giovedì 19 novembre 2009

L'appendicectomia veloce


Nel paese di Zorlandia i chirurghi sono molto lenti nell'asportare appendici. L'opinione pubblica è molto irritata: «Voi medici siete una vergogna nazionale», «All'estero ci mettono un'ora a operare, perché voi ce ne mettete tre?»
«La colpa» si difende un medico, «è dell'amministrazione che non ci mette a disposizione strumenti adeguati.»
«No, purtroppo sono i nostri chirurghi ad essere particolarmente inefficienti» risponde il direttore sanitario.
«Dobbiamo anche ammettere che all'estero molta meno gente chiede di essere operata» puntualizza un noto opinionista, «è il sovraffollamento a mandare in tilt il sistema».
Tra le numerose appendici che attendono di essere asportate, ce n'è una che è riuscita a diventare capo di Zorlandia.
Anche l'Appendice-capo si mostra indignata: «Tre ore per operarci? È uno scandalo. Da oggi per legge i medici devono asportarci in trenta minuti: la chiameremo legge della “appendicectomia veloce”».
«Continuano a mancarci i bisturi, non potremo essere più rapidi neanche di un minuto!» protesta il medico.
«Non ci hanno dato i fondi per assumere neanche un medico bravo in più, come potremo migliorare?» si dispera il direttore sanitario. «E la gente continua ad affollare le sale operatorie, serve una campagna di informazione» fa eco l'opinionista.
«Ma quali bisturi, assunzioni e campagne: queste cose costano!» risponde l'Appendice-capo. «Voi medici dovete operare come avete sempre fatto. Dopo mezzora richiudete il paziente, così come si trova: se avete finito di operare, bene, se invece non avete finito, amen. Viva l'appendicectomia veloce, e chi è contro di me, vuol dire che predilige la chirurgia lenta, vergogna!».
Il racconto finirebbe qui, ma c'è un appendice.
Domani doveva essere operata anche l'Appendice-capo, ma ieri sera ha chiesto all'equipe medica di rimandare per un impegno importante: deve incontrarsi con il colon. L'essere umano che la ospita è teso: teme la peritonite. Forse verrà un giorno che riuscirà ad andare anche lui sotto i ferri, ma è sicuro come l'oro che trenta minuti non basteranno. Meglio che se ne faccia una ragione subito, vivrà con l'appendice infiammata ancora a lungo.

Questa volta è toccato a Trapattoni (ma potrebbe capitare ad ognuno di noi)


Wednesday, bloody wednesday! Questa volta è toccato al Trap, ma in futuro potrebbe capitare ad ognuno di noi, o a qualcuno dei nostri cari.
Il fatto che in questo caso non siano direttamente coinvolte le nostre squadre ci permette di essere più pacati e obiettivi: questo calcio è una vergogna planetaria. Se non siete in grado di arbitrare dignitosamente, fatevi aiutare, attualmente sono disponibili degli interi capannoni ausili tecnici infallibili (o molto meno fallibili di voi)!
Cinque secondi dopo l'azione decisiva di Francia-Irlanda c'erano milioni di persone perfettamente consapevoli di cosa era effettivamente successo, l'avevano visto in TV: Henry aveva giocato a pallamano. Perché mai la decisione cruciale deve essere presa da un signore che, volendo essere gentili con lui, è uno dei pochi che NON sa esattamente cosa è successo e, anche se volesse informarsi, NON può farlo (!), salvo chiedere a un altro signore (il guardalinee) che, il più delle volte, è disinformato tanto quanto lui? In quale altra disciplina umana avviene questo?
Proviamo a immaginare in medicina: "Guardi signor Ardemagni, non la opera il dottor Pasottelli che può vedere le sue lastre, la TAC e la risonanza, ma la opera il dottor Fagnazzo, a occhio nudo". Accetteremmo questo?
O in ingegneria: "il ponte dovrebbe reggere il carico, a occhio. Sì, lo so che lei ha i calcoli precisi, ma io non posso vederli e comunque decido io".
Qualcuno potrebbe obiettare che il calcio è meno importante della vita di un uomo o della stabilità di un ponte. Beh, per la verità, il calcio, da qualsiasi parte lo si prenda, a partire dal fatturato fino all'impatto sociale e psicologico, è un fatto maledettamente importante. Ed è tanto importante che i politici che lo reggono non sono disposti ad accettare facilmente che a una manifestazione importante manchi una della "major" (si può sopportare un anno di Juve in serie B o un europeo senza l'Inghilterra, ma non molto di più); tanto che i politici che lo reggono non sono disposti ad accettare il bello del calcio: la sua imprevedibilità. Del resto, si sa, l'imprevedibilità è sì il bello dello sport, ma è la rovina di ogni impresa commerciale: come fai a fare dei piani di investimento se non sai quanti e quali tifosi seguiranno una certa manifestazione? No, meglio mantenere qualche leva per potere pilotare gli eventi e continuare arbitrare "a occhio" è certamente uno di questi, così come la mancata introduzione del tempo effettivo, eccetera, eccetera.
Per ridurre il margine di imprevedibilità si potrebbe eventualmente adottare un sistema più crudele, ma più onesto: quello dell'NBA, dove sono abolite le retrocessioni e le promozioni. Ma no, non si vuole questo: per motivi di marketing tutti i paesi devono poter partecipare ed eventualmente vincere il mondiale: dal Brasile a Montserrat (prima e ultima nel ranking FIFA). E così mentre Blatter e Platini distraggono il povero Trap con la foto di De Coubertin, l'arbitro Martin gli infila l'ombrello di Altan, trovando peraltro l'orifizio già pervio per la precedente intrusione dell'arbitro Moreno nel 2002.
Un'intrusione innaturale? Ma no! Per la politica del calcio, è la moviola in campo quella che snaturerebbe!
Beh, adesso che ci penso, forse c'è un'altra disciplina umana dove a prendere le decisioni sono spesso i meno informati (anche se in questo caso non sarebbe loro vietato di informarsi): la politica. La politica, appunto. Proprio quella che regge il calcio.

venerdì 13 novembre 2009

Un Giornale, anzi quattro.

Stamattina, leggendo il Giornale, mi sono sorpreso a pensare che quando si arriva a parlare di giustizia e delle disavventure giudiziarie di Berlusconi, non è sempre così facile capire cosa possa esserci nella mente dell'elettore di destra e più in particolare del "lettore ideale" (ovviamente più berlusconiano che finiano) del quotidiano diretto da Vittorio Feltri.

In particolare mi piacerebbe conoscere le risposte del "lettore ideale" o, più realisticamente, di ogni lettore effettivo a due domande fondamentali. La prima è: "Secondo te, le accuse mosse a Berlusconi sono, di per sé, gravi o no?". E la seconda è, brutalmente: "Secondo te, le accuse di cui sopra sono vere o false?".

Immagino - ma sono pronto a cambiare idea se mi dimostrano il contrario - che una parte di loro queste due domande, così esplicitamente, così brutalmente, non se le sia mai poste, perché su questi temi prevale spesso l'irrazionalità ispirata dalla propaganda dei vari schieramenti.

In attesa delle eventuali risposte mi piace immaginare di poter dividere, su questi temi, i lettori de il Giornale grosso modo in quattro gruppi:

1. Gli innocentisti: "Silvio è innocente". Alla seconda domanda (accuse vere o false) rispondono: "Le accuse sono false". Alcuni lo faranno per partito preso, altri perché si sono informati. La prima domanda invece (cioè se le accuse sono di per sé gravi o meno) è a questo punto irrilevante.
Mi piace però immaginare che possa esistere un piccolo sottogruppo di questo gruppo, gli innocentisti possibilisti, della cui esistenza però non ho segnale, che pensa sinceramente: "Oh, le accuse per me sono false, ma se mi portassero delle prove inoppugnabili che sono vere, allora cambierei idea e magari anche partito".

2. I fedelissimi: "Silvio è un bravissimo politico, di cui il paese non deve fare a meno, anche se dovesse risultare che ha corrotto Mills eccetera." Questi ritengono la seconda domanda (accuse vere o non vere) poco importante. Perché per loro la domanda importante è la prima (accuse gravi o non gravi). E a questa rispondono: "Le accuse, anche se fossero confermate, non sono abbastanza gravi da farci rinunciare a uno statista di questa levatura".
Un sottogruppo di questo gruppo 2 potrebbe essere quello, ipotizzato dal dr. Gola, dei fedelissimi colpevolisti, cioè il gruppo di coloro che ritiene Silvio un "adorabile mascalzone", quelli che pensano: "Per me magari è anche colpevole, più sì che no, ma mi piace troppo".

3. I cosifantuttisti: Secondo questi Silvio da un punto di vista dell'onestà, è grosso modo nella media di un paese dove "spesso l'idraulico non ti fa la fattura" o, quantomeno, nella media, che si ritiene ancora un po' più bassa, dei politici. Secondo i più oltranzisti tra di loro (i cosifantuttisti innocentisti) Silvio starebbe addirittura nella parte sinistra della classifica dell'onestà. Anche questi, come quelli del gruppo 2, ritengono la seconda domanda (accuse vere o non vere) poco importante. Forse i meno oltranzisti (i cosifantuttisti colpevolisti) del gruppo sono disposti anche ad ammettere che alcune delle accuse potrebbero essere vere, MA. Ma chissà quanti scheletri negli armadi hanno gli altri, ma le Coop rosse, ma il caso Consorte, ma le tessere del PD in Campania, ma la sanità in Puglia eccetera... Per questi la differenza tra Berlusconi e il resto del mondo è solo che Silvio, rispetto agli altri, è molto più martellato dalla magistratura orientata politicamente. E per quanto riguarda la prima domanda (accuse gravi o non gravi) più o meno risponde: "Sarebbero accuse gravi se lui fosse l'unico a comportarsi così, ma - appunto - così fan tutti".

4. I tifosi: Questi sono quelli che vogliono vincere la partita contro la sinistra ad ogni costo. E Silvio in questo è un grande bomber. Non importa se eventualmente qualche volta Silvio ha segnato in fuorigioco o con la mano, la partita si deve vincere, un po' per il bene del paese, un po' perché metterla in quel posto ai comunisti è sempre bello. Questo gruppo, più degli altri tre, se la prende con l'arbitro (la giustizia orientata) che vuole fischiare sempre contro Silvio, anche quando avrebbe ragione e non gli vuole far vincere il campionato, nonostante Silvio abbia vinto a mani basse la partita decisiva: le elezioni. Questi ovviamente alla domanda 1 rispondono: "Ma quali accuse gravi? Dobbiamo vincere la partita!". E alla 2 sono poco appassionati, finché l'arbitro non fischia un rigore contro o annulla un gol, a loro non importa se regolare o no, a Silvio.

Ovviamente in ogni persona posso convivere una o più di queste tendenze, però questa, a grandi linee, è la suddivisione che immagino.

Ora come ben si può vedere, soltanto un piccolo sottogruppo del gruppo 1 (sottogruppo del quale ipotizzo, ma non conosco l'esistenza) ha qualche interesse a conoscere se le accuse a Silvio Berlusconi sono veritiere. Tutti gli altri sono naturalmente ben disposti ad accettare revisioni della giustizia che possono favorire la facile risoluzione dei suoi problemi giudiziari, soprattutto perché ritengono la prima domanda (le accuse sono gravi o no?) poco rilevante o, meglio, rilevante con risposta "no" o "non particolarmente".

Domanda per i lettori de il Giornale: in quale gruppo vi riconoscete? E per tutti: quale dei quattro gruppi vi sembra più numeroso?

venerdì 23 ottobre 2009

Come mandare in vacca un dibattito televisivo - Lezione 2

Per chi si fosse perso la prima puntata.
Un altro metodo infallibile per creare una densa cortina di fumo (quando ci si trova in un momento di difficoltà nel corso di un dibattito politico in tv) consiste buttar lì una frase che sia al tempo stesso irritante per l'avversario, ma impossibile da verificare al volo per il conduttore. Perfetta allo scopo: "I media sono tutti di sinistra" o "I media sono tutti di destra". Per dirimere questa infinita diatriba si sono spese decine di ore in dibattiti (e zuffe) televisive. Teoricamente un bravo conduttore dovrebbe essere in grado di fermare ogni discussione basata su affermazioni e numeri non verificati, ma alla fine non lo fa quasi mai. Forse perché non è in grado di farlo o forse perché non gli interessa tanto appurare la verità quanto fare comunque ammuina o forse ancora perché non vuole deprimere il suo gentile ospite, ma intanto la mossa è andata a punto.

Ma la domanda "i media sono di sinistra o di destra?" presenta alcune effettive difficoltà specifiche. Come potremmo tentare di risolverle?

La prima, e più ovvia, soluzione sarebbe quella di istituire un ente riconosciuto da tutti che, su questo tema, emetta un report (che so, mensile), cosicché tutti debbano, al massimo, citarne i dati. Se esistesse un ente del genere in un dibatto televisivo sarebbero accettabili solo frasi come “nonostante la sinistra (o la destra) abbia una leggera prevalenza nei media, vedi relazione dell'ente, siamo riusciti a vincere le elezioni”. Se esistesse un ente del genere. Ma, toh, questo ente c'è già: è l'Osservatorio di Pavia. Ma, evidentemente, quelli che non concordano con i suoi responsi invece di sfidare scientificamente le sue valutazioni fino, eventualmente, a dimostrare che sono false e ottenerne la correzione, preferiscono fare finta di non conoscerle e buttare tutto in confusione come se il dato non esistesse. Perché i conduttori permettono questo? Perché la rissa paga.

Seconda proposta: non ci si vuole basare sull'Osservatorio di Pavia. No problem. Ogni conduttore di dibattito TV può buttare giù una tabella con una lista di media, dove per ogni media (massimo venti però!) vengano indicati due parametri: potere d'influenza e orientamento politico. Vediamo.
Partiamo dal potere d'influenza. TG1 e TG5 hanno insieme un potere d'influenza del 60%, (cito a memoria un dato - credo - ancora dell'osservatorio di Pavia): cioè l'opinione del 60% degli italiani si formerebbe su uno di questi due mezzi. Semplificando brutalmente, è solo un esempio, diciamo che il TG1 vale 30 e il TG5 altri 30 (quindi tutte le altre “righe” della tabella al massimo varranno 40). Poi calcoliamo l'orientamento (per convenzione facciamo che molto di sinistra = 0, equilibrato = 50, molto di destra = 100). A questo punto basta riempire la tabella (oh, è solo un esempio!)

















Media Influenza Orientamento
TG1 30 70 210
TG5 30 70 210

e così via.

Il totale di tutte le righe della colonna di destra darà un valore da 0 a 10000: se sta sotto i 5000 vuol dire che i media pendono a sinistra, se supera i 5000 pendono a destra. Se in un dibattito TV un ospite afferma che pendono dall'altra parte, gli si estrae la tabella, con la quale nel frattempo sarà diventato familiare, e gli si chiede: dov'è che è sbagliata? Lui, se è uomo vero, dirà ad esempio “Avete sovrastimato l'influenza sull'opinione pubblica del Messaggero!” o “Il TG1 non è così di destra!”. A quel punto si passerà, casomai, ad analizzare l'operato del TG1 o del Messaggero più nel dettaglio.

Volendo fare una tabella supersemplificata si potrebbero accorpare tutti i media, toh, il famoso sistema integrato dell'informazione! in una dozzina di righe. Ecco la mia proposta di tabella. Provate a riempirla con i vostri valori. Io i miei li pubblico la prossima volta.

































































Media Influenza Orientamento
1. Grandi TG popolari (TG1 TG2 TG5) + Porta a porta e Matrix


2. Programmi di approfondimento e satira + Rai 3 (con TG3)


3. Resto dei palinsesti TV Rai e Mediaset (compresi TG4 e Studio Aperto)


4. Stampa di sinistra (galassia L'Espresso + altri tipo l'Unità, il Fatto, il Manifesto ecc.)


5. Stampa di destra (il Giornale, Panorama, Libero, il Tempo + altri)


6. Galassia RCS (con il Corriere della Sera)


7. Area Confindustria (il Sole 24 ore, Radio 24)


8. La Stampa


9. Altra stampa a diffusione nazionale (il Messaggero, il Secolo XIX, il Mattino, QN, ecc.)


10. Stampa locale (escluse testate l'Espresso)


11. Stampa cattolica (Famiglia cristiana, Avvenire+altri)


12. Altro (SKY, radio, altre testate, free press, ecc.)


domenica 11 ottobre 2009

Prima pagina

Intendiamoci subito: quando ho per le mani un romanzo di cui mi hanno parlato bene persone fidate sono quasi sempre disposto a capire poco o nulla di quello che sto leggendo, anche per diverse pagine, se la scarsa chiarezza sembra deliberatamente perseguita dall'autore per suscitare nel lettore suspence, spaesamento o quant'altro.
Altre volte però la scarsa comprensibilità non sembra supportata da alcuna precisa intenzione da parte dell'autore, se non una forma di sadismo o di incuria e allora l'irritazione sembra essere l'unica reazione ammissibile.
Non so a voi, ma a me capita soprattutto quanto l'autore fa, o decide di fare, confusione con i nomi o con le descrizioni topologiche. Le classiche situazioni che una fotografia o una mappa con didascalie risolverebbero in un istante.
Sarebbe semplice portare esempi tratti da novelle o romanzi di scarsa qualità e allora citiamo da un vero capolavoro: Infinite Jest di David Foster Wallace, nella traduzione italiana di Edoardo Nesi. In questo caso vincere l'irritazione e andare avanti nella lettura mi è costato parecchio, perché l'incresciosa opacità è comparsa già nella prima pagina, sconcertandomi a freddo.

Il romanzo inizia così:

«Siedo in un ufficio, circondato da teste e corpi. (...) Sono in una stanza fredda nel reparto Amministrazione dell'Università (…) i doppi vetri (…) ci isolano dai rumori (…) che vengono dall'area reception, dove poco fa siamo stati accolti lo zio Charles, il Sig. deLint e io.»

Tre persone all'università, ok. Andiamo avanti:

«All'altro lato di un grande tavolo (…) tre Decani – Ammissione, Affari accademici e Affari Atletici. Non so attribuire le facce.»

Altre tre persone, ti sto seguendo David. Incidentalmente vi assicuro che i puntini delle omissioni non nascondono informazioni che possano aiutarci a dirimere le questioni che porrò in seguito. Insomma l'io narrante siede davanti a un tavolo dietro al quale stanno i tre Decani. Non sappiamo ancora di preciso se zio Charles e il sig. deLint lo abbiano seguito nella stanza o siano rimasti alla reception (ma per uno dei processi attivi del lettore tanto cari a Umberto Eco saremmo propensi a pensare di sì, perlomeno come ipotesi inconscia e provvisoria ). Nemmeno sappiamo ancora perché gli Affari Atletici abbiano entrambe le A maiuscole e quelli accademici no, ma questo mi sembra marginale, per ora. Andiamo avanti (ma vi prometto che rimarremo solo a pagina 1):

«Il resto delle persone presenti nella sala include: il Direttore di Composizione dell'Università, l'allenatore di tennis e il prorettore dell'Accademia, il Sig. A. deLint.»

Altre tre persone, e con queste siamo a nove. Anche se ci chiediamo subito se questo Sig. A. deLint e il Sig. deLint dell'inizio non siano per caso la stessa persona. Anche perché, ricordo, non sappiamo di sicuro se lo zio Charles e il Sig. deLint alla fine siano entrati nella stanza o no. Magari il signor deLint è entrato e lo zio no e qui viene enumerato tra i presenti della stanza. Ma anche qua io prediligerei l'ipotesi che questo A. deLint (nella stanza) sia un altro rispetto al semplice deLint (che non sappiamo di sicuro dove stia). Riepilogando: lui (1) sta davanti al tavolo, zio Charles e Sig. deLint (2 e 3) probabilmente da qualche parte nella stanza, i tre Decani (4-6) dietro al tavolo. E poi ci sono questi tre nuovi personaggi (7-9). Ma vediamo come prosegue il discorso precedente:

«Il resto delle persone presenti nella sala include: il Direttore di Composizione dell'Università, l'allenatore di tennis e il prorettore dell'Accademia, il Sig. A. deLint. C.T. è accanto a me; gli altri sono rispettivamente: seduto, in piedi, in piedi, alla periferia del mio campo visivo.»

Demonio di un David! Qui ci spiega dove stanno - rispetto all'io narrante - ben quattro persone, ma chi minchia sono? Finora ne abbiamo conosciute nove, entrate in scena a gruppi di tre. Anche qui ne hai appena elencate tre, perché subito dopo ci spieghi invece dove stanno quattro (e non tre) persone? Chi è questo C.T. che sta accanto all'io narrante? Un decimo personaggio? No, non può essere, perché un attimo prima avevi finito di fare l'elenco totale dei personaggi che stanno nella sala. Allora deve essere un altro modo di chiamare uno dei nove personaggi già introdotti. Togliamo l'io narrante e i tre decani che gli stanno di fronte, e non accanto, forse anche i deLint, che non dovrebbero poter avere C.T. come iniziali, restano lo zio Charles, (la C. di C.T. potrebbe ben essere quella di Charles) il direttore di Composizione e l'allenatore di tennis. Del resto l'allenatore delle nazionali viene anche definito il C.T. (il commissario tecnico).
Ammettiamo però che sia lo zio. A questo punto sappiamo dove stiano tutti quanti. Tutti, tranne il primo deLint. È andato al bar?
Ma porca zozza, siamo a pagina 1, mi hai già introdotto nove personaggi di cui due probabilmente quasi omonimi, e ora mi tiri fuori un secondo modo di riferirsi a uno dei nove, senza nemmeno dirmi esattamente a quale? C.T. è lo zio? È uno di questi nuovi? E che fine ha fatto il primo deLint? E iniziando così tu vuoi che arrivi a pagina 1177? Ma per favore! (Eppure poi...)

mercoledì 7 ottobre 2009

Punto e a calcio

Nel calcio, è cosa nota, non è prevista l'assegnazione della vittoria "ai punti", come succede, ad esempio, nel pugilato. Sicché un pareggio maturato sul campo provoca la cosiddetta "spartizione della posta" tra la due squadre, come accade nei gironi all'italiana, oppure, negli scontri a eliminazione diretta, richiede la disputa dei tempi supplementari con l'eventuale seguito della celebre "lotteria dei rigori".
Niente da obiettare, l'assegnazione della vittoria "ai punti" non piace a nessuno.
Spesso però, nelle discussioni del dopopartita, ci si accapiglia per stabilire se una vittoria (o una sconfitta) sia stata ottenuta da una squadra con pieno merito o non sia stata piuttosto il frutto della fortuna (o della sfortuna), oppure ci si scontra per determinare quale, tra due squadre che hanno pareggiato, si sia avvicinata di più alla vittoria.
Per dirimere questioni di questo tipo si possono adottare alcuni atteggiamenti:
- si accetta sempre per buono il risultato del campo;
- si accetta per buono il risultato del campo, previo emendamento degli errori arbitrali;
- si valutano parametri oggettivi, da qualche anno disponibili nelle statistiche della partita, ad esempio si confrontano il "numero di tiri" effettuati dalle due squadre, o il "numero di tiri nello specchio", o la "percentuale di possesso palla" eccetera;
- si elabora un metodo di calcolo sulla base degli elementi oggettivi di cui sopra: es. 10 punti per un gol, 5 per un palo o traversa, 2 per un tiro nello specchio, e così via (ipotizzando anche tarature diverse: per un palo o traversa si possono assegnare solo 3 punti, invece dei 5).

Un'idea innovativa potrebbe consistere in questo metodo:
1. tutta la partita viene registrata;
2. alla fine della partita (con i moderni marchingegni si può fare anche con un piccolo delay a partita ancora in corso) si mostra la registrazione a una giuria di - poniamo - 100 persone che non l'hanno vista in diretta (e che non sono emotivamente coinvolte dalle vicende delle due squadre in campo);
3. ogni qualvolta, visionando la registrazione, l'azione di gioco si sviluppa in modo tale che una delle due squadre sembri avere la possibilità di segnare, la regia ferma la registrazione nel momento più vivace dell'azione e ai 100 giurati viene domandato se, secondo loro, l'azione si è poi conclusa con un gol o no.
4. ovviamente più ogni occasione da rete è stata plausibilmente pericolosa, più grande il sarà in numero di risposte positive che otterrà. Poniamo che 70 giurati su 100 ipotizzino che una certa azione si sia conclusa con un gol: in quel caso la squadra che attacca maturerà 70 punti.
5. Le azioni che poi effettivamente si sono concluse con un gol anche nella realtà porteranno sempre 100 punti alla squadra che ha segnato, indipendentemente dal voto dei giurati, ma andranno comunque mostrate alla giuria assieme alle altre, altrimenti alla lunga i giurati capiranno che solo le azioni che non si sono concluse positivamente vengono proposte.

Una volta concluse queste valutazioni si potrà assegnare la "vittoria ai punti".

Se la squadra A ha realizzato un gol e avuto un'occasione in cui il 50% dei giurati ha ipotizzato che si sarebbe potuto segnare un gol, maturerà 150 punti. Mentre la squadra B senza gol, ma con tre occasioni da 90%, matura 270 punti e vince "ai punti" la partita. In altri termini si potrà dire con una certa razionalità che "per il gioco espresso", la squadra B avrebbe meritato di vincere, o che la squadra A ha vinto con una certa fortuna.
Anche se poi, a ben vedere, ci sarà sempre un commentatore che ci farà notare che anche gli attaccanti che hanno sbagliato ben tre occasioni da 90% fanno parte della squadra B, e che quindi B ha perso con merito, o che le tre parate strepitose del portiere della squadra A sono state effettuate pur sempre da un giocatore della squadra A (il portiere, appunto) e che pertanto A ha vinto con merito e si ritorna daccapo. Però un'indicazione di massima sul grado di pericolosità offensiva relativa di A e B questo metodo dovrebbe fornirla. Il problema è quello di trovare 100 sfortunati che vogliano vedersi in differita una partita di cui gli importa poco, ma non si può avere tutto!

giovedì 3 settembre 2009

Gazpacho à la Ardemagni

Accogliamo volentieri l'invito (Vaticano, Fini, il Sole) a smorzare i toni, abbandoniamo la sterile polemica calcistica e politica e parliamo di zuppe fredde.
Nelle lontani estati dei primi anni '70 mia madre, di origine toscana, era usa ammannirci, di tanto in tanto, il cosiddetto "pammòlle" ovvero un pappone di pane secco, sbriciolato e ammollato nell'acqua quindi arricchito con pomodori, cipolla e cetrioli, quindi condito con olio, sale e aceto, poi impreziosito da qualche foglia di basilico e infine servito freddo.
All'epoca lo schifavo senza ritegno, ma con l'età della ragione ho capito che il pammolle (o panmolle, ma ancora più conosciuto come "panzanella") è buonissimo e si inserisce in quello splendido filone toscano di zuppe povere di cui le più celebri sono la ribollita e la pappa al pomodoro (da lacrime quella della Antica Locanda di Sesto, a Ponte a Moriano, vicino a Lucca). Ma visto che queste ultime sono calde, d'estate meglio ributtarsi sul pammolle della mamma.
Ultimamente io lo preparo così (per due persone)
Ingredienti: 2 ciabattine, 4 pomodori piccoli, mezza cipolla di Tropea, olio extravergine di oliva (ultimamente lo prendo a Canino in provincia di Viterbo), 4 foglie di basilico, sale e pepe.
Dispongo due ciabattine spezzate sul fondo di un'insalatiera, le inzuppo con acqua fredda (o con un misto di acqua e brodo vegetale), le frantumo con il retro di una forchetta fino a sbriciolarle. Aggiungo la cipolla tagliata fine, il pomodoro fatto a tocchettini minimi, le foglie spezzate di basilico, l'aceto, il sale e il pepe. Mescolo ben bene, alla fine, quando è tutto davvero un pappone, aggiungo l'olio extravergine, sempre mescolando, poi metto in frigorifero per una ventina di minuti e servo freddo.
È una versione un po' apocrifa, senza cetrioli e con le ciabattine al posto del pane sciocco tipico toscano, ma a me piace così.
E qui inizia la fase due. Perché in fondo cos'altro non è il gazpacho se non un pammolle tritato molto di più e con in più l'aggiunta del peperone?
E allora, per provare qualcosa di diverso, proviamo a prendere il pammolle (o panzanella che dir si voglia) precedentemente preparato e lo usiamo come base per realizzare una variante del gazpacho, però sempre senza peperone. D'altra parte Wikipedia dice che di gazpacho ne esistono sessanta versioni, questa può ben essere considerata una sessantunesima: il gazpacho à la Ardemagni.
Ingredienti (oltre a quelli precedentemente indicati)
Due acciughe, un peperoncino rosso piccolo, due cubetti di ghiaccio.
La preparazione è estremamente semplice: si prende il pammolle precedentemente preparato e, invece di schiaffarlo nel frigo, lo si butta nel frullatore assieme a due acciughe sciolte in poco olio d'oliva extravergine (scaldare l'olio alla temperatura minima per sciogliere le acciughe, piuttosto che scaldare troppo l'olio è meglio finire di sciogliere le acciughe con la forchetta). Aggiungere un peperoncino (sì lo so che c'è già il pepe nel pammolle, ma il peperoncino ci vuole!) e due cubetti di ghiaccio.
Frullare il tutto, versare in un bicchierone già raffreddato et voilà.
Guarnire a piacere (foglie di basilico? Boh, le guarnizioni non sono il mio forte) e buon appetito!