domenica 2 giugno 2013

Sette sposi per una Isabella


Girovagando in rete ho trovato questa storia molto divertente (e chissà quanto vera) di una giovane donna che nel 1901, a soli ventotto anni, aveva già avuto sei mariti. Una vicenda che viene raccontata dai giornali dell'epoca spostandola leggermente nel tempo e nello spazio (e anche nel numero dei mariti).

I mariti della giovane donna muoiono tutti in situazioni rocambolesche, non anticipo quali per non togliere il piacere della lettura. Tutti gli articoli segnalano che la fonte della notizia è da ricercarsi in non meglio precisati "giornali spagnoli", ma tutta l'azione si svolge negli Stati Uniti. E tutti gli articoli, indipendentemente dal fatto che siano pubblicati nell'agosto o nel dicembre 1901 si concludono dicendo che la giovane si sposerà ancora "il mese prossimo" (o "questo mese").

La Stampa di Torino del 20 agosto 1901 riporta che la donna si chiama Isabella Caporali ed è nata in Italia e poi emigrata negli USA (per tutti gli altri si chiama Isabel Caporal ed è di origine spagnola). Per la Stampa il matrimonio del mese successivo sarà il sesto (per tutti gli altri il settimo).

Il New York Times (mica l'Eco di Pastrengo) del 23 agosto 1901 riporta The London Pall Mall Gazette che a sua volta cita giornali spagnoli. Ma già qui c'è un marito in più rispetto alla Stampa: Isabel è già vedova anche del sesto, morto in un incidente su un'imbarcazione a vapore. In ogni caso il settimo matrimonio sarà contratto da Isabel il mese successivo.

Lo Hawera & Normanby Star, prestigioso quotidiano neozelandese, nel suo numero del 15 ottobre 1901, riporta invece che il matrimonio è fissato "per questo mese".

Infine l'Arlington Journal, di Arlington, Tx, ancora il 12 dicembre 1901!, ci dice che la povera Isabel si sposerà "the next month" (riporto qui sotto l'intero pezzo, perché il link punta a un documento di 150 pagine e l'articolo su Isabel si trova in fondo).

Sarà stata mai felice, la giovane Isabel?
Thursday December 12, 1901 ONE HUSBAND PER ANNUM.
The Matrimonial Experience of a Young Spanish Woman.
The Spanish journals relate the perhaps unparalleled matrimonial experiences of a young Spanish woman, named Isabel Caporal, who in six years has lost by death six husbands, and now awaits in modest patience her wedding day with a seventh. In 1894 Senorita Isabel, then a young girl of 21, emigrated to New Orleans and soon married a theatrical manager named Freeman, who died in a few months from yellow fever during a starring tour. In order the better to conduct the company the widow, after a few weeks, married one of the actors, a Spaniard named Hany, who was fatally stabbed on their wedding night while trying to mediate
in a brawl in the boarding house. Three weeks later another of the actors led her blushing to the altar. He was a Mexican named Lopez, with whom the offended laws of his country had a crow to pick. Arrested, he sought escape by leaping from a train, was killed, and for the third time in twelve months poor Isabel became a widow. Very soon, however, a fourth husband came along. He was an American militia officer named Knight, but the Cuban war consigned him to an untimely grave and Isabel to the arms of a fifth husband in the person of a South Carolina lumber merchant, who was killed among his own timber. About the sixth husband there are not many details, but he met his end untimely, like his predecessors, in a steamship accident. Standing ―like Niobe, all tears,‖ says a London Pall Mall Gazette correspondent, Isabel is for the moment a widow for the sixth time. But she is young, possesses a small dowry, and a business man in Charleston, greatly daring, has implored her to name the seventh day which is fixed for next month.

sabato 25 maggio 2013

Un caso che fa scuola

Marco Ardemagni
Berlino, marzo 2013: un papà porta a scuola il suo bambino.
Vorrei provare a svolgere un ragionamento non banale riguardo al referendum consultivo sui finanziamenti comunali alle scuole d'infanzia che si terrà domani a Bologna. Premetto subito che non ho risposte definitive e mando mia figlia alla scuola pubblica (tranne gli ultimi due anni di materna perché alla materna comunale, il primo anno, la obbligavano a dormire dopo il pranzo e lei non ce la faceva proprio).

Butto lì subito la mia ipotesi, a partire proprio dall'esempio bolognese, che è questa. 

Per i sostenitori della scuola pubblica i problemi non sono a) le sovvenzioni alla scuola privata ma b) i tagli alla scuola pubblica (cercherò di dimostrare che a e b non sono direttamente in rapporto di causa-effetto) e c) il fatto che le scuole private, in Italia, siano in larga parte confessionali.

Partiamo dal caso di Bologna: il cuore del discorso sono i famosi 1.736 bambini che vanno alle materne paritarie bolognesi (pari al 21% o 23% - secondo le fonti - del totale dei bambini che frequentano le scuole d'infanzia a Bologna), per cui si riceve dal Comune poco più di un milione di euro (esattamente 1,055 cioè 607,72 euro/anno per bambino). Queste scuole paritarie (private) sono in tutto 27 di cui 25 confessionali, 1 laica, 1 steineriana (vedi Repubblica.it). Le rette, che sono pagate dalle famiglie, vanno da poco più di 100 euro a un massimo attorno ai 1000 euro al mese (a seconda della scuola).

Gli altri bambini, grosso modo, vanno al 60% alle materne comunali, gli altri (circa il 17%) alle statali. Il costo bambino/annuo per le comunali è stato calcolato in 6900-7000 euro annuo a carico del Comune. (Va detto che non tutti i bambini di cui stiamo parlando sono residenti nel Comune di Bologna, ma questo cambia di poco i termini della questione).

Qualcuno ha calcolato che il Comune con gli eventuali 607,72 euro x 1736 bambini= 1,055 milioni di euro risparmiati (qualora decidesse non di sovvenzionare più le materne paritarie) potrebbe dare posti a scuola per non più di 145 bambini. Non so se questo sia vero, comunque difficilmente arriverebbe a 1736. Ma vediamo meglio.

Ora, io genitore di un bambino che va alle Scuole d'infanzia comunali, e che voglio continuare a fare così, in cosa devo legittimamente sperare? 
1) Che il comune stanzi i 7000 euro per l'educazione di ogni bambino bolognese A PRESCINDERE da dove i genitori lo mandano! Poi, alle famiglie che, in cambio di soli 607 euro (passati alle scuole, poi verosimilmente convertiti in rette più basse), decidono di mandarli alle private, farei ponti d'oro. Purché i restanti 6400 euro risparmiati per ogni bambino che non va alle comunali, vengano spalmati sulle scuole comunali e vadano a migliorare la qualità dell'insegnamento e delle strutture destinati a quelli che restano alle scuole comunali.
2) Oppure potrei sperare che il comune decida di spalmare i 6400 euro risparmiati anche su altre cose (es. 2000 per ridurre le tasse ai cittadini (tra cui io), 1000 per riparare le buche stradali (tra cui quelle in cui viaggio io) e 3400 per gli asili comunali eccetera. 
3) Potrebbe venirmi addirittura voglia di sperare che il comune incentivi ancora di più la quota, ad esempio a 1200 euro, invogliando ancora un numero maggiore di cittadini a "fare da sé", lasciando nelle casse degli asili comunali sempre più soldi (in questo terzo esempio: 7000-1200=5800 euro risparmiati per ogni bambino che va in un'altra scuola, ma moltiplicati per un numero ancora più alto rispetto ai 1736 bambini attuali) per migliorare la qualità di quelli che rimangono.

Capisco le obiezioni all'ipotesi 3)
Obiezione 1: Faremmo una scuola per i ricchi e una per i poveri.
Risposta: A parte che già adesso è così. Senza finanziamenti, i bambini alle private forse scenderebbero un po', ma i più ricchi, per cui i 607 euro/anno di retta in più non fanno la differenza, continuerebbero a mandarli alle private. Se invece si aumentassero i finanziamenti alle private invogliando sempre più genitori a mandarli alle private (SENZA PERO' stornare fondi alle pubbliche!) alle fine, con i risparmi accumulati avremmo delle comunali di lusso!

Obiezione 2 (più sensata): Questa scelta innescherebbe un meccanismo di impoverimento complessivo della scuola pubblica: Bologna non potrebbe mantenere a lungo i 7000 euro/bambino su tutta la popolazione se poi alla scuola pubblica vanno in quattro gatti (bambini) a godersi questo enorme patrimonio. Rispsta: Però, pensateci: scatterebbe anche un meccanismo opposto. L'avere fondi a disposizione con pochi bambini porterebbe anche molti genitori a tornare alla scuola pubblica proprio perché poche teste (bambini) si spartirebbero un grande finanziamento.
Obiezione 3) perché finanziare noi, stato laico, un'educazione prevalentemente orientata in senso religioso?
Risposta: Ma qui il problema è: perché è così poco redditizia l'educazione materna che QUASI solo istituzioni con un immenso patrimonio (come la Chiesa Cattolica) e animati da secondi fini (la diffusione della cultura cattolica) più che non da criteri imprenditoriali e di efficienza, possono permettersi di fondare scuole materne private?


La mia posizione, ovviamente, è che il costo dell'educazione materna e dell'obbligo deve essere totalmente (o in larghissima parte) a carico dello stato, ma l'educazione non deve essere necessariamente fornita direttamente dallo stato (o dai comuni) e che dobbiamo fare di tutto perché una pluralità di attori, siano messi in grado di competere ad armi pari e attirare quanto più possibile il favore di famiglie e studenti, anche con proposte educative differenti (nell'ambito di linee guida condivise) e con la possibilità di selezionare puntualmente il corpo insegnante aldilà dei punteggi e delle graduatorie (e chi intende invece mantenere questo "stile di selezione", poi ne ottenga il giusto feedback in termini di disaffezione dell'utenza/clientela).

PS: ho già postato questo intervento sulla mia pagina facebook, ma con alcuni refusi che sono stati qui emendati.

Alcuni utili contributi alla discussione. Un intervento molto orientato al no (scelta A del referendum): su Internazionale (si vedano anche i due articoli precedenti linkati nel testo). Il riepilogo di Repubblica.it. La posizione dei sostenitori della mozione B, l'Amaca di Michele Serra di oggi e qui la posizione di un blogger de Il Fatto Quotidiano.

lunedì 11 marzo 2013

Non ha voce. Ma ha fame. Intervista a Marina Palombaro (CIAI)


Anche quest'anno appoggio personalmente la campagna di raccolta fondi del CIAI. 
Quest'anno la campagna si chiama “Non ha voce. Ma ha fame” e punta a realizzare un progetto a favore di 150 bambini malnutriti (0-2 anni) e 30 donne in gravidanza in sei villaggi della Costa d'Avorio - Alépé, il capoluogo e i villaggi di Monga, Montezo, Grand Alépé, Memni, Ahoutoué.

Ne parlo con Marina Palombaro che coordinerà il progetto. È un'intervista che, spero, ci permette di cogliere in pieno la portata del problema e anche di capire come lavorano le ONG, e in particolare il CIAI, in questi territori.

Per chi non ha pazienza e vuole subito andare al dunque segnalo che per donare 2 euro (dal 10 al 31 marzo) basta mandare un SMS al numero solidale 45503 (da cellulari TIM, Vodafone, Wind, 3, PosteMobile, CoopVoce e Noverca) o chiamare da rete fissa TWT. Mentre chiamando da rete fissa Telecom Italia, Infostrada o Fastweb si possono donare da 2 a 5 euro.

Buongiorno Marina, iniziamo con una domanda apparentemente semplice: che lavoro fai?
Foto 1
Coordino i vari progetti del CIAI in Costa d'Avorio.

E sul tuo biglietto da visita, cosa c'è scritto?
Rappresentante Paese.

Qual è stato il tuo percorso lavorativo?
Ho avuto un percorso abbastanza anomalo per una cooperante. Ho infatti iniziato la mia carriera professionale come bancaria, per ben 8 anni. Poi ho lasciato perché era un mondo che non mi apparteneva. Ho poi lavorato nella formazione professionale con l'ISFOL come consulente e questa esperienza mi ha permesso di iniziare a "sperimentarmi" nella cooperazione internazionale alla quale sono arrivata dopo i trent'anni dunque in età sufficientemente matura. Dal 2002 mi occupo stabilmente di cooperazione internazionale.

Quale percorso educativo consigli per chi volesse seguire le tue orme più velocemente?
Io non credo che esistano percorsi speciali: credo che una buona preparazione universitaria in qualsiasi campo vada bene. Francamente le formazioni universitarie specifiche mi fanno inorridire: io ho fatto un master, ma francamente non credo mi abbia dato molto più di quel che già avevo interiorizzato nel mio percorso universitario precedente. Poi, però, se fai una selezione la formazione te la chiedono, ma a questo punto meglio un master di un anno.

A quanti diversi progetti hai collaborato?
Nel mio percorso da cooperante ho avuto modo di coordinare e gestire una decina di progetti che spaziavano dal diritto alla salute, al diritto all'istruzione, dall'empowerment femminile al microcredito, dalla prevenzione della mortalità materna alla prevenzione della morbi-mortalità infantile (in particolare prevenzione della malnutrizione), dal rafforzamento delle capacità comunitarie all'eco-turismo.

Foto 1
Da quanto tempo ti trovi in Costa d'Avorio?
Dall'ottobre 2012.

E quali progetti hai seguito in questo paese?
Dal mio arrivo qui ho avuto modo di seguire due progetti incentrati sul diritto all'istruzione di base (anche con costruzione di 3 scuole), al rafforzamento delle capacità economiche di madri-capofamiglia per permettere loro di poter iscrivere i figli e le figlie a scuola, visite sanitarie per gli allievi delle 3 scuole costruite (Alépé, Grand Alépé e Ingrakon, vedi foto 1), presa in carico sanitaria di 100 donne affetta da HIV.

In cosa consiste esattamente il tuo lavoro? Quali sono gli obiettivi che si pone?
Il mio ruolo da rappresentante istituzionale consiste nel costruire e mantenere i rapporti istituzionali con il governo ivoriano in tutte le sue espressioni (dal livello centrale al livello decentrato), costruire partenariati con la società civile ivoriana, costruire e mantenere quando già esistenti rapporti istituzionali con organismi internazionali (es: UNICEF, Unione europea, ecc.), i rapporti con le autorità competenti in campo di adozioni internazionali per assicurare che qualora ci fossero bambini adottabili l'adozione venga fatta nel rispetto dei bambini/e dei potenziali genitori e delle leggi vigenti in loco e in Italia, verificare la fattibilità di idee progettuali, scrivere progetti, gestire il personale locale e far funzionare l'ufficio/sede del CIAI in Costa d'Avorio, amministrare correttamente i fondi inviati per la realizzazione delle attività dell'ONG.

Quali sono per te le priorità di un paese come la Costa d'Avorio? E pensi che il lavoro che tu svolgi riesca a rispondere a queste priorità?
La Costa d'Avorio è innanzitutto un paese che ha bisogno di riconciliazione e pace: questa è la conditio sine qua non per qualsiasi altro tipo di intervento anche perché è un paese che ha tante risorse economiche e potenzialità. Lavorare sui diritti dei bambini, delle donne, di accesso alla salute, e su altri aspetti, è certamente il modo migliore per lavorare qui ed ora. Cioè non è solo costruire o fare attività, è qualcosa in più: è costruire un percorso in cui gli esseri umani trovino la loro giusta posizione. Allora bisogna ricominciare dai diritti, è prioritario. Se la violenza verso bambini e donne che ovunque rappresentano la parte più debole della società persiste come se fosse "normale” allora non c'è spazio per nessuna forma di sviluppo, ma questa cosa è valida un po' per tutte le realtà.

Raccontaci una tua giornata tipo.
Arrivo in ufficio alle 8h30, controllo la posta e le notizie dei giornali in particolare su internet. Riunione con i collaboratori per l'organizzazione delle attività di terreno e per fare il punto sulle attività realizzate. Contatto con i partner: vedere a che punto sono con le rendicontazioni e con le attività da realizzare. Contatto con i ministeri per vedere se ci sono delle novità in merito ai nostri rapporti istituzionali. Dalle 13 alle 14 pausa pranzo. Uscite in città (per attraversare Abidjan a volte ci vogliono 2 ore) per uffici vari o per incontrare un potenziale partner. Oppure la prima parte della giornata non si svolge in ufficio, ma nei villaggi dove vado a controllare se le attività sono correttamente svolte, a incontrare le donne beneficiarie dei progetti ascoltarle e capire se tutto sta andando bene, a incontrare i bambini nelle scuole e vedere se hanno beneficiato correttamente di una attività, a visitare un nuovo sito/villaggio/quartiere nel quale vorremmo intervenire con qualche nuovo progetto e in questo caso e incontro le persone, le associazioni, le autorità locali per sentire quali sono i problemi e discutere con loro le possibili soluzioni. Di solito dovrei lavorare fino alle 17 ma spesso rimango oltre.

Vedo che interagisci moltissimo con le istituzioni. Ti è capitato di avere a che fare con situazioni "grigie" come corruzione o malaffare?
Sì, direi quasi sempre, pensa che abbiamo acquistato una macchina da ottobre e ce l'hanno consegnata solo ieri. Noi come ONG abbiamo diritto all'esonero delle tasse, ma in questi mesi ci hanno fatto girare girare e girare noi abbiamo tenuto duro. Così la macchina l'abbiamo avuto sdoganata solo a marzo...

Con una mazzetta si sarebbe sbloccata prima?
Credo di sì, ma qui pure i militari ti fermano per i controlli e ti fanno capire che gradirebbero qualcosa. Ora non possono più chiederlo direttamente, ma nel 2006 se ti fermavano non ripartivi più. Ora glissi, fai finta di non aver capito, prendi tempo e alla fine ti fanno andare.

A parte la corruzione quali sono i principali ostacoli che incontri nel tuo lavoro?
La burocrazia, che spesso è esagerata e ritarda gli interventi o l'acquisizione di informazioni importanti. Oppure l'ignoranza che spesso impedisce di percepire in tempi brevi un messaggio correttamente. Ma questa seconda cosa, cioè l'abbattimento degli ostacoli è uno degli obiettivi del nostro lavoro quindi si accetta più facilmente della burocrazia.

E nella ricerca del personale necessario alla realizzazione dei progetti, è difficile trovare persone affidabili?
Dei collaboratori scelti dall'ONG ti puoi mediamente fidare, ma devi sempre controllare! Con i partner è più complicato: trovi sempre qualcuno che ci prova, soprattutto quando c'è un cambio di guardia. Ad esempio io sono arrivata qui ad ottobre. Prima c'era un rappresentante paese locale e una coordinatrice progetti espatriata. Io ho assunto le due funzioni. Appena arrivata tutti hanno cercato di attribuire a chi mi ha preceduta delle cose che non rientrano negli accordi. Ci provano, insomma, ma io comunque mi baso sempre su quel che è scritto.

Ma immagino che per portare avanti progetti così importanti abbiate bisogno di pescare in una sorta di società civile proveniente dalla classe media del paese, ma esiste? È sufficientemente rappresentata?
Sì, poi dipende dal lavoro che le persone devono svolgere: comunque a me è successo in una selezione del personale di escludere dei profili eccellenti e preferire un profilo un po' più basso perché il nostro lavoro è un lavoro di equipe: a volte le eccellenze sono un po' autoreferenziali.

Temevo che molti dei più preparati di quei paesi emigrassero.
No, no: la gente va via certo ma c'è anche chi resta. Non tutti hanno lo spirito del viaggio. Cioè per emigrare ci vogliono due condizioni. Una è economica l'altra è psicologica: saper affrontare la diversità e il cambiamento e la disperazione è una condizione necessaria, ma non sufficiente.
Quindi, la ricerca di personale affidabile non è un grande problema, basta andare con i piedi di piombo. Forse la cosa che più mi ha ostacolato nel lavoro in genere è il fatto che sono una donna.

In che senso?
La gente pensa che le donne che fanno questo lavoro sono come madre Teresa di Calcutta cioè siamo mamme e mogli e quindi col "cuore tenero" e allora quando c'è un problema spostano dal piano professionale a quello "sentimentale".

Non per sapere i fatti tuoi, ma sei lì con la famiglia?
Sono con mia figlia di 2 anni e mezzo: siamo sole io e lei.

E c'è una comunità di stranieri - cooperanti e non - che si trova nel tempo libero?
Sì e no, ma noi non li frequentiamo. Le ONG straniere qui sono spesso mastodontiche e sono in alcuni quartieri di lusso, e più sicuri, a causa della recente guerra civile.
Il CIAI invece ha deciso di essere più nel territorio, certo seguendo comunque delle regole di sicurezza, quindi siamo lontane da altri espatriati e, come ti dicevo, attraversare la città è spesso un'impresa.

Ti pare che queste grandi istituzioni internazionali riescano a svolgere bene il loro lavoro oppure il loro essere così "mastodontiche" un po' le fuorvia?
No, no: io credo che molto dipende dalle singole persone cioè una ONG ha i suoi valori, ma poi il suo volto siamo noi i cooperanti e noi non è che siamo sempre rappresentativi... Mi ci metto in mezzo anche se francamente credo di essere una persona molto corretta.

Finora abbiamo parlato di difficoltà, quali sono invece gli elementi di supporto al tuo lavoro?
La voglia personale, del CIAI e delle persone con le quali percorriamo il cammino verso il miglioramento delle condizioni di vita.

Come possiamo essere noi di supporto?
Dando un messaggio corretto su cos'è la cooperazione e su come vivono veramente le persone nei vari “altrove” del mondo. Far girare i loro sogni nell'immaginario collettivo per uscire dagli stereotipi.

C'è qualcosa che secondo te, da qui, non riusciamo a cogliere delle situazioni in cui vi trovate ad operare (parliamo della Costa d'Avorio, ma anche in generale)?
Sì, innanzitutto la dimensione umana degli espatriati. Non si capisce che siamo dei professionisti. Nel campo umanitario, certo, ma sempre professionisti. Io ho una laurea, una specializzazione e un master più varie specializzazioni, eppure in Italia non mi prendono manco come segretaria perché pensano che noi stiamo qua a pane e acqua come i missionari. Poi la precarietà del nostro lavoro. Certo, abbiamo scelto questa vita, ma credo che l'opinione pubblica dovrebbe conoscere più quel che facciamo e avere più rispetto professionale. Rispetto, non ammirazione come se fossimo degli eroi che vanno al massacro. Poi sulle realtà di questi paesi i media danno spesso una immagine distorta che è più concentrata sulla conseguenza che sulla causa. Ad esempio il bambino malnutrito non è poi che si dica molto sui perché: c'è una dimensione politica della povertà e questa cosa non viene mai trattata, ma è proprio questo che sarebbe fondamentale per creare coscienza e puntare sul cambiamento. Non tanto e non solo il fatto di sapere che quel bambino sta morendo.

Sei stata chiarissima. E l'obiettivo di questa intervista è proprio di aiutare a chiarire proprio questi aspetti. Parlaci della campagna attuale del CIAI.
Non ha voce. Ma ha fame è la nuova campagna di raccolta fondi di CIAI tramite numero solidale – 45503 – attivo dal 10 al 31 marzo per realizzare un progetto che sarà sviluppato a favore di 150 bambini malnutriti (0 – 2 anni) e 30 donne in gravidanza in sei villaggi del paese - Alépé, il capoluogo e i villaggi di Monga, Montezo, Grand Alépé, Memni, Ahoutoué. Mamme e bambini riceveranno visite, controlli nutrizionali, razioni alimentari, ma tra i beneficiari figurano anche 50 donne, destinatarie di programmi agropastorali e circa 6mila persone cui sarà fornita formazione su nutrizione, igiene, educazione alimentare, prevenzione alla malnutrizione.

È così diffuso il problema della malnutrizione in Costa d'Avorio?
La malnutrizione cronica nei bambini ivoriani raggiunge il 20,2% (di cui il 15% in forma severa) mentre il 50% dei bambini in età prescolare soffre di anemia: il tasso di mortalità infantile dei bambini sotto i 5 anni è del 127 per mille, uno dei più alti al mondo.

So che tra le cause della malnutrizione ci sono anche alcune credenze popolari
Foto 3
Certo. Le cause della malnutrizione in Costa d'Avorio non sono solo economiche ma dipendono anche da fattori culturali e scarsa informazione. “Non mangiare le uova, altrimenti diventerai un ladro da grande!”. Questa, tra le altre, è una delle credenze più comuni tra le mamme ivoriane: ai bambini non vengono somministrati alimenti altamente energetici nei primi anni di vita e vengono così reiterate abitudini alimentari scorrette.
La mancanza di un’adeguata educazione alimentare nelle madri, che spesso riconoscono i segni della malnutrizione solo quando sono molto evidenti, nonché la scarsa conoscenza delle principali categorie alimentari, impedisce alle mamme di preparare un pasto qualitativamente completo.

Ma normalmente cosa mangia un bambino ivoriano?
O meglio: cosa non mangia? I bambini fanno due pasti al giorno, la mattina e la sera, e la loro dieta prevede spesso gli stessi alimenti come l'atieké, una specie di cous cous di manioca con una salsa fatta con i semi della palma (sauce grain) oppure con carne o pesce; mangiano molte banane, come frutto o pestato come un puré, in accompagnamento all'atieké.

Grazie Marina e in bocca al lupo per la campagna e per la tua attività.
Crepi il lupo. Grazie a te, Marco, a presto!










sabato 2 marzo 2013

Per il resto, tutto bene.


La misura del disastro in cui ci siamo cacciati è che ogni qualvolta uno dei rappresentanti dei partiti/movimenti presenti nel prossimo parlamento insulta un suo avversario politico (cosa che peraltro avviene ogni due minuti) io mi trovo sempre, immancabilmente, d'accordo con lui/lei.

Sono veri tutti i difetti del PD rinfacciati dagli altri, quelli del M5S sottolineati dagli altri, quelli di Monti e Berlusconi indicati dagli altri.

Ma poi quando ognuno di loro (quelli nuovi e quelli vecchi) racconta cosa ha intenzione di fare, oppure quando mi soffermo a vedere cosa ognuno di loro (quelli vecchi) ha fatto in passato, beh, allora mi cadono le braccia.

Magari mi sbaglio e forse, chissà, troverò qualcuno dei 630+315=945 capace di smentirmi, ma ora come ora non mi sento rappresentato da nessuno degli onorevoli membri del prossimo parlamento della Repubblica Italiana.

giovedì 24 gennaio 2013

La crisi della Fiat (del 1921)

Oggi i media ricordano i 10 anni dalla morte di Gianni Agnelli. Anche noi, a Caterpillar AM, stamattina abbiamo chiamato il direttore de La Stampa, Mario Calabresi, per commentare la ricorrenza, ricordando la figura dell'Avvocato.
Però, colto da curiosità, ieri sera ero andato a consultare uno dei miei siti preferiti: proprio quello dell'archivio de La Stampa. La domanda che mi ponevo era: come avrà commentato il quotidiano degli Agnelli il 21 marzo 1921 la nascita del nipotino Gianni ?
Prima però di aprire l'archivio de La Stampa ho verificato su Wikipedia per scoprire che, innanzitutto, il 21 marzo 1921 La Stampa non era ancora il quotidiano degli Agnelli. Il senatore Giovanni Agnelli, fondatore dell'azienda, nonno di Gianni, al momento della nascita del nipote ne deteneva solo una quota di minoranza, rilevata tra l'altro solo pochi mesi prima (il 1 dicembre 1920). Gli Agnelli diventeranno proprietari della Stampa solo nel 1926, con l'avallo delle autorità fasciste. Infatti su La Stampa del 22 marzo 1921 non si parla affatto della nascita di Gianni Agnelli.
Ma la vera notizia, ricavabile dall'archivio della Stampa, è che al tempo della nascita di Gianni Agnelli la Fiat era in grave crisi: una crisi che, per certi versi, ricorda quella dei nostri tempi.
Nell'ottobre 1920 il senatore Agnelli, visto l'alto livello di politicizzazione delle maestranze, propone addirittura la trasformazione dell'azienda in cooperativa, cedendone di fatto il controllo ai lavoratori, "per il bene dell'azienda". Chavez ne sarebbe stato entusiasta!
La FIOM, invece, pare colta alla sprovvista dall'insolita proposta che la Stampa del 2 ottobre 1920 riporta attingendo pari pari dal quotidiano socialista L'Avanti (qui l'articolo integrale) in un pezzo intitolato Sul progetto del Cav. Agnelli di trasformazione della Fiat
Eccone alcuni passi.
Il cav. Agnelli, amministratore delegato della Fiat (…) propose di iniziare trattative per trasformare l'azienda da lui amministrata in ente cooperativo (…) dato il diffondersi tra le masse delle idealità rivoluzionarie. Da alcuni mesi i dirigenti della Fiat si sentivano assillati dall'incubo di avere in officina alcune decine di migliaia non di collaboratori, ma di nemici (…). Tentando un esperimento di gestione collettiva, in forma cooperativa, la crisi sarebbe superata.
Qualche mese dopo (siamo all'inizio di aprile 1921, gli Agnelli hanno acquistato le quote della Stampa e il piccolo Gianni Agnelli è nato da qualche giorno) della proposta di cooperativa non si sa più nulla: Giovanni Agnelli è in controllo dell'azienda e decide di licenziare 1.500 operai (con la prospettiva di licenziarne a poco fino a 4-5mila dei 20.000 totali). Ma con quale criterio sceglie gli operai da licenziare? Tutti e solo quelli dei reparti in crisi indipendentemente dal credo politico, come vorrebbero i (tutto sommato docili) sindacati?
Macché! Decide di farlo scegliendoli tra le teste più calde. (La storia si ripete eccetera).
Ne rende conto ancora La Stampa in un articolo del 7 aprile 1921 (qui il testo integrale) intitolato Calmo atteggiamento delle Maestranze della "Fiat" dopo la chiusura delle officine
(...) Ciò che dicono gli operai
Uno dei nostri interlocutori, intelligente figura di operaio moderno e vivace parlatore ci disse: - Agnelli ha avuto torto di far questo colpo di testa. Egli avrebbe dovuto separare le due questioni: quella dei licenziamenti con quella della disciplina. Ieri mattina i nostri rappresentanti avevano accettato di massima i licenziamenti e chiedevano soltanto di discutere e possibilmente concordare i criteri coi quali essi sarebbero stati effettuati. Per esempio, i nostri delegati avrebbero voluto che nei reparti dove effettivamente non c'era da fare si fossero licenziati tutti gli operai socialisti, comunisti, popolari o qualunque altra diavoleria essi rappresentassero. Agnelli non accettò. Egli voleva fare una scelta, lasciando così trasparire la volontà di colpire determinati individui.
Non vi ricorda qualcosa?
(Nella foto la mia Fiat Multipla a Porto Rotondo nell'estate del 2011).

sabato 19 gennaio 2013

Se ricalcolando

Sarebbe un mondo migliore se ogni compagnia telefonica (o almeno UNA compagnia telefonica) analizzasse automaticamente il traffico effettuato da ogni cliente e prima di emettere la fattura e ne ricalcolasse il costo complessivo (traffico, promozioni e canone) applicando il piano e le promozioni più convenienti per cliente tra i molti previsti nell'ampio catalogo della compagnia. Non sarebbe una piccola rivoluzione?

Parte la sfida al mondo delle telecomunicazioni: c'è qualcuno che lo farà? Lanciamo una seria campagna finché almeno una di loro non adotterà questa politica?

Obiezioni sparse:
1) Sì ma poi la compagnia cosa ci guadagna?
Ci guadagna soprattutto un botto di clienti (a spese dei concorrenti) a quali viene risparmiato non solo il faticosissimo processo di scelta del piano più idoneo, ma soprattutto il costo dell'eventuale scelta del piano non ideale per il traffico effettuato. Ci guadagna anche un sacco di ore-uomo (a chi è capitato di chiamare i call center di supporto o di frequentare i negozi delle compagnie telefoniche sa quanto tempo viene speso a illustrare ai vari clienti i vantaggi dell'uno e dell'altro piano).
Inoltre renderebbe più chiara la comunicazione pubblicitaria: quante volte di fronte a offerte complessissime noi clienti non siamo assolutamente in grado di capire se l'offerta ci permetterebbe davvero di risparmiare.
2) Ma è possibile tecnicamente farlo?
Siamo nel 2013 e l'informatica qualche passo avanti l'ha fatto. In qualche caso le compagnie già offrono al cliente il ricalcolo del traffico. Ricordo che quando sono stato in Cina per le Olimpiadi attivai una promozione per l'estero a metà della mia permanenza. Al momento di emettere la fattura la compagnia si accorse che per i primi giorni non coperti dalla promozione avevo speso uno sproposito e pur di fidelizzare il cliente, mi offrì di sua iniziativa il ricalcolo dei costi come se avessi attivato la promozione dal primo giorno. Insomma: se lo vogliono sono in grado di farlo.
3) Se fosse possibile l'avrebbero già fatto: questa mossa metterebbe sotto scacco tutti i loro concorrenti. Se non l'hanno fatto evidentemente c'è qualche aspetto tecnico o legale che noi non conosciameo che gli impedisce di farlo.
O magari, sotto sotto, c'è qualcosa di simile a un accordo di cartello? Non dico proprio cartello-cartello (e qui mi rivolgo agli avvocati delle compagnie). Come quando due squadre a fine stagione non si mettono d'accordo esplicitamente a pareggiare. Basta che si guardino negli occhi. Insomma non un cartello, un cartellino. Rosso.

giovedì 17 gennaio 2013

Milano brum brum

La viabilità milanese anni fa è stata disegnata, con ogni probabilità, da un manipolo di criminali pasticcioni e incompetenti.
Molti dei principali viali non sono ufficialmente divisi in corsie (probabilmente perché manca la larghezza della sede per farlo) ma vengono di fatto utilizzati “a due o tre corsie per ogni senso di marcia” dagli automobilisti che si autoregolano viaggiando “a piacere”, confidando che raramente quattro (o sei) auto passino sulla stessa linea nello stesso momento. Questo succede, ad esempio, in Viale Certosa. C'è chi tiene rigorosamente la destra (e viene volentieri sorpassato), chi tiene la sinistra procedendo verso la mezzeria (e viene talvolta superato a destra), chi, più incerto, al centro dell'unica ampia corsia (rendendosi praticamente“insuperabile”). Quando si arriva al semaforo rosso (e in Viale Certosa ce ne sono parecchi) le colonne si devono necessariamente serrare: i più temerari restano disposti su due file per ogni senso di marcia mettendo seriamente a repentaglio gli specchietti al momento della ripartenza. I meno coraggiosi restano incolonnati in fila indiana nei pressi del semaforo.
Le istituzioni ignorano il dramma continuamente sfiorato e confidano ipocritamente nella capacità di autoregolazione degli automobilisti. Lo stesso problema si presenta anche in Corso Sempione dove le corsie “informali” sono addirittura tre e non due per senso di marcia.
Ma tutto sommato i casi di Viale Certosa e Corso Sempione non sono i più gravi della scena milanese in quanto lungo il loro tracciato è vietata la svolta a sinistra. La maggior parte dei viali milanesi invece, oltre a questo problema delle “corsie informali”, presenta quello della “svolta a sinistra a tradimento”.
Come funziona?
Si prenda il caso ad esempio di Via Galvani procedendo verso la Stazione Centrale. Le auto si spalmano sulla strada con quel misto di anarchia e sapienza sopra descritto. Ovviamente i veicoli più rapidi si disporranno verso sinistra, per superare quelli più lenti che scorreranno tenendo più la destra. Quand'ecco che, senza alcun preavviso, in prossimità dell'incrocio semaforico con via Fabio Filzi, sulla pavimentazione stradale compare l'indicazione della divisione in corsie della carreggiata.
E, sorpresa delle sorprese, per chi non conosce questa simpatica caratteristica delle strade milanesi, la zona sinistra della carreggiata, si trasforma dalla corsia a scorrimento più rapido in una corsia con obbligo di svolta a sinistra, costringendo i veicoli “più rapidi” a riconvergere pericolosamente verso destra tagliando la strada ai più lenti (o anche semplicemente agli habitué di via Galvani che conoscono il fenomeno).
La maggior parte dei conducenti che deve proseguire verso la Stazione Centrale, se la corsia è libera, si limita a farlo, ignorando l'obbligo di svolta, causando comunque un po' di sconcerto tra i chi procede nella corsia di destra che non si aspetta di essere affiancato nell'attraversamento dell'incrocio. La cosa diventa però particolarmente pericolosa quando i conduttori dei veicoli “rapidi”, che sono stati sorpresi dall'obbligo di svolta, si trovano la corsia ostruita da altri veicoli bloccati in attesa di girare correttamente a sinistra, non appena il semaforo mostrerà la freccina verde a sinistra. Nove automobilisti su dieci, in questi casi, tentano di reinserirsi a destra nel flusso del traffico causando rallentamenti, frenate, quando non tamponamenti e urti.
A volte il rosso scatta proprio quando il conducente del veicolo incolonnato a sinistra, sta per impegnare l'incrocio. Dovendo andare diritto e rendendosi conto di essersi incolonnato male, il conducente spera di poter sgommare alla ricomparsa del verde tagliando davanti ai veicoli correttamente incolonnati a destra. Ma ecco che quei geni della viabilità fanno scattare prima la freccina verde per la svolta a sinistra. Ovviamente le auto che seguono il malcapitato, e che davvero devono svoltare a sinistra, inizieranno a dare sfogo a ogni sorta di segnalazione acustica, al che al malcapitato non resta che “appoggiarsi” mestamente e lentamente davanti alla colonna di destra, in una zona di nessuno dalla quale non riesce neanche a vedere il colore del semaforo prendendosi gli insulti degli automobilisti di entrambe le corsie.
Ho preso l'esempio di Viale Certosa e di Via Galvani, ma fenomeni di questo tipo sono riscontrabili ovunque sulla rete viaria milanese, specialmente nei viali principali (nella foto, ad esempio, Corso Buenos Aires), rendendo la circolazione sempre malagevole, specialmente se paragonata con quella di città limitrofe e dimensioni analoghe, come Torino. Ma perché nessuno fa nulla? Perché i cittadini sopportano da secoli tutto questo con rassegnazione? E le istituzioni che fanno, dormono?