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martedì 25 marzo 2014

Bitcoin: quel dubbio che mi resta


Da qualche tempo seguo le vicende di bitcoin, con un misto di curiosità e di perplessità. Adesso leggo che per la moneta elettronica sono giorni difficili. E allora forse arrivo un po' tardi con questa domanda, ma meglio tardi che mai.

Premetto che, in generale, non sono affatto contrario al concetto di moneta elettronica, penso addirittura di essere nel primo percentile della popolazione italiana per anzianità di utilizzo di Paypal. 

Apprezzo, almeno in via teorica, il geniale algoritmo di generazione che renderebbe impossibile la falsificazione di bitcoin, e capisco che la possibilità di acquisire beni o servizi tramite bitcoin, o la possibilità di convertire bitcoin in valute come dollari o yen, siano passaggi storici importanti per la sua affermazione.

Quello che non ho mai compreso fino in fondo è il meccanismo di distribuzione "iniziale" di ogni singolo bitcoin (o, più tipicamente, frazione di bitcoin) il cosiddetto mining (vocabolo che indica l'utilizzo di una metafora basata sull'estrazione mineraria).

Ricordiamo che i creatori del sistema avrebbero deciso di generare nel tempo fino a 21 milioni di bitcoin e poi di terminarne la generazione, chiudendo così la base monetaria a quel livello prestabilito.

Ma a chi vanno questi 21 milioni di bitcoin man mano che vengono generati? Esclusivamente ad utenti che lasciano abilitata l'opzione "genera bitcoin" di alcuni programmi "client". Cioè c'è una certa casualità nell'assegnazione, ma sempre nell'ambito di quel gruppo di utenti, che avranno più probabilità di vederseli assegnati se, oltre ad avere il client attivo, staranno utilizzando dell'hardware ad hoc, ottimizzato per questa operazione. Le possibilità che una frazione di bitcoin venga assegnata a mia madre che non usa il computer, o a me, che ho scaricato il client, ma poi non lo attivo mai, è pari a zero.

Ora, leggendo le valanghe di commenti caustici ricevuti dal mio amico Fabio Scacciavillani che ha illustrato ottimamente splendore e miseria del bitcoin in due articoli sul blog del Fatto Quotidiano (il primo è uscito anche sul cartaceo, il secondo credo di no) vedo che c'è un nucleo duro di estimatori di questa moneta virtuale che ne sottolineano il carattere rivoluzionario. 

A loro la domanda che pongo (e che, in effetti, neanche si Fabio pone) è la seguente: ma vi piace davvero che i bitcoin vengano assegnati in questo modo? Cioè la distribuzione "iniziale" di ogni singola frazione bitcoin non è 1) tutta a vantaggio dei creatori del sistema (che avrebbero potuto mettere da parte un reddito da signoraggio colossale), ma non è nemmeno 2) distribuita "equamente" tra la popolazione o 3) in modo totalmente "casuale" tra la popolazione, bensì 4) a una piccola casta di nerd che hanno deciso di tenere attivo un programmino su un computer, meglio se ottimizzato per questa operazione. E che forse adesso, visto il potenziale collasso del sistema, potrebbero guadagnare meno di quanto previsto.

Cioè a me, che non ci investo più di tanto, parrebbero più lineari sia la logica predatoria del "prendono tutto i creatori" (ipotesi 1) oppure, all'opposto, 2) quella egualitarista (distribuire tra tutti) o infine una logica totalmente dadaista 3) totalmente a caso, ma su tutta la popolazione.

Cosa mi rappresenta questa ipotesi 4) di distribuire solo ai "miners"?
Dov'è la rivoluzione in tutto questo?