martedì 4 agosto 2015

Il mandarino ed io


Per anni ho tentato di studiare la lingua cinese (il mandarino, il putonghua o come lo si vuole chiamare). Tutto è iniziato poco prima di partire per le Olimpiadi di Pechino 2008: volevo prendere giusto qualche lezione online (un po' tardi a dire il vero, visto che mancavano solo 3-4 settimane alla cerimonia di inaugurazione) e dalla scuola online che avevo contattato mi è stato proposto, a un costo ragionevole, un corso della durata di un anno con oltre 250 lezioni (via skype) con un'insegnante madrelingua residente a Pechino (e quando non avrebbe potuto tenere la lezione la mia insegnante principale, sarebbero state pronte dei sostituti).

Così, dopo aver preso le prime 5-6 lezioni sono partito per Pechino (Beijing, anzi  北京) conoscendo a stento dieci parole. Il resto del corso l'ho completato al ritorno, quando tecnicamente non mi serviva più, ordinando i libri su amazon.com e collegandomi quasi ogni mattina con la mia insegnante pechinese. Un anno dopo, agosto 2009, raggiunta Pechino per seguire la finale di Supercoppa tra Inter e Lazio e per salutare il mio amico Alessandro l'ho conosciuta di persona. Così mi ha spiegato che gli insegnanti di quella scuola online erano abbastanza vessati, da un punto di vista salariale, e non solo, così non ho voglia di fare pubblicità alla sua scuola: ma va detto che era organizzata in modo abbastanza efficiente. Per qualche tempo ho preso lezioni "private" da lei, bypassando l'organizzazione. Poi ho mollato il colpo con lo studio. Per tenermi in esercizio però ho scaricato i primi 100 dialoghi da Chinese Learn Online (primo sito utile) e devo dire che, ascoltati nel lettore mp3 portando a spasso il cane, finché ne ho avuto uno, sono serviti a non perdere tutte le conoscenze.

Alla fine di questi sette anni di frequentazione, per quanto discontinua, ho maturato alcune convinzioni nei confronti di questa lingua terribilmente affascinante.

La più ovvia è che il mandarino ha una struttura grammaticale relativamente semplice: non ha gli articoli, i verbi non si coniugano, eccetera. Le difficoltà principali sono due. 

La prima difficoltà è costituita dai suoni, che a un orecchio occidentali sembrano "tutti uguali". E per certi versi molto simili lo sono per davvero visto che tutto il cinese si basa sulla miseria di poco più di 400 suoni sillabici che, anche considerando i quattro toni delle vocali (ne parleremo forse in un altro post), possono salire a un massimo di 1600 suoni, mentre in italiano, anche solo considerando le sillabe che iniziano con la lettera S (da SA a SVUO) superiamo tutte quelle cinesi, anche omettendo quelle "potenziali" (utilizzabili ad esempio in un nome di fantasia), ma non usate in alcuna parola del vocabolario italiano come SVOZ o SVUZ. 

Mi spiego ancora meglio: in italiano da SA a SVIZ a STRON a SEL a SOP passa un mondo acustico. Anche un ipoacusico, non dovrebbe avere difficoltà a percepire la differenza di suono.
Le sillabe cinesi, (per semplicità qui trascritte in caratteri occidentali tramite il pinyin) sono invece tutte molto simili tra di loro, essendo costituite dagli stessi tre elementi: A. una eventuale consonante + B. una vocale o un dittongo + C. una eventuale consonante ma scelta solo tra r, n o ng. 

Ad esempio: X + IA + NG = XIANG. (E si tenga conto che alcune combinazioni "possibili" non sono previste: GO ad esempio non è una sillaba cinese).


Quindi, proseguendo nell'esempio, dei circa 1600 suoni sillabici cinese quattro sono XIANG, altri quattro sono XIAN, altri quattro XIA (visto che la A può assumere uno dei quattro toni).
Capite che discernere uditivamente questi dodici suoni sillabici per un occidentale non sia una passeggiata. E che i suoni siano simili lo ammette implicitamente la stessa lingua cinese visto che spesso negli ideogrammi (ne parliamo sotto) si evoca una sillaba "simile" ma non uguale!, per fornire un'indicazione fonetica a uno specifico ideogramma. 

Prendiamo un esempio da wikipedia: il carattere  = chōng ovvero "vortice, risucchio" è composto da due parti (da due radicali): la parte sulla sinistra (fatta da tre tratti) indica l'acqua, la parte sulla destra, quel quadrato trafitto, indica = zhōng da solo significa centro, nel mezzo, ma qui è presente soltanto per fornire un aiuto alla pronuncia. Quindi chi apprende il cinese e si trova di fronte il simbolo  capisce dalla parte sinistra che siamo in ambito acqua e poi intuisce dalla parte destra che quella si pronuncia "quasi come zhōng" cioè chōng.

Insomma: ci troviamo di fronte a una lingua che ha solo 1600 suoni sillabici distintivi, molti dei quali per "sua stessa ammissione" sono "simili" tra di loro. 

Inoltre, considerando che la gran parte delle parole sono monosillabiche o bisillabiche e i significati possibili sono ben più di 1600, va da sé che a ogni suono sillabico siano collegati molti significati, a volte anche una ventina, a ognuno dei quali è associato un diverso carattere. Ad esempio associati alla quattro sillabe che suonano wu ci sono 71 caratteri diversi dai significati diversi, si veda questa tabella su Mandarin Tools (secondo sito utile, in particolare il dizionario)

C'è da impazzirne (anche se poi, studiando, si impara che i cinesi hanno messo a punto dei metodi per riuscire a facilitare la comprensione, aggiungendo nella costruzione della frase significanti e indicatori al momento opportuno).

2. La seconda difficoltà è decisamente la scrittura. Però qua con un po' di razionalità si può venirne a capo. Tutti i caratteri cinesi sono costituiti da uno o più radicali. I radicali sono in tutto 214: considerando che alcuni di questi radicali si possono scrivere in due o tre modi diversi si arriva al massimo a 300 caratteri. Prima abbiamo visto che il carattere    = chōng, vuol dire vortice, è composto due radicali: acqua e centrale (ma questo secondo serviva solo a facilitare la pronuncia). Ora non sempre le ragioni con cui vengono assemblati i radicali in un carattere sono un misto tra significato e ragioni fonetiche: secondo una vecchia categorizzazione ci sono "sei motivi" diversi. A volte, poche, si arriva a esprimere un concetto sommandone altri due: 好 hǎo - hào, che significa bene, si ottiene unendo il radicale "donna" con il radicale "bambin"o: in quanto il "bene" verrebbe ben rappresentato da una donna ed un bambino. 

Ora non è sempre facile capire, ad esempio, perché "pensare", 想 = xiăng, (il carattere nell'animazione in alto) venga rappresentato unendo i radicali cuore (in basso) + albero/legno (in alto a sinistra) + occhio (in alto a destra). Io non so se in questo caso le ragioni siano anche fonetiche o tutte semantiche, ma devo dire che FINALMENTE, sono riuscito a trovare un sito che, per ogni carattere, ti elenca TUTTI i radicali che lo compongono, facilitando enormemente il lavoro di scrittura e memorizzazione. Il problema è che non è esattamente in italiano, ma in spagnolo, ma tutto sommato si capisce e funziona di brutto: eccolo qua! (terzo sito utile)

Image source: Wiktionary

1 commento:

Alessandro Celuzza ha detto...

Bravo Marco, condivido tutto quello che hai scritto e mi piace molto la quantificazione numerica con la quale hai espresso la complessità e la specificità della lingua cinese.
Anche io ho cominciato a studiare il Cinese Mandarino dopo le olimpiadi di Pechino e nel 2009 ho anche trascorso un breve periodo in Cina.
Per un anno e mezzo ho studiato Cinese in una scuola di Milano, poi ho proseguito da solo, ma senza la necessaria continuità.
Ho trovato piuttosto agevole la costruzione della frase e l'uso dei verbi, invece ho trovato moltissime difficoltà nella memorizzazione dei caratteri e nella loro scrittura. Le mie difficoltà derivano soprattutto dalla discontinuità nell'applicazione pratica. Mi risulta anche difficile la lettura dei testi a causa del fatto che i caratteri di stampa (hanzi) sono generalmente piccoli e io non ho più una buona vista.
Oggi, senza l'ausilio del pinyin, non sono in grado di leggere e comprendere neanche i testi più semplici. Non dispero di riuscire a raggiungere un giorno la conoscenza di quei 2500 caratteri di base che mi permetterebbero di uscire dalla mia attuale condizione di analfabetismo.