1).

Oppure (opzione 2, caso più raro), mi è venuto sì in mente, ma mi risultava troppo scomodo o stancante fare esattamente quella cosa lì in quel momento.

Nessun amico vero è così stronzo da risponderti: "Ah Marco, tu non hai avuto un attimo? E allora perché da quel giorno in cui te l'ho chiesto hai già scritto dodici post sul tuo blog?".

Ma qualora l'amico fosse così urticante da chiedermelo io potrei quindi rispondere senza sentirmi particolarmente in colpa: "quelle poche volte in cui ero libero non mi è venuto in mente" (opzione 1) oppure "quando avevo del tempo libero ero troppo stanco per leggere i tuoi racconti per bambini di tre anni, ma non abbastanza stanco da non riuscire scrivere i miei post" (opzione 2). E se questa seconda spiegazione sembra strana, chiunque ammetterà che anche dopo una cena in cui si è riempito a dismisura, magicamente un posto per il dolce, chi ama i dolci, lo trova sempre.

Poi ci sono anche (ma personalmente sono piuttosto rare), le volte in cui ho dato scientemente bassa priorità a quella promessa (opzione 3). In questi casi faccio fatica ad ammettere la mia inadempienza, però spero sempre che gli amici veri possano capire.

Per descrivere questa condizione dello spirito, ovvero il falso non-ho-avuto-un-attimismo, manca una parola. Share, il programma di Gianluca Neri e Daniela Collu (Stazzitta) a Radio2, censisce nella rubrica Come non detto proposte di parole che colmano questi buchi lessicali. Sabato 14 ne ho proposte due che avevo nel cassetto da tempo (ci avevo scritto anche dei post): il penultimismo (la soddisfazione di avere almeno uno che sta peggio di te, tipica dei media italiani quando escono le statistiche sul PIL o sulla libertà di stampa) e il correlato scansapalismo (l'opinabile virtù di chi evita l'errore più diffuso e se ne bulla, ma ne commette altri, come il ristoratore milanese che non eccede con la rucola, però cucina male).

Ora però dobbiamo trovare il termine che descrive la condizione di chi, come me, non fa qualcosa, ma non esattamente perché "non ha avuto un attimo". Proposte?

sabato 21 marzo 2015

La difesa dell'Inter e il disimpegno elaborato


Nella partita di andata degli ottavi di finale di Europa League contro il Wolfsburg, al 63' minuto, sul risultato di 1-1, l'Inter ha subìto l'ennesimo gol originato dalla scelta di non rinviare la palla lunga in avanti, quando questa si trova tra i piedi del portiere, preferendo il "disimpegno elaborato" (o, come alcuni amano dire, scegliendo di "ripartire dalla difesa").

Ancora una volta una scelta erronea ha portato al gol, in questo caso un gol particolarmente pesante perché, in ultima analisi, è stata la causa prima (non certo l'unica) dell'eliminazione dell'Inter dall'Europa League, con l'abbandono dell'ultimo traguardo stagionale della squadra di Mancini (forse non tutti ricordano che fino a quel momento, e si era già oltre un terzo dei 180 minuti totali, l'Inter non solo aveva la qualificazione dalla propria parte, ma era andata vicinissima al gol dell'1-2 che avrebbe potuto indirizzare la sfida in ben altra direzione).

Certo, diranno subito i miei piccoli lettori, c'è stato un madornale errore tecnico da parte di Carrizo (poi raddoppiato da un altro tipo di errore sul calcio di punizione successivo), ma la mia opinione è che se tendiamo ad alzare esponenzialmente il numero di tentativi di "disimpegno elaborato", è inevitabile anche per la migliore difesa (e quella dell'Inter non è una delle migliori), commettere qualche errore. E commettere un errore in quella zona del campo porta quasi sempre a un pericolo grave o ad un gol.

La tesi che cercherò di sostenere in questo non brevissimo post è che quando la palla si trova tra i piedi del portiere, o dell'ultimo difensore, e ci sono degli avversari nelle vicinanze è meglio allontanare quanto possibile (e quanto prima) il pallone dall'area. E anche quando la palla si trova tra le mani del portiere è meglio un rinvio lungo che non un passaggio al difensore più vicino. Questo vale in generale, ma a maggior ragione vale per l'Inter di queste stagioni. Vediamo perché.

1. Partiamo dai dati di fatto. L'Inter nelle ultime due stagioni (quindi a partire da quando l'allenatore era ancora Mazzarri) ha subìto svariati gol originati dalla pressione degli avversari sul portiere o sui difensori centrali e dalla pervicace decisione (immagino indotta dall'allenatore) di non allontanare il pallone. Non ho con me tutte le statistiche, ma, solo a memoria, ricordo il primo gol subito contro il Torino nel 2-2 della stagione 2013-14, il gol subito nell'1-1 a Palermo con un pressing su Vidic, il primo gol subito nel 2-2 casalingo contro il Napoli (nato da una rimessa laterale regalata per il pressing sul difensore), fino al gol contro il Wolfsburg, ma sono certo di scordarne diversi, senza contare diversi altri casi in cui la scelta di attuare "disimpegni elaborati" ha portato comunque a rischi gravi, con gol sventati a fatica. Insomma: se le altre squadre hanno particolari problemi, che so, sui calci piazzati, l'Inter sembra avere questo particolare problema: quello di subire particolarmente il pressing degli attaccanti avversari quando la palla circola tra difensori e portieri. 

Ci sarebbe una buona notizia: a differenza dei calci piazzati che sono in gran parte inevitabili, qui – teoricamente – si potrebbe facilmente limitare di gran lunga il rischio A) evitando il ricorso al passaggio indietro (che di per sé comporta qualche rischio, vedi i gol subiti a Livorno, lo scorso anno e contro l'Udinese a San Siro quest'anno), ma soprattutto B) dando istruzioni (ovvero concedendo il permesso) ai centrali, agli esterni difensivi e, in particolare, ai portieri di battere lungo senza costringerli al "disimpegno elaborato" o all'appoggio verso il compagno più vicino, spesso pressato.


2. Come dicevo, queste considerazioni hanno, a mio avviso, validità in generale, ma si applicano perfettamente alla situazione dell'Inter recente, vista la estrema vulnerabilità degli interpreti. Ora so perfettamente che questa impostazione nasce dal fatto che non è più disponibile la qualità di calcio che aveva Julio Cesar (da un suo rinvio lungo nacque, ad esempio, il primo gol dell'Inter nella finale di Champions League di Madrid): è vero che né Handanovic, né Carrizo sono dei fulmini di guerra con i piedi e i loro rinvii sono spesso scadenti, ma ci sono soluzioni migliori per affrontare questa difficoltà. All'arrivo di Mancini sembrava che fosse stata incentivato il rilancio lungo con le mani (almeno quando il portiere può toccarla con le mani) e Handanovic sembrava cavarsela bene. Poi, inspiegabilmente, si è tornati all'appoggio verso il difensore.

3. Ma quanto è pericolosa questa tecnica? Il calcolo è presto fatto, semplificando al massimo basta prendere tre variabili a partita.


A. la percentuale di volte che una squadra tenta di attuare il disimpegno elaborato (esempio il 100%)

B. la percentuale di volte che gli avversari tentano di ostacolarti (esempio l'80%)

C. la percentuale di volte che il pressing degli avversari va a buon fine (esempio il 20%)


Traduciamo l'esempio con le percentuali in numeri assoluti:
- Se hai 20 volte la palla in difesa e sempre (il 100% delle volte) provi a fare il "disimpegno elaborato", allora devi effettuarne 20 a partita.
- Se l'avversario va in pressing l'80% delle volte significa che ci prova 16 volte.
- Se riesce a metterti in difficoltà il 20% delle volte (il 20% di 16 volte è 3,2) significa lasciare agli avversari 3-4 azioni pericolose nei pressi della porta: un'enormità.


4. Ora poi - questo è il punto a cui tengo maggiormente - i tre numeri, le tre percentuali NON sono affatto indipendenti. Vediamo perché.



Mettiamoci nei panni degli allenatori avversari: se io so che l'Inter attua questa tattica sempre (le 20 volte a partita) e se so che ha una percentuale alta di volte che va in difficoltà (20%), allora dirò ai miei giocatori di attuare il pressing non l'80% delle volte (che è già un numero alto), ma addirittura il 90% o il 100%. In modo da massimizzare il numero di occasioni prodotte.

Ed è esattamente quello che succede.

Con le altre squadre questo accade meno: o perché hanno un minor numero di "disimpegni elaborati" o perché hanno una percentuale di successo maggiore. Spesso entrambe le cose.

Mettiamoci ora nei panni degli allenatori che invece di affrontare l'Inter devono affrontare la Juve: se io so che la Juve non fa 20, ma, poniamo, 10 disimpegni elaborati e se so che la loro percentuale di insuccesso è non del 20, ma del 10%, questo porta a preventivare solo 1 occasione a partita anche provando a fare il pressing il 100% delle volte. Ma io, da bravo allenatore, suggerirò ai miei giocatori di non sprecare troppe energie a contrastare la Juve in quel frangente, perché tanto lo fanno poco e quelle poche volte se la cavano quindi invece dell'80% dei tentativi di pressing che si becca l'Inter, la Juve ne avrà, che so, il 30%, abbattendo ulteriormente a 0,3 il numero di occasioni offerte da questo schema potenzialmente suicida nell'arco di una partita.

Insomma: Mancini deve accettare il fatto che l'Inter si è ormai guadagnata la "nomea" di squadra che prova sempre a effettuare uno schema che la mette in difficoltà e questo moltiplica gli sforzi dell'avversario attirato da un alto ritorno economico degli investimenti in energie applicati nel contrasto di questo schema. E accettato il fatto Mancini deve correre ai ripari.

Visto che è molto più difficile migliorare la qualità di esecuzione dello schema, devi entrare nella testa e nei piedi di Juan Jesus e soci, io proporrei per questa fase di ridurre il numero di tentativi di "disimpegno elaborato" a partita e di rinviare il pallone appena possibile. Questo dovrebbe bastare a disincentivare il tentativo di pressing avversari e, in ultima analisi, il numero totale di occasioni regalate a partita. Dovendo fronteggiare un minor numero di tentativi di pressing, col tempo i giocatori potranno aumentare la percentuale di "disimpegni elaborati" effettuati a regola d'arte, innescando così un circolo virtuoso. L'alternativa c'è e consiste nell'acquistare domattina giocatori migliori.

5. Resta un ultimo aspetto da affrontare: tutti queste difficoltà, a che pro? Cioè: qual è il vantaggio che Mancini (e prima di lui Mazzarri) pensano di ottenere in contropartita utilizzando ossessivamente i "disimpegni elaborati"? Deve trattarsi di qualcosa di estremamente prezioso, se si insiste nel portare avanti questa tecnica così rischiosa.

Gli unici due vantaggi che vedo sono i seguenti: A. stancare e/o sorprendere la squadra avversaria impegnata nel pressing (ma finora direi che non ha funzionato, visti i risultati) B. quello di poter iniziare a impostare l'azione partendo "dalla difesa". Ora questo vantaggio può essere sfruttato se davanti alla difesa hai Andrea Pirlo in giornata di grazia, non il pur bravo Gary Medel. Anche perché, partendo dalla difesa, quando avanzi ti trovi l'avversario schierato in assetto difensivo quindi devi faticare non poco a costruire un'azione di successo contro tutta una squadra che si difende (sia pressando alto, sia chiudendosi nella propria metà campo). Tanto è vero un gran numeri dei gol su azione, nel calcio moderno, avviene in modo opposto: tramite la riconquista del pallone e la ripartenza rapida, sorprendendo l'avversario che si trova magari in uscita dalla propria metà campo e viene colto in un atteggiamento tattico predisposto esclusivamente alla costruzione, con la difesa ancora male organizzata. Insomma: Mancini sceglie una tecnica rischiosa, che i propri calciatori interpretano spesso male, incentivando gli avversari a provarci sempre, in cambio di cosa? Per avere in cambio un vantaggio del tutto teorico?

Per tutti questi motivi l'Inter dovrebbe abbandonare il fraseggio in difesa, il "disimpegno elaborato", l'appoggio del portiere verso il difensore più vicino, per tornare al rilancio, al rinvio lungo, allo spazzatutto del difensore, almeno finché non riuscirà a cancellare la nomea (purtroppo giustamente guadagnata) di squadra che si incarta in difesa.

sabato 28 febbraio 2015

Costa d'Avorio 2015 #dicoNOallafame - Intervista a Camilla d'Alessandro (CIAI)


Due anni fa, nel 2013, il CIAI aveva lanciato la campagna di raccolta fondi: "Non ha voce. Ma ha fame" per finanziare un progetto a sostegno di un gruppo di bambini malnutriti e di donne in gravidanza in Costa d'Avorio. In quell'occasione avevamo realizzato una intervista con la coordinatrice del progetto, Marina Palombaro, una conversazione ancora molto attuale, che si può trovare qui.

A distanza di due anni, il CIAI rilancia la campagna. È cambiato il numero verde (ora è il 45505) per inviare gli SMS a sostegno, è cambiato l'hashtag da utilizzare su twitter: #dicoNOallafame, è cambiata anche la coordinatrice del progetto, ma l'obiettivo di fondo è rimasto lo stesso: lottare contro la malnutrizione. 

Ho chiesto quali sono le novità direttamente a Camilla D'Alessandro, responsabile del CIAI per la Costa d'Avorio. Ma prima di procedere mi piacerebbe che tutti i lettori inviassero (entro il 4 marzo 2015) almeno un SMS del valore di 2 euro a sostegno di questa campagna del CIAI al 45505.

Camilla D'Alessandro, molte cose le abbiamo spiegate nella precedente intervista, ma alcuni dati, ancora oggi sono impressionanti.

Sì, il tasso di mortalità infantile dei bambini della Costa d'Avorio sotto i 5 anni è del 127 per mille, uno dei più alti al mondo. La malnutrizione cronica infantile raggiunge il 20,2% (di cui il 15% in forma severa) mentre il 50% dei piccoli in età prescolare soffre di anemia.

Cosa è cambiato in questi due anni in Costa d'Avorio, la situazione politica è migliorata? È più facile per voi operare?

È un paese che ha vissuto la guerra civile. Nessuna guerra è meno grave di un'altra, ma quella civile all'interno di uno stato, lo danneggia alle radici ed è provocata dall'odio e dall'incomprensione con la tua stessa gente, le persone con le quali frequenti la stessa scuola, condividi la stessa città; “purtroppo” la diversità di religione, etnia e origini spesso è vista come un fattore di rischio.
Ora la Costa d'Avorio non è più in guerra e la gente riesce a muoversi e circolare abbastanza tranquillamente, paura dell'Ebola permettendo. 
Lo Stato sta investendo molto per il reinserimento sociale degli ex-combattenti che rischiano di votarsi alla delinquenza, ma sta altrettanto richiamando gli operatori economici che avevano lasciato la Costa d'Avorio per rilanciare l'economia. Il paese sta chiedendo aiuto alle Organizzazioni internazionali per ricostruire le strade, le scuole e gli ospedali mitragliate e distrutte nel conflitto. Luoghi che spesso davano da rifugio a questa e quella truppa. La Costa d'Avorio vuole da un lato ricostruirsi materialmente dall'altro ripartire con basi forti di coesione sociale per la democrazia e la pace.

Il cambiamento è un processo medio-lungo, ma crediamo che le donne e i bambini siano l'elemento chiave per crescere una generazione più consapevole dei propri diritti e dei propri doveri: ecco perché la strategia di questo progetto punta tutto sulle mamme!

Mi spieghi nel dettaglio cosa andremo a finanziare con i nostri SMS oggi nel 2015?

Costruiremo un Centro di nutrizione presso l'ospedale di Alépé: significa mettere a disposizione dei bambini di un intero distretto una struttura di riferimento per i casi di malnutrizione grave che non possono essere prese in carico e fronteggiate nei villaggi sparsi sul territorio.

Per un bambino malnutrito e per la sua famiglia significa trovare un centro attrezzato con personale specializzato e formato per la cura della malnutrizione; operatori in grado di riconoscere i sintomi della malattia, curarla e dare indicazioni alla famiglia su cosa sta succedendo al loro bambino e cosa dovranno fare a casa per un suo pieno recupero.

Inoltre le famiglie troveranno un posto autogestito da altre mamme che, formate dal personale di progetto, alleveranno polli e conigli e coltiveranno ortaggi per il proprio sostentamento famigliare e quello del centro stesso. In questo modo, al di là del costo iniziale per la costruzione sostenuto dal Progetto, le attività del centro nutrizionale saranno sostenibili economicamente in futuro.

Rispetto ad altre ONG, il CIAI ha un modus operandi particolarmente orientato al supporto di referenti locali. È un modello funzionale?

Il CIAI supporta e cerca di rafforzare le competenze locali degli attori sul territorio - realtà della società civile, associazioni e ONG locali – ma anche le istituzioni (ministeri, dipartimenti).

Questo lo fa rispondendo al loro bisogno di formazione specifica in tema di tutela dei diritti dei minori, di gestione di un'associazione (scrittura progetti, programma attività, rendiconti, ecc.) o ancora per migliorare una legge o mettere in pratica delle buone prassi in materia di protezione dell'infanzia.

Abbiamo dato molto spazio innanzitutto ai nostri dipendenti locali: anni fa, agli inizi, dei nostri interventi in Africa, CIAI inviava responsabili di sede e coordinatori di progetto dall'Italia, poi nel
tempo, i colleghi locali sono stati formati e, come si suol dire, “hanno fatto carriera”. Oggi infatti a distanza di anni entrambi i rappresentanti di CIAI in loco sono africani.

Siamo convinti che gli operatori locali possano essere una grande risorsa attiva per il cambiamento all'interno del loro stesso Paese.

Come abbiamo imparato due anni fa, molte difficoltà sono culturali. Ad esempio la diffidenza contro il consumo di uova. Cosa viene fatto in questo senso?

Quando si entra in una cultura diversa dalla nostra, bisogna innanzitutto capire e non giudicare!!
Mi ricordo che mia nonna mi raccontava di quanto fosse importante fasciare le gambe dei bambini per non farle crescere storte o incerottare le orecchie per non farle venire a sventola. Credo che se avessi avuto l'opportunità di dire a mia nonna, quando era giovane madre, che mia madre avrebbe comunque avuto o non avuto le gambe dritte e le orecchie a sventola, mi avrebbe dato della folle!

Qui siamo un po' nello stesso “campo di gioco”: se arrivassimo in Costa d'Avorio e dicessimo “le
uova non fanno diventare i bambini ladri, diamogliele”, faremmo arroccare la gente sulle proprie
posizioni e non produrremmo alcun risultato, verremmo catalogati come i “bianchi che vogliono
sapere tutto e non sanno nulla”. Immediatamente gli ivoriani citerebbero decine di casi di persone
a cui sono state date uova da piccoli e sono diventati ladri. Quello che dobbiamo fare invece è agire promuovendo l'educazione.

L'educazione fa sì che siano le persone singolarmente e la comunità stessa a maturare la consapevolezza di ciò che è bene e di ciò che è male. In questo senso gli animatori di CIAI del
progetto parleranno delle proprietà nutritive di tutti gli alimenti senza mettere l'accento su questo o
quell'alimento.

Se spieghiamo loro le proprietà della carne, dei fagioli e anche delle uova, ad esempio, sarà la mamma stessa ad un certo punto - non avendo a disposizione i primi due alimenti - a provare a dare al proprio figlio le uova per guarirlo dalla malnutrizione.

Ci dici due o tre cose che non conosciamo della Costa d'Avorio? A parte la recente vittoria nella Coppa d'Africa e il fatto di essere il primo paese produttore di cacao al mondo...

Ricordo che una volta una collega mi disse che ci sono tante streghe che si nascondono tra la gente normale. Io le chiesi se lei le avesse mai viste di persona. Mi rispose di no, ma che sua nonna le ha raccontato di averne vista una volta mentre si lavava al fiume. Ho fatto una faccia perplessa
dicendole che le streghe non esistono! E lei si è offesa dicendomi se insinuavo che sua nonna
mentiva!!! La credenza in streghe e stregoni è largamente diffusa.

Ad oggi, nelle zone rurali esiste ancora il matrimonio forzato e purtroppo ancora oggi molte
ragazzine vengono date in spose a uomini vecchi. Le famiglie pagano infatti così la riconoscenza
verso un'altra famiglia nei casi in cui abbiano ricevuto aiuti in momenti di difficoltà : “Per dimostrarti la mia riconoscenza ti darò una donna della mia famiglia per tuo figlio”. Alla drammaticità di questa scelta si aggiunge dell'altro: dato che è il capo famiglia a decidere all'interno di una famiglia, questi può decidere di tenersela per sé invece di “darla” al figlio. E quindi la ragazzina si ritrova sposata ad un anziano.

La famiglia infatti è un concetto molto importante nella comunità africana e si è parenti sino ad un
lontanissimo grado. La famiglia è una specie di clan e le decisioni relative a qualsiasi membro sono
prese dal consiglio di famiglia. Il consiglio di famiglia è composto da tutti gli anziani della famiglia
e da alcuni rappresentanti di giovani e delle donne.

Il consiglio di famiglia prende le decisioni importanti sui propri membri: studi, salute, spostamenti
e sostiene sia burocraticamente che economicamente le spese. Ad esempio, nel caso di una malattia
grave di uno dei membri, è il consiglio di famiglia a decidere se curarlo in città, spostarlo in un'altra
città o all'esterno del paese (in base alle possibilità economiche della famiglia).

Cosa rappresenta il braccialetto tricolore che avete scelto come simbolo di questa campagna?

Il braccialetto riproduce simbolicamente il braccialetto che viene utilizzato dagli infermieri CIAI nei villaggi per determinare se un bambino è malnutrito oppure no e se sì a che livello.
Il braccialetto ha una parte rossa, una gialla e una verde.
Alla visita, l'infermiere stringe il braccialetto a metà del braccio del bambino e lo allaccia. Se il
braccialetto si allaccia sul verde, il bambino non è malnutrito; se si allaccia sul giallo, il bambino è malnutrito in modo moderato e può essere curato all'interno del villaggio; se è rosso, il bambino è malnutrito grave e deve essere trasferito in un ospedale.

Con il primo progetto abbiamo potuto prendere in carico i bambini malnutriti moderati, ma i bambini “rossi” devono essere ricoverati in ospedale e spesso i genitori non hanno i soldi necessari.
Con questo secondo progetto vogliamo costruire pertanto un Centro nutrizionale – una sorta di
ambulatorio ben attrezzato e con personale formato - per salvare i bambini malnutriti gravi.
Il braccialetto, inoltre, è un modo semplice per determinare il tipo di malnutrizione : i genitori, anche se analfabeti, possono vedere con i loro occhi cosa i colori rappresentano.
Mentre l'infermiere allaccia il braccialetto è bello vedere che compare finalmente il verde dopo settimane di cure: la speranza negli occhi delle mamme pian piano si trasforma in una gioia incontenibile, con tanto di applausi! Non posso descrivervelo.

Quanto tempo passi fuori dall'Italia ogni anno e come è la tua giornata tipo quando sei in Costa d'Avorio?

Non c'è un tempo determinato, dipende dalla mole delle attività all'interno di un Paese. Io seguo anche altri paesi e diciamo che c'è un periodo in cui mi muovo di più, quello autunnale e quello primaverile, quello insomma che favorisce gli spostamenti in loco in maniera più agevole.

In genere le attività sono gestite tutte a livello locale tramite i capi progetto e i rappresentanti paese e sono solo coordinate a livello di definizione di strategie dall'Italia. Tuttavia quando mi sposto in missione è per fare una valutazione di un determinato progetto, stringere nuovi accordi, definire nuovi obiettivi con delle direzioni dei Ministeri o con dei partner locali o ancora valutare un nuovo intervento in un'altra area del paese.

Quindi le mie giornate sono variegate e possono passare da un incontro con un direttore o un
Ministro oppure in mezzo ad un campo a vedere degli ortaggi o a parlare con i capofamiglia su
come è cambiato la loro vita dopo l'introduzione di una latrina famigliare costruita secondo un progetto CIAI.

Tornando alla campagna, quali altre iniziative sono previste qui in Italia? Questo è anche l'anno di EXPO il cui tema è proprio il cibo.

Da anni il CIAI propone percorsi di educazione alla cittadinanza mondiale in scuole di vario ordine e grado per parlare di diritti e comportamenti consapevoli del vivere quotidiano. In questo anno scolastico e all'interno di questo progetto il tema del cibo, complice l'imminente EXPO, è sicuramente al centro.

Da mesi risuonano in televisione, alla radio e su qualsiasi giornale notizie e approfondimenti sulla prossima esposizione universale “Nutrire il pianeta. Energia per la vita” che, per quanto ci riguarda, vogliamo vedere come opportunità per affrontare temi e questioni fondamentali a livello globale. Vogliamo cogliere l'opportunità offerta da questo grande evento per portare a scuola questioni con cui dobbiamo confrontarci all'interno dei progetti di cooperazione e trasformali in occasione di apprendimento critico.

Queste le domande chiave da porre ai bambini: Come sono suddivise le risorse nel mondo? C'è cibo per tutti? Mangiamo tutti nello stesso modo e nelle stesse quantità?

I percorsi di educazione alla cittadinanza mondiale accompagnano bambini e ragazzi a rispondere a queste domande. È infatti un'opportunità educativa per stimolare il pensiero critico su temi di vita quotidiana e per stimolare azioni consapevoli. Le conoscenze acquisite in questi percorsi non sono saperi diversi da quanto viene insegnato a scuola, ma possibilità che quello che si conosce diventi azione, si trasformi in un comportamento quotidiano, in qualcosa che si fa, che tutti possiamo fare.

Le giovani generazioni non sempre conoscono il significato di cibo stagionale o a km zero e spesso vengono educati ad uno stile alimentare poco consapevole. Fanno propri stili alimentari caratterizzati da cibi economici e veloci da preparare, assecondando dettami commerciali che inducono a scelte alimentari poco responsabili. Questi atteggiamenti non solo comportano delle conseguenze per la nostra salute, ma incrementano i disequilibri a livello internazionale.

CIAI attraverso percorsi di educazione alla sovranità alimentare in 10 scuole e l'organizzazione di cinque eventi di sensibilizzazione sul territorio milanese, vuole creare consapevolezza tra i bambini, i ragazzi e la cittadinanza sui temi legati alla sovranità alimentare e sulla possibilità reale di attivarsi a favore di scelte più consapevoli e responsabili attraverso lo scambio e la diffusione di buone prassi.

martedì 24 febbraio 2015

Trenitalia. "Codice di errore: 439 Prenotazione non possibile. Il treno è inibito"

La timidezza ha una sua grazia, però può impedirti di fare delle cose che ti piacerebbe fare cantava Morrissey, liberamente tradotto, negli Smiths. Anche i treni a volte si inibiscono, e allora sono guai.

Se prenotando un viaggio sull'apposito sito Trenitalia ottieni questo messaggio: "Codice di errore: 439 Prenotazione non possibile. Il treno è inibito" non chiamare (ripeto: NON CHIAMARE) da rete mobile il numero 892021 al costo massimo di 15,8 centesimi alla risposta e 1,28 euro per ogni minuto di conversazione.

Non faresti altro che pagare ulteriormente Trenitalia (premiando in tal modo un loro disservizio) e non avresti alcuna soddisfazione, in quanto, se il treno è inibito, anche dal call center non riescono a completare la prenotazione.

Che fare allora? Me lo ha spiegato una solerte operatrice (io il numero l'ho chiamato, ma l'ho fatto per te che stai leggendo).

1) Se il treno parte in giornata allora sali allegramente sul treno (senza prenotazione, però) e spiega al capotreno di aver ricevuto un codice 439 evitando così di pagare la sanzione;
2) Se il treno parte nei giorni successivi, riprova a prenotare più tardi.

Per tutto il resto c'è, finché c'è (e laddove c'è) Italo.

Nella foto, dell'autore, il binario nei pressi della Spiaggia di Cala Sabina, Golfo Aranci.

What to do when error code 439 "Prenotazione non possibile. Il treno è inibito" (Impossibile to book. The train is inhibited) is shown on Trenitalia.it website?

We have called the call center when it occurred and they answered that there is nothing they can do when the error occurs. So, as calling the call center is not free, there is no point in calling them. They suggested us to do as follows:
- If the train is leaving on the very same day, you can take the train, but it's a good idea to explain to the train personnel that you have been shown error 439 while making the reservation (but please consider that you cannot reach the dock stations in Milano Centrale and Roma Termini without a valid ticket). It could be a good idea to print the page with the error. Still I would be not really comfortable, if the train is one of those you can take only having your seat reserved.
- If the train is leaving on another day, retry to make the reservation later on.

mercoledì 18 febbraio 2015

Sacchi di irrazionalità


Come al solito, quando si arriva alla polemica, i maestri giornalisti del mondo del calcio si mostrano parecchio carenti rispetto ai fondamentali della logica. Un esempio classico ce lo offrono i detrattori della moviola in campo quando estraggono i singoli (rari) casi in cui oggettivamente persino le immagini registrate e rallentate non riescono a determinare cosa sia successo in campo per concludere immancabilmente: "Questa è la dimostrazione che la moviola non serve a niente". Come se una riduzione degli errori arbitrali, che so, dal 50% al 30% fosse un vantaggio pari a zero. 

Un altro esempio l'abbiamo avuto oggi, a margine delle deprecabili considerazioni di Arrigo Sacchi, (forse invelenito dalla vittoria dell'Inter nel Torneo di Viareggio) sull'eccessivo numero di giocatori di colore nelle formazioni primavera delle squadre italiane. 

Considerazioni per cui ci siamo fatti sfottere, in quanto connazionali di Sacchi, da un nutrito numero di opinionisti da Gary Lineker, al sottosegretario Graziano Delrio, passando da Mino Raiola, fino a quel buontempone del Presidente della Fifa, Joseph Blatter.

Ora c'è stato chi, come Matteo Marani, direttore del Guerin Sportivo ha dato ragione, almeno in senso generale ad Arrigo Sacchi, parlando però, genericamente, di "stranieri" e non di calciatori "di colore" (che, come tutti sappiamo, ma Sacchi no, possono essere tranquillamente italiani come gli ottimi Balotelli, Okaka od Ogbonna).


Visto che la materia è parecchio scivolosa cerchiamo di portare un briciolo di logica nell'argomentazione. 

Consideriamo auspicabile avere più italiani nelle squadre primavera dei team italiani?

Per rispondere correttamente a questa domanda dobbiamo prima rispondere alle seguenti domande: 

1) Il talento calcistico (o meglio - trattandosi di giovanotti - il talento calcistico potenziale) segue una distribuzione totalmente casuale attraverso i paesi oppure esistono nazioni i cui giovani cittadini, per struttura fisica e/o educazione al football dispongono maggiori potenzialità di diventare campioni?

2) In generale è auspicabile che un giovane potenziale campione giochi in una squadra del proprio paese? (Quindi nelle squadre primavera della Spagna è auspicabile che giochino giovani spagnoli, in quelle dell'Egitto, giovani egiziani, in quelle dell'Italia, giovani italiani)?

3) E se sì perché? Per motivi di lingua, così può intendersi meglio con l'allenatore? Oppure per ridurre il disagio dello spostamento e lo spaesamento del giovane calciatore? Oppure il giocatore "indigeno" deve essere preferito al collega straniero (persino se quest'ultimo è potenzialmente più forte) così da per aiutare il movimento calcistico del paese? O per altri motivi ancora che Marani conosce ed io no?

4) E se sì, di chi è il beneficio? Della squadra stessa (cioè l'Inter o l'Hellas Verona avrebbero un vantaggio finale a schierare formazioni primavera di tutti italiani, l'Al Ahly di tutti egiziani e il Porto di tutti portoghesi) o appunto, più in generale, ne beneficerebbe il movimento calcistico di tutta la nazione? 

Prima di continuare a leggere ognuno dovrebbe innanzitutto tentare di rispondere innanzitutto alle domande di cui sopra. 

Partiamo dalla domanda numero 1). Il talento calcistico potenziale è distribuito in modo uniforme? Sulla carta sì, di fatto no. Nel mondo ideale la distribuzione del talento calcistico potenziale segue abbastanza puntualmente la popolarità e la tradizione del calcio nei vari paesi. In Brasile e in Argentina dove il calcio è considerato quasi una religione e per emergere occorre superare la concorrenza di molti giovani giocatori, sarà più facile che un ragazzino che si è messo in luce sia potenzialmente davvero forte. In India, in Indonesia e nelle Filippine, il calcio è meno centrale: per un ragazzo ci sono meno chance e meno concorrenza. E in effetti le squadre italiane "importano" molti sudamericani e molti meno indiani o filippini. Un domani sarà diverso, ma per ora i valori sono questi. L'Italia si colloca lungo quest'asse, più verso il Brasile e l'Argentina, pur senza arrivare a quei livelli, ma molto sopra l'India o le Filippine.
Se vi chiedessero di giocarvi tutti i vostri averi in una partita di calcio primavera pescando 11 diciassettenni a caso, scegliendo solo il paese d'origine probabilmente prendereste, che so, 3 brasiliani, 2 argentini, 2 africani, 1 italiano, 1 spagnolo, 1 inglese e 1 tedesco e nessun indiano o filippino. Ora perché le squadre primavera italiane o spagnole dovrebbero comportarsi diversamente da voi selezionando 11 elementi del proprio paese? Per non parlare delle squadre primavera indiane!

A questo punto scattano le domande numero 2) e 3). Perché scegliere invece giocatori primavera della propria nazione invece di selezionare un mix di nazioni ideale? Mettiamoci appunto nei panni dell'allenatore primavera indiano. Perché non dovrebbe volere allenare forti diciassettenni brasiliani argentini, italiani o tedeschi?
O forse il discorso di Sacchi e Marani non vale per le nazioni emergenti dove i giovani forti sono ancora pochi. Forse vale solo per le nazioni "forti". Ma è così vero che i giovani italiani sono forti? Se fosse così, se i nostri giovani fossero così forti, perché secondo Sacchi sono "snobbati" dalle primavere italiane? E se fossero snobbati per fare posto agli stranieri, perché non trovano posto altrove, magari nelle nazioni da cui provengono gli stranieri che "rubano loro il posto"?
In ogni caso anche un allenatore primavera italiano, potendo scegliere, vorrebbe gli undici migliori al mondo, (o comunque gli undici migliori disponibili) non vorrebbe gli "undici migliori italiani disponibili". 

Nella foto, l'autore coinvolge in un selfie a loro insaputa
Arrigo Sacchi e Giuseppe Marotta.
Se invece decidesse di seguire le balzane idee di Sacchi e Marani potrebbe comunque decidere di puntare invece su giovani cittadini del proprio paese (invece di scegliere un mix di nazioni ideali). Ma perché dovrebbe farlo? Come dicevamo io vedo solo uno dei seguenti motivi: a) la lingua, maggiore facilità di comunicazioni con il mister e il resto della squadra; b) ridotti spostamenti dei ragazzi, maggiore integrazione con l'ambiente esterno e del club (ma se così fosse allora la primavera del Como, potrebbe scegliere 11 ragazzotti svizzeri di Chiasso, che parlano pure italiano invece di prendere 11 siciliani) e poi come la mettiamo col discorso della nazionale, Sacchi e Marani? c) oppure ancora potrebbe farlo per cercare di aiutare il movimento calcistico del proprio paese, anche a discapito del vantaggio immediato della propria squadra. Insomma: non è assolutamente chiaro quale sia il vantaggio per un allenatore (specie per quelli che allenano in un paese non al top come l'India), di avere 11 giovanotti tutti del proprio paese. Forse Marani e Sacchi lo sanno, io non l'ho capito.

4) Veniamo ora alla domanda di base: usciamo dal discorso delle squadre primavera. Perché una prima squadra dovrebbe preferire un giocatore del proprio paese? Marani dice: Italia e Inghilterra che hanno molti stranieri nei propri campionati sono ai minimi storici. 
Ma in che senso? 
Se si riferisce alle NAZIONALI si tratta di una assoluta tautologia. 
Se questa generazione di giocatori italiani e inglesi è più scarsa delle precedenti (e il fatto che Chiellini sia titolare inamovibile della difesa della nazionale lo dimostra) i giocatori troveranno poco spazio nelle squadre di club delle proprie nazioni. Ma anche nei club di punta stranieri (a parte i soliti Verratti e Immobile) e ovviamente, essendo mediamente scarsi, tanto scarsi che non piacciono né ai club italiani e inglesi, né a quelli stranieri, andranno a formare una nazionale scarsa che viene battuta dal Costa Rica.
Se invece Marani si riferisce allo scarso rendimento dei CLUB italiani, perché troppo imbottiti di stranieri... anche qui non ci siamo. L'ultimo trofeo europeo di una squadra italiana è stato vinto non dalla Juventus, ricca d'italiani, ma dall'Inter che nella finale di Champions del 2010 giocò senza italiani (entrò Materazzi nel finale, ma non toccò nemmeno la palla). Ma anche il Real Madrid si è laureato campione del mondo lo scorso dicembre contro il San Lorenzo giocando con 7 stranieri, un numero che è assolutamente in linea con la media degli stranieri in campo in Serie A. Il problema delle squadre italiane non è che hanno troppi stranieri o troppi italiani è che hanno gli scarti degli stranieri (a parte 4-5 nomi, sempre meno, ora che abbiamo salutato anche Cuadrado). Mentre i sette stranieri erano Pepe, Marcelo, Kroos, Bale, Benzema, Ronaldo e James Rodriguez.