sabato 11 febbraio 2017

Cinque o sei cose che ho capito sul sisma nell'Italia Centrale.

Nel corso degli ultimi anni collaborando con diverse realtà e istituzioni sono stato infinite volte nelle Marche che sono diventate un po' la mia seconda regione. L'ultima volta è stato giovedì 9 e venerdì 10 febbraio, a Fermo, per il lancio di Tipicità, un importante festival che si svolgerà all'inizio di marzo. In queste trasferte ho incontrato molte persone, alcune delle quali possono ormai essere considerate veri amici, altre le ho incontrate a Milano o sentite al telefono, anche nei giorni più difficili. Parlando con loro ho capito alcune cose che, da lontano, si fa molta fatica a inquadrare. Eccone una breve lista:

1) Il terremoto non fa notizia. Che poi è un eufemismo per dire che chi non è direttamente coinvolto dal sisma non vuole sentirne parlare più di tanto, salvo nei giorni che seguono immediatamente le scosse maggiori. La slavina di Rigopiano, ad esempio, ha catalizzato molta dell'attenzione dei media e dei loro lettori-ascoltatori-spettatori, ma poi, come dopo uno sforzo atletico prolungato, si è come percepito chiaramente il bisogno di staccare, di pensare ad altro. Peccato che la tragedia di Rigopiano, per quanto enorme, essendo limitata a un unico edificio, sia scarsamente rappresentativa del disastro generale che la sequenza di eventi sismici ha provocato. Ho messo questo punto per primo non perché sia il più importante (in fondo non è così importante quanto se ne parli, purché i problemi vengano risolti), ma per invitare tutti a una maggiore attenzione e, ad esempio, a proseguire nella lettura;

2) Questo terremoto è diverso dagli altri. Uno dei fattori che ha reso maggiormente penoso, per tutti, affrontare questo terremoto, è che non ci troviamo di fronte al classico esempio di una forte scossa seguita da una sequenza di repliche via via decrescenti, ma ad almeno quattro o cinque eventi maggiori a poche decine di chilometri l'uno dall'altro e a distanza di poche settimane l'uno dall'altro, che hanno colpito la zona proprio nei momenti in cui si produce classicamente il maggiore sforzo per affrontare la fase post emergenziale. Senza contare le decine di migliaia di altre scosse meno forti, alcune delle quali comunque spaventose, che stanno ancora provocando grande preoccupazione e continua insicurezza nella popolazione. È come se ogni volta in cui si cerca di timidamente di rialzare la testa, pur in una situazione molto difficile, una nuova mazzata ricacciasse giù, prendendosi gioco delle speranze di ripartenza. Senza dimenticare che molte di queste zone avevano già subito il terremoto del 1997 (esperienza che – almeno in parte, e in qualche zona – è servita ad avere qualche edificio in grado di sostenere meglio l'urto degli eventi del 2016-17;

3) Le scosse maggiori, una diversa dall'altra. Per quanto relativamente vicine (le distanze si misurano in decine di chilometri) le scosse hanno avuto epicentri in regioni diverse (siamo in un'area suddivisa tra Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria e hanno causato un numero diverso di vittime: la scossa di mercoledì 24 agosto con epicentro Accumoli (Lazio) ha causato la distruzione anche di Amatrice e Arquata del Tronto (Marche) e di altri comuni, con 299 vittime; quella di mercoledì 26 ottobre, (con epicentro nelle Marche) ha colpito molti comuni già fortemente provati dalla scossa precedente come Castelsantangelo sul Nera, per citarne solo uno) e ha provocato solo 1 vittima, indiretta. Paradossalmente è stata vista come una sorta di avvertimento, perché la scossa di domenica 30 ottobre, alle 7:30 di mattina, la più forte scossa in Italia di questo millennio (con epicentro in Umbria, ma con grandi conseguenze nelle Marche) ha causato “solo” 2 vittime indirette, trovando la popolazione di molti comuni già sfollata, infine la scossa di mercoledì 18 gennaio (epicentro in Abruzzo) che verrà ricordata soprattutto per la slavina di Rigopiano. In tutto questo dal 24 agosto ci sono state ben 72 scosse di magnitudo uguale o superiore al 4.0 tra le province di Perugia, Macerata. Ascoli Piceno, Rieti e L'Aquila (ma di fatto tutte in un breve raggio) e ancora stamattina, mentre sto scrivendo, in una giornata relativamente calma, in meno di sei ore si sono registrate altre sei scosse superiori al 2.0.

L'interno del Teatro dell'Aquila (Fermo)
4) La vita continua. Un'altra cosa che si fa fatica a capire da lontano è se in quelle regioni la vita continua, ma non è più lo stesso. Qui mi soffermo soprattutto sulla parte meridionale delle Marche che sono strutturate un po' come un pettine con valli parallele che vanno dall'Appennino al mare. Anche le strade seguono più o meno lo stesso andamento: le vie principali vanno dalla montagna al mare, e quasi nessuna è parallela all'autostrada Adriatica A14. Semplificando enormemente si può dire che risalendo dalla costa verso l'interno le dimensioni delle città diminuiscono, anche se le maggiori città storiche (Ascoli Piceno, Fermo, Macerata, Recanati) si trovano nella seconda fascia (quella a pochi chilometri dal mare). E poi vedremo che c'è un'eccezione nella quarta fascia, perché risalendo verso nord, troviamo città di notevole dimensione e importanza come Camerino (con la sua università), Matelica e poi Fabriano. Gli amici mi spiegano che questa morfologia "a pettine" del territorio ha provocato uno sviluppo policentrico, l'assenza di grandi città, ma un tessuto di piccole cittadine abituate a fare da sé, specializzandosi nelle manifatture (ogni zona produce qualcosa di diverso, ha un dialetto diverso ecc.). Il segno più tangibile di questa relativa autonomia è il fantastico tessuto di teatri storici delle Marche, oltre cento, perché ogni comune, per quanto piccolo, doveva avere il proprio, in quell'età dell'oro tra Settecento e Ottocento. E molti di questi teatri sono attivi ancora oggi.
Potremmo a grandi linee dire che le città sulla costa (chiamiamola fascia 1) come Civitanova Marche o San Benedetto del Tronto hanno subito ben pochi danni e stanno anzi offrendo ospitalità, negli alberghi, a molti sfollati. Il traffico è ulteriormente aumentato e la centralità, anche politica ed economica di queste città costiere, già in ascesa prima del sisma, si sta ulteriormente accentuando. Risalendo verso la montagna di una decina chilometri (fascia 2) incontriamo molte città storiche importanti come Ascoli Piceno, Fermo, Macerata, Recanati. Qui la situazione è più complessa: alcune case, non moltissime, sono inagibili e qualcuno ha dovuto lasciarle. Inoltre le scosse sono sempre molto percepite e si vive in una situazione di continua tensione. Certo da Roma o da Milano quando, ad esempio, si vede che le partite del campionato di Serie B vengono regolarmente disputate ad Ascoli si fa fatica a percepire questo aspetto. Molti dei miei amici che vivono in questa fascia hanno case che hanno subito danni, non tali da doverle abbandonare, ma in ogni caso preoccupanti. Molti condomini o singoli privati hanno chiesto perizie a degli ingegneri strutturalisti. Certo, privatamente, anche perché con una domanda totale di oltre 200.000 perizie (un'enormità anche persino al terremoto dell'Aquila del 2009) le istituzioni non riescono a coprirle tutte. I responsi sono spesso sibillini: “la casa è agibile, ma indubbiamente le scosse hanno ridotto la capacità di sostenere future scosse significative”. Come comportarsi in questi casi, considerando che quasi ogni giorno si sentono delle scosse? A Macerata una buona parte degli edifici del centro storico sono inagibili, comprese alcune chiese, il teatro, molte aule dell'Università, cuore pulsante della cittadina. Anche spostando la sede delle lezioni in edifici più moderni, si assiste a un notevolissimo calo delle frequenze (non ancora delle iscrizioni, per fortuna, ma che ne sarà del futuro?): gli studenti studiano da casa e si presentano solo per gli esami. Anche i poli museali che stavano vivendo un grande rilancio (Fermo, Macerata, Recanati ecc.) hanno visto un crollo delle presenze dopo il sisma, solo in parte giustificato. Anche se girando superficialmente in queste città non si percepiscono visivamente enormi danni (il traffico ad esempio sembra regolare) sono moltissime le attività ad avere subito fortissime conseguenze dal sisma. 
Risalendo ancora verso la montagna, (fascia 3) ma parliamo veramente di pochi chilometri (10-15) si incontrano cittadine importanti come Tolentino che hanno avuto danni tali da causare lo sfollamento di circa un terzo della popolazione e che subiscono conseguenze ancora maggiori sulle proprie attività economiche dallo spopolamento dei paesi ancora più all'interno in quanto servivano da punti di riferimento (scuole, negozi). Qui poste, farmacie, benzinai, negozi funzionano regolarmente, ma i danni e l'incertezza già descritti per Macerata sono ulteriormente aggravata. E il tessuto economico di piccole e medie aziende presenti in questa fascia ha subito danni alle strutture, resistendo con difficoltà. Risalendo di altri 10-15 chilometri ancora verso la montagna (fascia 4) troviamo piccole paesi che vivevano soprattutto di allevamento, pastorizia e turismo. Qui la situazione, pur con alcune differenze tra i vari luoghi il tessuto dei paesi è pressoché distrutto, eppure in alcune situazioni troviamo poche eroiche famiglie che hanno deciso di non sfollare, soprattutto quelle legate all'attività dell'allevamento, di cui proveremo a parlare più avanti. 
Risalendo la montagna da Civitanova (fascia 1), dopo Macerata (fascia 2) e Tolentino (fascia 3), siamo arrivati fino a un bivio dove prendendo verso sud si entra nel parco dei Sibillini fino ad arrivare a Castelsantangelo sul Nera (uno dei paesi più colpiti) mentre verso nord si arriva quasi subito a Camerino (e se si prosegue a Matelica e Fabriano): sono le prime strade di una certa dimensione che scorrono parallele e non perpendicolari all'Adriatica (ma circa 50 km verso l'interno). A Camerino la situazione è più grave nel centro storico (zona rossa) quasi completamente inagibile, mentre il grosso delle attività prosegue nella fascia attorno al centro storico, pur con tutte le difficoltà già descritte per Macerata, ma ulteriormente amplificate, comprese quelle relative all'Università. Qui nel momento di maggiore tensione si è creata anche un po' di competizione tra le Università per il reperimento dei fondi statali per la ricostruzione, ma l'altra sera a Fermo i due magnifici rettori erano in discreta armonia. Non mancano poi esempi virtuosi di accordi tra istituzioni un tempo in concorrenza come le scuole di lingua italiana per stranieri: di fronte all'emergenza la scuola di Recanati e quella di Camerino che ogni anno ricevono migliaia di studenti da tutto il mondo si sono consorziate. 

5. Gli sfollati. Circa un decimo della popolazione della provincia di Macerata ha lasciato la propria casa, girano diversi numeri ma è difficile fare una stima corretta in quanto ci sono tantissime storie diverse: da chi è stato alloggiato in un albergo sulla costa, da chi ha trovato domicilio a casa di amici o conoscenti, alcuni nella stessa città (ad esempio a Camerino o a Tolentino), altri in località differenti, c'è chi si è trasferito ancora più lontano. Una storia particolare, che rende molto l'idea della situazione, il sindaco di Castelsantangelo sul Nera si è trasferito a Fano (90 km di strada più a Nord, sulla costa), ma fa il pendolare ogni giorno con il suo paese, dove sono rimaste poche decine di famiglie prevalentemente nei camper, che non intendono andare via dal paese soprattutto perché lavorano nell'allevamento del bestiame. Ogni famiglia ha dovuto affrontare scelte difficili, anche se per molti la prima scelta è stata di mantenere il più possibile i legami con la propria località di provenienza così molto studenti delle superiori di Camerino, sfollati sulla costa, ogni giorno si fanno 70 km + 70 km in bus per raggiungere il loro liceo o istituto superiore (che nel frattempo però è stato spostato in strutture meno accoglienti degli edifici del centro (ma più sicure) pur di non perdere i legami con la propria città. (Una situazione simile a questa è quella dei molti lavoratori che continuano a operare in molte aziende dell'interno, colpite dal sisma, ma ancora operative. Lavoratori che ormai abitano sulla costa e che ogni giorno viaggiano per raggiungere il luogo di lavoro, che fino a prima del sisma avevano a pochi chilometri). Se in città di dimensioni come quella di Camerino, pur con mille difficoltà, si può immaginare un futuro, ma in molte piccole località che erano già in via di spopolamento da anni, il futuro è molto incerto. Quanti tra gli sfollati, anche se fossero disponibili case antisismiche domattina (il che è utopistico) vorrebbero tornare certamente a Visso, Ussita. Castelsantangelo o non immaginano, ormai, il proprio futuro a Civitanova o a Bologna o a Pescara, a Milano a Roma, a Berlino? 

6. I ritardi. In generale ho percepito grande insoddisfazione per come è stata gestita l'emergenza. Tenendo conto che l'atteggiamento principale della popolazione è stato – finché è stato possibile – di lamentarsi poco e di arrangiarsi quanto più per conto proprio, si è assistito a situazioni paradosali: la prima è certamente quella relativa alle stalle per gli animali che, come abbiamo visto, sono una delle sole attività, assieme al turismo, che teneva in piedi l'economia dei paesi della montagna. Gli appalti della regione per la costruzione di stalle d'emergenza sono andati per le lunghissime: molti animali sono morti di freddo e anche se arriveranno dei rimborsi (qualche decina di euro per ogni capo ovino e qualche centinaio per i bovini) quante piccoli imprenditori del settore avranno ancora voglia di riprendere. 

Qui per ora la chiudo. Ci sono moltissime storie da raccontare, ma quello che non è chiaro a molti italiani è quanto profondamente sia cambiata la vita di molti connazionali, anche di quelli non impattati in modo tragico dal sisma. L'attenzione nei loro confronti è molto discontinua anche per le dimensioni dei comuni colpiti e per la scarsa centralità di quelle aree nella narrazione del paese.
Ho tralasciato molti aspetti, come la ricchezza e la specializzazione economica di molti di questi splendidi borghi dell'Italia: nell'ambito del distretto calzaturiero (fortunatamente meno colpito in quanto localizzato più vicino alla costa), già profondamente colpito dalla crisi, si arriva addirittura alla raffinatezza di avere paesi specializzati nelle calzature per bambini. Ci sono paesi come Montappone (penso sia rimasto abbastanza preservato dal sisma) specializzato nei cappelli, così come Castelfidardo nella produzione di strumenti musicali (in particolare fisarmoniche) e potrei andare avanti per ore. Spostandoci verso l'Umbria – ma siamo sempre lì, ancora più vicino al sisma, c'è Castelluccio di Norcia coi suoi splendidi scenari e le sue lenticchie. Che ne sarà?

Adesso Marche e Umbria hanno lanciato campagne per evitare l'emorragia di presenze turistiche che rischiano di colpire anche zone meno toccate dal sisma solo perché i nomi “Marche” e “Umbria” vengono automaticamente legati al terremoto. Fatte salve alcune aree limitate, infatti, le regioni sono perfettamente agibili per il turismo, anzi sarebbe opportuno non abbandonarle e non abbandonarsi al timore. Problema nel problema sono gli alberghi sulla costa occupati dagli sfollati: la consegna delle case pare slittare a fine 2017. Gli albergatori ora sono risarciti e – paradossalmente – hanno un minimo di guadagno in questa fase (pur dovendo mantenere personale che in altri anni a febbraio sarebbe stato ridotto), ma che succederà a luglio e ad agosto? I rimborsi, eventuali, non potranno compensare le disdette. Insomma è tutto un gran groviglio.

Da qui in poi però vorrei lasciare la parola direttamente ad alcuni amici della zona, che conoscono molto meglio di me la situazione e potranno correggere ed approfondire. Le loro testimonianze si trovano qui. Quel poco che sapevo l'ho già condiviso. 

1 commento:

Alberto Monachesi ha detto...

Caro Marco, hai fatto un'analisi attenta e lucida, densa di contenuti reali e rispondente alla specificità delle singole aree colpite, a diversi livelli, dal ripetersi dei fenomeni sismici.

Questa è veramente una situazione anomala e pericolosa proprio perché ancora non compresa nella sua complessità.

Le Marche sono terra abituata alle ripartenze e ad affrontare dignitosamente le avversità, con spirito resiliente e massima adattabilità ai cambiamenti.

Però in questo momento è in bilico la tenuta stessa "del tutto" e cioè delle motivazioni che tengono insieme una comunità, perché in alcuni casi non ci sono più i luoghi fisici nei quali proiettare le proprie energie; perché in altri casi non ci sono i clienti che rendono utile un lavoro, perché non c'è più la scontata sicurezza di essere radicata in una terra stabile.

Anche chi vive al di fuori della "zona rossa", ma nelle altre aree da Te indicate, la "zona rossa" ce l'ha dentro, perché non riesce ad accedere più alle aspettative, ai sogni ed ai progetti per il futuro.

Sono convinto quindi, che da parte nostra, di noi marchigiani, sempre discreti, sobri e poco avvezzi a comunicarci, questa volta non ce lo possiamo permettere, perché i tempi si stanno dilatando e chi deve provvedere alla "normalizzazione" non sembra in grado di accudire queste comunità come ci si aspetterebbe.

Ecco perché Ti ringrazio di cuore per la tua lucida ed appassionata analisi, perché serve anche a noi, serve per capire che è il momento di aprirsi, di far conoscere, di divulgare cosa serve per ripartire e per essere, ancora una volta, come tante nella storia, centro di Rinascimento o meglio di Ri-nascita!
Alberto