domenica 20 luglio 2014

Got To Get Them Into My Life, ovvero: com'è andata tra me e i Beatles.

Diversamente da quello che ci succede con la letteratura o con il cinema, spesso entriamo in contatto con la musica in modo casuale, involontario e parziale, il che ne modifica la nostra percezione. Ci pensavo ieri rispetto al mio rapporto con le canzoni dei Beatles e di come nel corso degli anni le ho conosciute seguendo una progressione molto caotica.

Mi spiego meglio: quando prendiamo in mano un libro, oppure entriamo al cinema per vedere un film, otteniamo immediatamente accesso a tutta l'informazione rilevante di cui poi andiamo a fruire. Con la musica invece è più frequente che le informazioni ci arrivino in modo frammentario e disorganico.

Il cinema ha una sua regolarità: ci sono film che abbiamo visto ed altri che non abbiamo visto. Talvolta, difficile negarlo, ci saremo addormentati davanti a un film al cinema, oppure a casa, o magari avremo visto qualche film in modo incompleto alla TV perché dovevamo uscire o perché abbiamo acceso tardi. Ma insomma, l'accesso di ogni spettatore alle opere cinematografiche è tutto sommato più ordinato, anche se può non seguire cronologicamente la sequenza delle uscite in sala. 

Con la letteratura l'accesso è, potenzialmente, ancora più ordinato. Nella maggior parte dei casi - mi riferisco soprattutto alla narrativa - ogni libro viene letto da copertina a copertina. Certo anche qui possiamo invertire l'ordine di lettura dei romanzi rispetto alle date di pubblicazione, aprire i libri a metà, interrompere la lettura e riprenderla quanto ci pare, ma è comunque una nostra scelta. La cosa fondamentale è che in ogni caso, come per i film (e forse ancora più che per i film) molto difficilmente entriamo in contatto "casualmente" con pezzi di libro capaci, ad esempio, da "bruciarci" la trama (se escludiamo, forse, la visione imprevista di un film tratto da un certo romanzo).

Insomma, se escludiamo i trailer di lancio, qualche spezzone utilizzato in servizi giornalistici, molto difficilmente gli amici, i media o la rete ti propongono pezzi di film di Antonioni o dei fratelli Coen. Ancora più raro è l'accesso casuale a un pezzo libro di Jonathan Franzen o di Jonathan Coe. Per la musica il discorso è diverso. 

Se si pensa a quanto ha influenzato la cultura occidentale, l'opera omnia dei Beatles è incredibilmente "piccola". Se ci riferiamo al corpus principale (i dodici album, più il Magical Mystery Tour e i singoli raccolti nei due Past Masters) possiamo ascoltare tutte le canzoni dei Beatles in dieci ore esatte (addirittura nove se escludiamo le cover). Si può arrivare magari a quindici (qui non ho fatto il calcolo preciso) includendo diverse versioni dei brani già compresi nelle dieci ore, oppure brani presenti solo in dischi live, compilation e bootleg (ma spessissimo si tratta di cover) oppure brani scritti da qualcuno dei Fab Four, ma mai incisi dai Beatles. Però il cuore dell'opera dei quattro sta tutto in quelle dieci ore. Che non sono nulla se si pensa che l'audiolibro integrale di Infinite Jest (543.709 parole) dura quasi sei volte tanto: cinquantasei ore e quattordici minuti. L'opera omnia dei Beatles dura un'ora meno dell'audiolibro integrale di Lolita (112.473 parole).

Ma io come ho conosciuto quelle dieci ore?

Quando uscirono i dischi dei Beatles, sono nato nel 1963, ero troppo giovane per accorgermene: Let It Be, il loro ultimo brano è del maggio 1970, e io allora avevo solo sette anni e due mesi. Vero è che mi ricordo dell'uscita di canzoni di Celentano, Mina o Battisti ancora più vecchie, ma ovviamente la RAI (unica fonte mediatica a me accessibile) dava maggiore risalto (in radio e TV) a questi cantanti. I miei genitori, che pure erano con me negli USA dal novembre 1963 al settembre 1964, ovvero ai tempi del primo trionfale sbarco americano dei Beatles, non si erano accorti del fenomeno e tra i molti dischi che avevano riportato in patria non ce n'era neanche uno dei ragazzi di Liverpool. E nessuno dei miei amici di quando ero bambino aveva in casa dischi dei Beatles. Ricordo invece Imagine, del solo John Lennon, alla radio, ma eravamo già a fine 1971: la sfortunata tempistica anagrafica, insomma, mi fece prendere la coda del fenomeno, quando la band si era già sciolta.

Tanto basti per dire che io, per un pelo, ho conosciuto i Beatles come un gruppo del passato. Quando mi sono accorto della loro esistenza si erano già divisi. E ho ascoltato tutte le loro canzoni, "ripescandole", tranne forse She Came in Through the Bathroom Window che era la sigla del programma Avventura (nella versione di Joe Cocker, però!) e forse - dico forse - Yellow Submarine di cui si parlava su un testo delle medie (ma eravamo già attorno al 1973-74).

Lentamente e sporadicamente nel corso degli anni '70 mi capitò di sentire altre canzoni dei Beatles (anche se alla radio si sentivano davvero raramente: le radio commerciali mandavano solo novità e quelle militanti mandavano solo cantautori italiani, spingendosi fino a Dylan e Neil Young, oppure Pink Floyd e Rolling Stones. Cose così. I Beatles erano considerati troppo leggeri. Ma, un po' sotterraneamente, anche tra i miei amici, i quattro della riviera del Mersey, continuavano ad avere molti fan. Soprattutto tra le ragazze, almeno nella mia esperienza personale: ricordo in particolare Valeria una mia compagna di prima liceo (eravamo nel 1976-77) che li difendeva a spada tratta contro Alberto, fan dei Pink Floyd (io, per conformismo tenevo per questi ultimi e il primo LP che comprai con i miei soldi fu un deludente Animals). C'era poi Elena (1978-79), la cui canzone preferita era For No One che era compagna di classe di mia sorella Liliana (che invece preferiva Revolution) e infine Silvia e Valeria due sorelle milanesi, che facevano parte della mia compagnia in montagna (1979-80): la loro canzone preferita era The Long and Winding Road. Qualche anno dopo mi prestarono degli spartiti dei Beatles che, purtroppo, non trovai mai il coraggio di restituire. Eppure, nonostante i loro buoni uffici, il mio ascolto delle canzoni dei ragazzi rimaneva molto occasionale.

Finalmente, sempre in quegli anni, riuscii finalmente ad avere in mano, copiate illegalmente su due C90 della BASF, le due doppie raccolte con tutto "il meglio di". La raccolta rossa (1962-66) e quella azzurra (1967-70) costituirono per molti della mia generazione l'entry point all'opera dei Fab Four. Si tratta di 54 delle circa 220 canzoni che formano l'opera omnia dei Beatles: esattamente un quarto del totale e - davvero - quasi tutto il meglio.

Utilissime le due raccolte.  Ma i veri album dei Beatles? Colpevolmente, inspiegabilmente, rimasero fuori dalla mia portata. Sempre nel 1978 uscì il film Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band. E io che conoscevo poco l'album originale (se non le poche canzoni contenute nelle due raccolte rossa e azzurra), entrai in contatto con una serie di canzoni contenute nella colonna sonora, di cui mia sorella comprò il doppio album, reinterpretate da star dell'epoca come i Bee Gees (allora popolarissimi), Peter Frampton e gli Earth, Wind & Fire. Oltre a brani tratti da Sgt. Pepper, il doppio conteneva anche canzoni da Revolver e Abbey Road. Purtroppo le canzoni che conobbi tramite quel disco, oggettivamente brutto, ricevettero per me una sorta di stigma. Per anni non sono riuscito ad ascoltare Got to Get You into My Life o Golden Slumber senza provare una sorta di lontano disgusto dolciastro.

Fortunatamente la vita mi ha poi permesso di conoscere anche le altre canzoni dei Beatles: il primo disco che comprai (il mio primo acquisto in assoluto su Amazon) fu il doppio bianco, che piaceva anche a mia figlia Marta (Martha My Dear) la quale però poi decise che il suo disco preferito era Help!, album che rallegrò le nostre vacanze di Natale del 2012. Io invece decretai che il più bel disco dei Beatles era Revolver e, tra i singoli brani, Tomorrow Never Knows superò nella mia classifica Happiness Is a Warm Gun. Nel frattempo la mia conoscenza del gruppo, grazie anche alla rete e all'acquisto di quattro o cinque libri, era salita a livelli impensabili solo poco tempo prima.

Quando, il 5 ottobre 2012, a Caterpillar AM celebrammo i cinquant'anni dall'uscita del primo singolo dei Beatles, Love Me Do, facendo votare agli ascoltatori quale fosse la loro più bella canzone (vinse A Day In the Life) molti pensarono che io, fomentatissimo quella mattina, conoscessi tutte le canzoni dei Beatles. Ma non era così. Le conoscevo quasi tutte: non tutte.

Qualche giorno fa decisi che era arrivato il momento di conoscerle tutte-tutte quelle 220 canzoni e ho deciso di investire qualche decina di euro per procurarmi i pochi album ancora mancanti che sono arrivati a casa mia via corriere, mentre, guarda caso, ero a Londra. E ieri, ascoltando Abbey Road, mi sono sorpreso di scoprire che c'erano ancora due o tre brani che, almeno a una prima analisi, non avevo ancora sentito!

1 commento:

Elena Ambrosini ha detto...

Ciao,
bellissime riflessioni!
E' vero che si può entrare in contatto con delle canzoni nei posti più inaspettati come il supermercato, un bar, una macchina di "birracchi" che ascoltano la radio a volume altissimo che sfreccia per la strada ....
Hai ragione per quanto riguarda l'intenzionalità con cui un lettore entrava in contatto con un libro prima di internet, adesso navigando sul web si incontrano molti siti di citazioni ed è possibile leggere casualmente un brano tratto dalla Repubblica di Platone per esempio.
Ciao!