Dare consigli, da ateo, alla Chiesa Cattolica (e in generale alle chiese cristiane) su come fare proseliti, è peggio che tentare di vendere caloriferi agli eschimesi, è peggio della pioggia sul bagnato, è peggio che tirarsi un boomerang addosso per mostrare al mondo quanto si è precisi nel farlo tornare indietro.
Il mio però non è esattamente un consiglio su come conquistare nuovi fedeli, ma più precisamente un consiglio su come NON perderne in tenera età.
È nozione comune che nella vita di ogni piccolo cattolico moderno, almeno nella stragrande maggioranza dei paesi occidentali, l'insorgere della seconda dentizione si associa con il verificarsi di una delle più grandi disillusioni della vita, un evento che spesso coincide con la perdita dell'innocenza e il definitivo smarrimento nella fiducia nel prossimo: la presa di coscienza che non è Babbo Natale (o, ai miei tempi, Gesù Bambino, Santa Lucia o la Befana) a portare i regali la notte di Natale.
Dal momento stesso in cui ha luogo la sconvolgente scoperta, viene improvvisamente valorizzata quella strana diffidenza che si era già fatta strada nella mente del giovane soggetto nel corso delle settimane precedenti (il disvelamento non arriva quasi mai inaspettato, alcune domande "tecniche" riguardanti la pervietà del camino, la tabella di marcia delle renne, l'apparente ubiquità del vecchio, eccetera, si affastellano tumultuose), mentre la fiducia riposta nei genitori (e in generale negli adulti) viene scossa alle radici. "Avevo fatto bene a diffidare di loro negli ultimi tempi, avevo fatto male a fidarmi, quando ero piccolo".
Insomma: la diffidenza assume rapidamente il ruolo di valore fondante della propria identità adulta.
Passano gli anni, magari quattro, magari otto, e c'è un'altra storia che non torna: la storia di questo giovane uomo nato da una ragazza vergine in Palestina, il quale dice cose molto giuste, ma riesce anche a trasformare l'acqua in vino, a moltiplicare i pani e i pesci, a resuscitare il suo amico Lazzaro e in conclusione perfino se stesso (senza peraltro farsi poi rivedere, una volta resuscitato, dalla folla in piazza a Gerusalemme, ma soltanto ai suoi scarsi discepoli). Una storia che, beh, suona davvero strana. E chi l'ha raccontata al piccolo? Ancora una volta i genitori e altri adulti. Gli stessi che volevano fargli credere che i regali li porta Babbo Natale o persino lo stesso Gesù Bambino! Ma se Gesù, come ora il ragazzetto sa, non è nemmeno capace di portare due giocattolini, perché dovrebbe essere capace di resuscitare dai morti e ascendere al cielo? "Ci sono caduto l'altra volta, perché ero piccolo, ma stavolta non mi fregano più!". Certo, tesoro.
Sembra molto legittimo che nella prima adolescenza molti ragazzi perdano la fede, se sono stati già gabbati, a loro tempo, con la panzana di Babbo Natale e Gesù Bambino.
Concludendo: se la Chiesa Cattolica vuole evitare che molti adolescenti perdano la fede nella prima adolescenza deve combattere come la peste tutte queste manfrine sui regali di Natale e istruire le famiglie più fedeli a dismettere tali pratiche fondando la comunicazione con i bambini sulla verità e la fiducia reciproca: i regali li portano i genitori, ma Gesù è risorto davvero.
Per dire.
venerdì 27 aprile 2012
lunedì 19 marzo 2012
Tutto in una notte (una storia vera)

Per apprezzare al meglio questa storia è necessario prima di tutto metterne bene a fuoco i tempi, i luoghi, le situazioni e anche i soldi. Sì, perché nell'ottobre del 1988 (settimana più, settimana meno) i tempi della mia vita erano strettissimi, le distanze enormi, le situazioni complicate e i soldi davvero pochi.
Per i luoghi ho fatto una mappa, per il resto potete casomai prendere qualche appunto.
Nell'ottobre del 1988 avevo venticinque anni e di giorno, dalle otto e mezza alle quattro, lavoravo come educatore alla Fondazione Don Gnocchi di Inverigo (lettera C sulla mappa), altissima Brianza. Il tardo pomeriggio e la sera invece collaboravo, per un paio di giorni alla settimana, con Radio Popolare, la storica emittente milanese, che allora trasmetteva dalla centralissima Piazza Santo Stefano (lettera D).
Io a Milano, dalle parti di piazza Udine, ci sono anche nato, ma nel 1977, quando avevo quattordici anni, mio padre seguendo gli spostamenti dell'IBM per cui lavorava, ci aveva deportato da Milano a Vimercate (lettera L), una placida cittadina della bassa Brianza. Adesso in auto da piazza Udine a Vimercate ci si mettono venti minuti, ma il trasloco da Milano alla provincia mi aveva causato un trauma pressoché irrimediabile, perché mi era piombato sulla testa proprio alle porte dell'adolescenza.
Così nel 1985, circa tre anni prima dei fatti che sto per raccontare, non appena avevo iniziato a lavorare e a mettere da parte qualche lira, avevo lasciato un po' alla chetichella la casa dove abitavo con i miei, per trasferirmi di nuovo a Milano, zona Fiera (lettera A), in un appartamento condiviso con Elena, una mia cara amica e la sua amica Luisa. Il trilocale di via Tiziano era presto diventato un punto di riferimento nella Milano degli anni ottanta: ci passava un sacco di gente di tutti i tipi, compresi alcuni che avevano o che avrebbero fatto strada come lo stesso Massimo Cirri, grazie al quale avevo iniziato a muovere i primi passi in radio o Carlo Taranto, che non era ancora il signor Carlo della Gialappa's Band oppure il celebre Bifo di Radio Alice il quale una volta si era portato dietro persino il filosofo francese Felix Guattari, ma sicuramente mi dimentico qualcuno. Ognuno dei tre abitanti disponeva di una propria stanza e non c'era alcun legame sentimentale tra di noi, ma la situazione logistica aveva creato qualche imbarazzo quando poi, alla fine del 1987, mi ero fidanzato con Piera, la ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie, una collega della Fondazione Don Gnocchi che abitava a Giussano (lettera I). In particolare la sua famiglia, brianzola doc, alla notizia che lei aveva iniziato a vedersi un tizio che conviveva con altre due ragazze, era rimasta colpita come un pugile raggiunto da un uppercut e, per qualche mese, aveva fatto di tutto per ostacolare la nostra frequentazione. Così, per riconquistare il favore dei futuri suoceri, ma anche per risparmiare due lire in vista del matrimonio, proprio qualche settimana prima dei fatti che sto per narrare avevo accettato obtorto collo di tornare a casa dei miei, mettendo fine ai ruggenti giorni milanesi per avviarmi a una tradizionale vita piccolo borghese.
Me l'ero comunque presa comoda e mi ero concesso qualche settimana per mollare del tutto la casa di via Tiziano e ogni tanto, per comodità, anche se avevo restituito le chiavi alle mie amiche, mi capitava ancora di passare la notte lì. Ne era nato un simpatico tira e molla tra me e Piera la quale arrivava talvolta al punto di minacciarmi di fare una telefonata di controllo a casa dei miei, la mattina verso le 7.15, prima che passassi a prenderla per andare assieme al lavoro, per verificare se avevo passato la notte davvero a Vimercate. Col telefono fisso, ovviamente: i cellulari erano ancora un oggetto misterioso, a quel tempo. Ora lo riterrei un inaccettabile sopruso, allora lo prendevo come un atto d'amore e di attaccamento nei miei confronti.
La sua dolce minaccia era stata reiterata anche nel pomeriggio di quel mercoledì 13 ottobre 1988. La data è fittizia, ma non lontana da quella reale, che adesso non posso ricostruire con esattezza. Siamo finalmente arrivati al giorno X, ma andiamo per passi, partendo dal risveglio.
La mattina di mercoledì 13 ottobre si apre per me verso le 7. Sveglia, doccia e colazione a Vimercate, nella casa dei miei, da poco tornata ad essere ancora "casa mia". Mezz'ora scarsa di auto per passare a prendere Piera a Giussano e poi altri dieci minuti in auto assieme per raggiungere la sede della Don Gnocchi a Inverigo. Sono le 4 del pomeriggio quando la riaccompagno a casa e mi dirigo verso Milano, per partecipare a Notturnover, un programma di Radio Popolare, che andava in onda dalle 11 alle 2 di notte. Nel salutare Piera ottengo da lei l'affettuosa minaccia di cui sopra: “Guarda che domattina ti chiamo per vedere se hai dormito dai tuoi”. In effetti qualsiasi persona assennata, finendo di trasmettere alle 2 a Milano, con la prospettiva di tornare a lavorare la mattina seguente alle 8.30 a Inverigo e disponendo di una casa in città, non sarebbe di certo tornata a dormire a Vimercate. Ma evidentemente volevo dimostrare al mondo, e a lei, che ero in grado di tenere fede a un patto, per quanto oneroso.
Notturnover era un vero sconquasso, un format per certi versi geniale: consisteva in una “conduzione a due” della durata di tre ore (dalle 11 alle 2 di notte), punteggiata da una serie di “corrispondenze” da parte di 3-4 inviati in giro per la città che collegandosi dai vari teatri, cinema o palazzetti dello sport, tramite telefoni a gettoni (o erano già a moneta?) oppure rientrando fisicamente in studio, rendevano edotti gli ascoltatori di tutto ciò che si muoveva nella notte milanese. Normalmente ogni bravo inviato disponeva di un registratore portatile a cassette: il mitico Sony Walkman. Radio Popolare ne aveva un certo numero da distribuire di volta in volta, ma molti inviati se ne erano comprato uno per conto loro. Con il Walkman l'inviato, poteva realizzare interviste volanti fuori dai cinema o dai teatri e poi, una volta rientrato in studio, proporle direttamente, senza troppi montaggi. Ricordo ancora quella volta che ero riuscito a intrufolarmi nei camerini della Scala al termine della prima del Guglielmo Tell, (qualche mese dopo i nostri fatti, a Sant'Ambrogio 1988), intervistando prima Luca Ronconi e poi Mike Bongiorno il quale aveva persino salutato gli ascoltatori di Radio Popolare, che erano quanto di più lontano dalla sua visione del mondo ci potesse essere. La registrazione di Ronconi era stata un gioiellino, ma durante quella di Bongiorno avevo purtroppo tenuto la pausa inserita, così nessuno sarebbe mai riuscito ad ascoltare i saluti di Mike a Radio Popolare. La cosa curiosa è che Radio Popolare risarciva i due conduttori di Notturnover con un gettone di 50.000 lire, ma non gli inviati. A volte mi capitava di fare il conduttore (ero in onda ad esempio la notte che cadde il muro di Berlino), ma il 13 ottobre 1988 ero un normale inviato, quindi lavoravo gratis.
Quella sera però potevo usufruire di una strumentazione tecnologica incredibile, perché quella sera la mia missione da inviato di Notturnover era di quelle davvero speciali.
Così finita la mia giornata di lavoro, scaricata Piera nella sua casa giussanese dopo l'abituale razione di baci e minacce e rivolta verso Milano la prua della fantastica Peugeot 305 beige che il babbo mi aveva ceduto (una volta acquistata una prestigiosa Alfa 75), giungevo in piazza Santo Stefano verso le 5.30, ansioso di mettere le mani su ciò che di meglio la tecnologia dell'epoca metteva a disposizione per le esterne: LA VALIGETTA!
LA VALIGETTA! Si trattava di un vero e proprio studio mobile, un mixer che era predisposto per essere collegato a una normale presa telefonica e che consentiva di effettuare corrispondenze da qualsiasi luogo purché fosse connesso alla rete della SIP (come allora si chiamava la Telecom). Era uno strumento leggendario, di cui si parlava sottovoce e con rispetto nei corridoi della radio. Alcuni dubitavano persino della sua esistenza. Io stesso, in oltre diciotto anni di collaborazione con Radio Popolare, lo avrei utilizzato soltanto due volte.
Da qualche tempo Notturnover, oltre alle varie rassegne culturali, aveva iniziato a seguire le gesta di chi la notte faceva un lavoro interessante. Io avevo proposto di raccontare per una sera le avventure di un mio amico, Doriano, che come volontario gestiva le emergenze sanitarie al centralino della sede della Croce Viola in Viale Liguria (lettera B). La mia proposta era stata accettata: tra un collegamento e l'altro, nell'arco delle tre ore del programma, sarei anche dovuto salire sulle ambulanze, seguendo le varie uscite dei volontari per poi riferirne, una volta tornato nella sede della Croce Viola, tramite LA VALIGETTA. Oggi si potrebbero tranquillamente effettuare le corrispondenze direttamente dall'ambulanza o dai luoghi delle operazioni tramite un normale cellulare, allora era tutto molto più scomodo. Ci voleva LA VALIGETTA.
Una volta concordati con Sergio Ferrentino, allora coordinatore di Notturnover, gli ultimi particolari del servizio che sto per fare, vengo invitato a passare dall'ufficio del tecnico, Emanuele Consolaro, il quale mi spiega passo-passo le operazioni necessarie all'utilizzo della VALIGETTA. Al termine della breve lezione Consolaro mi consegna l'ambito dispositivo. Nell'affidarmelo pronuncia le testuali parole: “Attento Marco, che costa UN MILIONE”. Bum! Un milione, ragazzi, era una cifra stellare, la ricompensa del Signor Bonaventura. La fredda traduzione negli attuali cinquecento euro, matematicamente ineccepibile, non è soltanto irriverente è assolutamente offensiva.
Si tratta in ogni caso della seconda minaccia del giorno. Due cose non devo fare quella sera: 1) dormire in qualsiasi posto diverso dalla casa dei miei e 2) smarrire o danneggiare LA VALIGETTA.
Depositato con tutte le cure del caso sul pianale del baule della mia 305 l'oscuro oggetto del desiderio di qualsiasi inviato di Radio Popolare, raggiungo verso le 7, l'amico Doriano che mi aspetta nella sede della Croce Viola.
Facciamo uno spuntino in un bar al termine del quale Doriano mi presenta gli altri volontari della Croce Viola. Mi spiega come lavorano: io prendo appunti e poi passo a testare la connessione della VALIGETTA. Tutto perfetto. E così, ridendo e scherzando, arrivano le 11: siamo in onda.
Alla sala operativa della Croce Viola quella sera arrivano poche chiamate, ma effettuiamo lo stesso un paio di collegamenti per raccontare la vita dei volontari, poi – finalmente – c'è da effettuare un intervento! C'è stata una piccola esplosione in un negozio dalle parti di Viale Monterosa. Arriviamo sul posto: non ci sono feriti. Forse è un avvertimento del racket: roba da polizia comunque, non da ambulanza. Torniamo in sede e, sempre tramite LA VALIGETTA, io e Doriano riferiamo dell'uscita agli ascoltatori di Radio Popolare.
Alle 2 di notte la trasmissione finisce. Io mi sento stanchissimo: in fondo sono in piedi dalle 7 senza essere mai passato da casa e la prospettiva di dovermi svegliare tra poche ore, precisamente alle 7.15 con la telefonata di Piera, inizia a crearmi qualche disagio. Anche perché raggiungere casa dei miei a Vimercate partendo da viale Liguria richiede non meno di 40 minuti.
Sono circa le 2.15 quando, nel riporre nuovamente LA VALIGETTA sul pianale del baule della 305, mi rendo conto che sta per iniziare a piovere. Chiudo velocemente il baule, saluto in fretta gli amici della Croce Viola e volo verso est sperando di gabbare sul tempo il fortunale.
Ma quello che si sta abbattendo su Milano non è un normale temporale: è un uragano tropicale. Davanti al mio parabrezza nel giro di pochi istanti si forma un vero e proprio muro liquido e i viali di Milano si costellano in brevissimo tempo di profonde pozze d'acqua. Sfreccio all'impazzata su Viale Liguria, viale Tibaldi, viale Toscana, viale Isonzo. Percorro all'incirca quattro chilometri. Le sospensioni alla francese, molto morbide, della Peugeot 305 seguono perfettamente il profilo ondulato della strada. Forse troppo perfettamente, perché poco prima di arrivare in Piazzale Lodi una ondulazione più profonda delle altre causa una forte imbarcata del muso dell'auto che si ritrova totalmente immerso nell'acqua di una pozza: un tuffo incredibile dovuto un po' alla profondità stessa della pozza, ma soprattutto all'effetto spruzzo causato dalla notevole velocità del mezzo. (Punto E)
La 305 ha un sussulto e poi si blocca.
Mentre scendo dall'auto mi rendo conto che la pioggia sta scemando. Per fortuna, certo, ma ormai il danno è fatto. Apro il cofano e tento con uno straccio di asciugare l'asciugabile, a partire dalle candele. Sto portando a compimento questa difficile missione conteggiando mentalmente quante ore di sonno restano a mia disposizione (non più di quattro) quando mi si accosta una Renault 9 grigia dalla quale spunta il volto di un trenta-trentacinquenne di chiara origine magrebina, vestito però come un impiegato di Saronno: completo grigio e camicia bianca, senza cravatta, ma abbastanza curato. Il tizio mi guarda, abbassa il finestrino e mi chiede qualcosa tipo: “Vuoi fare l'amore, vero?”.
Io no, non voglio fare l'amore o forse anche sì, ma non in quel momento e certamente non con lui. E gli dico grosso modo: “No, non ci siamo. Lo vedi o no che ho un altro problema, adesso?”. Lui sembra totalmente ignorare il cofano spalancato, gli attrezzi, lo straccio e le candele. E insiste: “Lo so, fate tutti così, ma volete fare l'amore”.
Ah, allora si è accorto che sto cercando di riparare la macchina, ma ritiene che sia un pretesto che mi sono inventato lì per lì, per non dare troppo nell'occhio, ma la verità è che voglio fare l'amore con tipi come lui. Insiste e mi spiega che quella zona è tipica per incontri di questo tipo. In effetti, mi si apre come un link mentale: Parco Ravizza, l'area verde che mi sono appena lasciato alle spalle nella mia folle corsa, mi è noto, fin dai tempi delle scuole medie, come luogo di incontri tra omosessuali.
Quello che non capisco bene è se lui si stia offrendo a pagamento, oppure gratis o se sia disposto addirittura a pagare per avermi. Lentamente, ma inesorabilmente, la prima ipotesi inizia a prevalere nella mia mente. Vuole essere pagato. E insiste. Almeno tre o quattro altre volte.
Lo fa in maniera strana, quasi con cortesia, lasciando un minuto, anche due, tra una proposta e l'altra, mentre io asciugo le candele ad una ad una, senza guardarlo in faccia. La trattativa continua, unilateralmente. Poi, a un certo punto capisco che non ne posso più: apro il portafogli, guardo quanto c'è dentro, cerco di immaginare quanto lui possa ricavare dalla copula con uno sconosciuto e decido di dargli la metà di quella somma: “Senti queste sono ventimila lire. Te le do se te ne vai.”. Ho già i miei cazzi, ci manca solo che me ne propongano un altro proprio in questo momento.
Lui prende le venti carte e fa per andarsene. Ma a quel punto, sarà l'effetto dei soldi tra le mani, il suo sguardo si illumina, come se fosse caduto un velo che gli impediva di ragionare correttamente. E mi fa, esibendo una sagacia che appariva fino a quel momento totalmente obnubilata: “Ma tu hai bisogno di aiuto?”
E certo, coglione, che ho bisogno di aiuto. Secondo te cosa sto facendo qui? Ah già, per te stavo cercando di rimorchiare. Ma lui adesso è un altro uomo: non più un decerebrato insistente, ma un ragazzo sveglio e collaborativo. Ha un'idea: “Ti spingo da dietro con la mia macchina”. L'idea, sui due piedi, non mi fa impazzire: si tratta di trasferire sui mezzi di locomozione la posizione che avrebbero verosimilmente assunto i nostri corpi se avessi aderito alla sua proposta originaria, salvo particolari predilezioni sue che non mi sembra il caso di stare a prendere in considerazione in quel momento anche perché poi, ripensandoci, la sua non mi sembra affatto una cattiva idea.
Così lui risale velocemente in macchina, effettua una breve retromarcia, mette il muso della sua Renault esattamente dietro al paraurti posteriore della mia Peugeot e inizia a spingere come temo sia solito fare. Sulle prime la 305, nonostante le spinte e la precedente parziale asciugatura delle candele, sembra non reagire, ma alla fine ha come un fremito. La spinta della Renault, a quel punto, si fa da continua a intermittente, con piccoli urti tra le due auto, fino a che, come in una sorta di orgasmo meccanico, quella troia della 305 non si mette definitivamente in marcia, sia pure a strappi. Premo l'acceleratore per dare il triplo del gas normale e per evitare ricadute nel buio dell'immobilità e così, urlando di gioia, supero piazzale Lodi e imbocco viale Umbria. Il tizio si accosta, io scendo dalla macchina e, in un impeto di generosità, apro il portafogli e decido di dargli anche l'altra metà della cifra che immagino costituisca il suo onorario standard. In fondo ha fatto il suo dovere e per darmi una mano ha rinunciato ad altri, immagino lauti, proventi. “Tieni, eccoti altre ventimila lire e grazie!”.
Risalgo in macchina: niente. Come “niente”?. Niente cazzo! La 305 non riparte. Sono le 3.10, anche partendo adesso non sarei a casa prima delle 4. Ma partire è una verbo che la mia 305 non sa coniugare, al momento. “L'avevo detto che eri una troia”. La spingo sul marciapiede, sulla destra di viale Umbria, poco dopo Piazzale Lodi. (Punto F sulla cartina).
Che fare? Mi guardo in tasca, mi sono rimaste poco meno di diecimila lire e un bancomat. Devo raggiungere Vimercate, ma come? Mi viene in mente che dall'altra parte della città, intesa come nord-ovest, visto che qui siamo a sud-est, nella casa di Via Tiziano la mia amica Elena, ha forse un'auto da prestarmi. Ma sono le tre di notte. E vabbè, ubi maior... vado a una cabina, la quale si mangia la moneta (o il mio gettone, non ricordo). Ne cerco a piedi un'altra, di cabina, la trovo e chiamo via Tiziano. Elena si sveglia, immagino che mi mandi mentalmente a quel paese, però mi risponde molto carinamente che sì, mi presta la sua Citroën Visa, purché gliela riporti il giorno dopo.
L'unico modo per raggiungere via Tiziano è il taxi. Chiamo e dopo un po' ne arriva uno. Sono le 3.30. Salgo, guardo il tassametro e riguardo dentro al mio portafogli ottenendo ben poco conforto: è una gara a inseguimento tra i pochissimi soldi che mi sono rimasti e la corsa del tassametro, già partito dall'alto di una chiamata notturna. A circa un chilometro da via Tiziano sono costretto a proporre al tassista: “Mi lasci giù qui oppure mi porti a un bancomat, ho finito i soldi”. Lui mi guarda con l'espressione da: “Ma guarda te se proprio a me deve capitare questo barbone” e mi porta a spese sue fino al portone di Elena. Mi scarica, io citofono, salgo, Elena le mi dà le chiavi: “Riportamela domani. Ah, non c'è benza”.
Solo le 3.40: ho l'automobile, ho un bancomat. Mi mancano i soldi e la benzina. Arrivo previsto a Vimercate: 4.20. Ore di sonno stimate: due e mezza. Mi dirigo al bancomat di via Domodossola (punto G, e vabbè...): devo prendere le banconote per la pompa notturna.
E qui capisco che la mia nottata sta svoltando: basta sfortuna. Entrando nel loculo del cash dispenser il bancomat mi cade su una griglia del marciapiade. Ma cade di piatto, senza infilarsi nella grata!!! Lo recupero e prelevo.
Faccio benzina all'automatico di viale Belisario e mi lancio verso Vimercate, schifando l'opzione autostrada e passando attraverso via Poliziano e via Cenisio fino a raggiungere il Cimitero Monumentale, altro luogo di incontri non strettamente etero, davanti al quale la Visa bianca di Elena improvvisamente si affloscia come una belva feroce colpita dal sonnifero del veterinario e non si muove più.
Mi sembra di rivivere la scena di poco prima: spingo a fatica il bolso mezzo meccanico sul marciapiede di via Ceresio (punto H) e decido finalmente di mandare affanculo l'universo mondo, di chiamare un altro taxi e di farmi riportare direttamente a Vimercate: costi quel che costi, me ne sbatto!
Alle 4 in punto arriva il taxista (al quale spiego solo l'ultima parte della serata: la Visa in panne). Quando gli chiedo di portarmi a Vimercate, quello pretende di essere pagato in anticipo. Mentre estraggo il portafogli, ora gonfio di banconote, mi dico: “Cazzo, mi costerà UN MILIONE”.
UN MILIONE. UN MILIONE, UN MILIONE... No, cazzo.
Cazzo, cazzo, cazzo, cazzo, cazzo, cazzo.
UN MILIONE come LA VALIGETTA!
LA VALIGETTA, cazzo, cazzo, cazzo, cazzo, cazzo.
Sì perché dall'altra parte della città c'è un'altra macchina ferma su un altro marciapiede, ripiena di VALIGETTA: un ritrovato della scienza e della tecnica del valore di un MILIONE. Chiedo al tassista, la cui fiducia nei miei confronti resta ferma attorno allo zero, di portarmi sì a Vimercate, passando però per Viale Umbria. E chiedendogli questo gli sventolo una mazzetta di banconote fruscianti, come uno qualsiasi dei magnaccia della zona, tra i quali ormai lui mi annovera di certo.
Mi trovo costretto a raccontargli l'intero susseguirsi degli eventi della nottata, per giustificare ai suoi occhi l'operazione di travaso di una VALIGETTA da una macchina ferma su marciapiede al suo taxi il tutto ad opera di un tizio stravolto, io, prelevato da un'altra auto ferma su marciapiede dall'altra parte della città. Mentre racconto, il tassista annuisce come si fa nei confronti dei pazzi: “Sì, sì, sì, certo, come no”.
Arrivo a Vimercate verso le 5.15, erogo qualcosa di non lontano dalle ottantamila lire al tassista e mi butto sfinito su un letto dopo ventidue ore di veglia, di lavoro, di radio e di inseguimenti attendendo il dolce suono della telefonata di controllo di Piera. Che però alle 7.15 non arriva: “Io di te mi fido”, si giustificherà quando ci vediamo.
Nel corso della mattinata dal lavoro chiamo Elena per avvisarla del guasto alla sua auto. “Ah sì, scusa, mi sono dimenticata di dirti che il mio ex-fidanzato, un elettrauto, ha installato un piccolo interruttore antifurto che va pigiato dopo la messa in moto, altrimenti non arriva la benzina al motore”.
Il pomeriggio successivo, dopo un'altra giornata di lavoro a Inverigo, ripercorro a ritroso i luoghi della mia avventura notturna, recuperando auto lasciate abbandonate sui marciapiedi di Milano. Gli stessi luoghi hanno tutta un'altra aria alle 5 del pomeriggio.
martedì 14 febbraio 2012
Anagrammi valentiniani
Anche se è un tema un po' privato e anche se oggi ho proposto in onda l'abolizione di S.Valentino (ricorrenza molesta sia per i single che per le coppie, per opposti motivi) piacciavi in questo 14 febbraio gustare alcuni anagrammi estraibili dal nome e cognome di mia moglie Piera Rigamonti a ognuno dei quali ho aggiunto un piccolo commento.
NARRO IMPIEGATI: si riferisce alla sua attitudine a raccontare le sue vicissitudini da dipendente comunale;
GENITORI MA PARI: rivendica l'eguale importanza del ruolo materno e di quello paterno;
RIPAGA I MENTIRÒ: ammette che le capiterà di dire qualche innocente bugia, ma sa come farsi perdonare;
NE RIPAGA I MORTI: fa onore ai suoi antenati;
PERÒ ANIMA TIGRI: il suo stile educativo infonde carattere;
PAGINE MARONITI: è il titolo della rivista che fonderebbe dovendo trasferirsi a Beirut;
MARRONI PIEGATI: racconta tutta la difficoltà della vita coniugale.
Poi un trittico alimentare:
GIRATI, IMPANERÒ: non vuole che la si guardi mentre cucina;
MAI PER RIGATONI: non ama tutti i tipi di pasta;
MANGERÒ I PIRATI: ha gusti alimentari particolari ma fieri.
Infine il mio preferito:
PAR MARITI GENIO: e su questo ci sono pochi dubbi.
sabato 11 febbraio 2012
RSS Graffiti farà al caso mio? (reloaded)

Quando ho raggiunto i 5000 amici su Facebook ho aperto una pagina fan, non perché io debba avere dei fan, ma perché la pagina fan non ha questo limite dei 5000. Però in molti, la maggior parte ascoltatori di Radio2, continuano a chiedermi l'amicizia sul profilo principale (ho circa 400 persone in "lista d'attesa") schifando la mia pagina fan anche perché io tengo aggiornato il profilo e molto meno la pagina fan.
Sarà anche vero che condividere gli aggiornamenti dal profilo alla pagina, tramite il tasto condividi seguito da altri due semplici clic, è tutto sommato semplice, ma io sono molto pigro e poi quando mi collego da fuori l'operazione richiede un po' di tempo.
Così da qualche settimana sto cercando invano un'applicazione che lo faccia in automatico. A quel punto potrei chiedere agli amici in lista d'attesa di sottoscrivere la pagina fan senza rischio di perdersi nemmeno uno dei miei "preziosi" aggiornamenti (l'alternativa per loro potrebbe essere quella di sottoscrivere gli aggiornamenti senza chiedere l'amicizia, ma mi piaceva l'idea di invitare comunque tutti alla pagina fan).
Nel mio vagabondare in rete mi imbatto in questo RSS Graffiti che sulle prime sembra fare al caso mio: sembra cioè riuscire ad aggiornare in automatico ogni pagina fan di cui sono amministratore (tra cui la mia), per conto del mio profilo.
Ma quando vado a settare la fonte di origine del materiale che deve essere pubblicato sulla mia pagina fan, mi rendo conto che l'origine non può essere il mio profilo principale di facebook in quanto non è un feed RSS.
In compenso questo blog lo è! E così riesco a settare questo blog perché i suoi aggiornamenti possano essere automaticamente riverberati sulla mia pagina fan.
Era una funzione che era già presente su facebook, ma poi era stata rimossa. Adesso RSS Graffiti, stando alla teoria, dovrebbe averla ripristinata. Speriamo.
Questo post infatti è stato scritto solo per vedere se funziona.
Resta però aperto l'altro problema: come traghettare materiale da Facebook a Facebook, cioè da profilo Facebook a pagina fan Facebook?
giovedì 12 gennaio 2012
di a da in con su per tra fra
Lo so che in questo momento ci sono altre priorità nel paese, ma la mia proposta è di introdurre urgentemente nuove arbitrarie preposizioni nella lingua italiana.
I complementi sono decisamente troppi, diverse decine e, non essendo l'italiano una lingua agglutinante come il finlandese che ha ben 15 casi, dobbiamo fare quasi tutto con le preposizioni, con l'aggiunta di qualche occasionale avverbio e locuzione a supporto.
Insomma: le povere nove preposizioni classiche (di a da in con su per tra fra) faticano a coprire tutti i complementi senza ambiguità.
Ad esempio "di" (dei libri, dei cani) copre ambiguamente alcune forme del complemento di specificazione, del complemento di argomento e del complemento partitivo (e altri).
E allora, ad esempio, perché non introdurre, arbitrariamente, la preposizione semplice "u" per il complemento di argomento?
Esempio: Abbiamo parlato ul film di Pedro Almodovar. Fammi sapere ull'esito dei tuoi esami.
E la preposizione "fe" per il complemento d'agente riservando il "da" per il moto da luogo.
Esempio: il libro è letto fe Matteo. Bob è stato colpito fella zia di John.
Non sarebbe meraviglioso?
mercoledì 11 gennaio 2012
Promemoria
Lo so che prima o poi mi ricapiterà di resettare i valori di fabbrica del mio router netgear DN2000. E allora invece di stare a richiamare l'155 di wind-infostrada ecco un promemoria sui valori.
Pagina Basic Settings:
Does Your Internet Connection Require A Login: Yes
Encapsulation: PPPoE
Login: qualsiasi
Password: qualsiasi
Service Name: infostrada
Idle Timeout: 0
Internet IP Address: Get Dynamically from ISP
Domain Name Server (DNS) Address: Get Automatically From ISP
NAT (Network Address Translation): Enable
Pagina ADSL Settings:
Multiplexing Method: LLC-Based
VPI: 8
VCI: 35
Pagina Basic Settings:
Does Your Internet Connection Require A Login: Yes
Encapsulation: PPPoE
Login: qualsiasi
Password: qualsiasi
Service Name: infostrada
Idle Timeout: 0
Internet IP Address: Get Dynamically from ISP
Domain Name Server (DNS) Address: Get Automatically From ISP
NAT (Network Address Translation): Enable
Pagina ADSL Settings:
Multiplexing Method: LLC-Based
VPI: 8
VCI: 35
martedì 4 ottobre 2011
Lost in Nuraghe.

Capitolo 1 – La rete dei pionieri.
Nel settembre 2003 la mia zona non è ancora servita da ADSL e allora ho la bella idea di sottoscrivere un contratto Tiscali Day, per collegarmi a Internet tramite una normale linea telefonica. Il costo di base è di 14,94, ma nei mesi successivi mi accorgo che utilizzando davvero la linea arrivo a pagare sui 30-40 euro al mese. Questo periodo dura per tre anni.
Capitolo 2 – Il vento nuovo.
Poi finalmente nell'agosto 2006 installo l'ADSL sfruttando l'offerta di una società concorrente di Tiscali (le vicissitudini con quest'altro gestore le ho raccontate qui). Ma un po' per pigrizia, un po' perché non si sa mai (metti che si guasta l'ADSL) mantengo attivo il contratto con Tiscali per qualche anno.
Capitolo 3 – ¡Ya basta!
Poi il 4 marzo 2010 decido che è arrivato (da mo') il momento di darci un taglio. Chiamo il servizio clienti Tiscali al numero gratuito 130 e, seguendo le loro istruzioni, disdico il mio contratto inviando al numero 800 910 028, un fax di due pagine: la prima con la fotocopia di un mio documento e la seconda con il testo firmato della disdetta. Ottenuto, come è giusto che sia, un trionfale “Rapporto conferma messaggi”, mi placo e mi beo all'idea dei 180 euro/anno risparmiati e torno a pensare a cose più amene.
Capitolo 4 – La rabbia e l'orgoglio.
Però, aiò, non succede nulla: dalla Sardegna continuo a ricevere imperterrite le fatture mensili.
Così un anno dopo, siamo a marzo 2011, richiamo gli amici di Tiscali al 130 e questi mi spiegano che la procedura di disdetta via fax non è proprio il massimo, contiene una alta dose di alea, e mi invitano a mandare una più sicura raccomandata con ricevuta di ritorno. Il 12 marzo 2011 io, nel dubbio, faccio entrambe le cose: fax e raccomandata con ricevuta di ritorno, crepi l'avarizia.
Capitolo 5 – Il capitalismo all'italiana.
Niente. Le fatture arrivano implacabili. Anzi: da giugno 2010 le fatture non sono più nemmeno inviate in allegato, devo collegarmi al sito http://assistenza.tiscali.it/ per poterle leggere. Prima di partire per le vacanze in Sardegna, (magari ne approfitto per rigare la macchina a qualche dirigente) richiamo il 130. Siamo all'incirca a giugno 2011 e una gentile voce mi spiega che hanno sì ricevuto la disdetta, la quale è però “in lavorazione”. Ma non mi devo preoccupare: il giorno in cui “lavoreranno la disdetta” (e qui mentre ascolto mi figuro un'equipe di guru delle telecomunicazioni in teleconferenza intercontinentale) loro provvederanno a riaccreditare sulla mia carta di credito tutti i mesi successivi alla mia disdetta (spero dalla prima disdetta, marzo 2010, e non dalla seconda, marzo 2011, ma mi accontenterei anche della ipotesi di minima).
Capitolo 6 – Cosa ho fatto io per meritarmi tutto questo?
Siamo al 4 ottobre 2011, le foglie iniziano a ingiallire, e le mie gonadi con loro. Le fatture Tiscali continuano a fioccare con la regolarità che è loro propria.
Decido di riaffrontare l'argomento, ma al numero 130 nessuna delle quattro opzioni sembra più fare per me: il risponditore automatico mi ricorda che per conoscere o acquistare le offerte Tiscali devo digitare 1, per informarmi sull'attivazione del servizio devo digitare 2, per ricevere assistenza amministrativa il 3, per l'assistenza tecnica il 4. Provo con la numero 3 (se non è assistenza amministrativa questa!) ma poi mi viene chiesto di immettere il numero di telefono o il codice cliente associato. E qui - beffa delle beffe - se immetto il mio numero di telefono seguito da cancelletto, la voce automatica mi risponde soavemente che “sul numero digitato non risulta richiesto alcun servizio Tiscali”. (Il che è vero: non voglio più niente da voi! Ma niente-niente: nemmeno le fatture, tesoro!). Se invece immetto il mio numero cliente ottengo un messaggio diverso (ma perché?) ma con esito analogo: in entrambi i casi, dopo il messaggio, la telefonata viene interrotta.
Capitolo 7 – La volpe e la Vale.
Allora mi faccio furbo e fingo di volere acquistare nuovi servizi passando attraverso l'opzione 1. Queste società sono fatte così: quando devi sottoscrivere, ti fanno ponti d'oro e ti rispondono subito. Quando richiedi assistenza o, peggio, devi disdire i contratti, per te sono, detto con la massima cortesia, cazzi da cagare. Mi risponde Valentina, codice 88** (sarei tentato di scrivere il suo codice per intero, ma è certamente l'anello più debole della catena). Fingo perfido di voler aggiungere nuovi servizi al mio contratto Tiscali e ottengo così da lei la conferma che il mio contratto è ancora vivo e vegeto. Quando però svelo a Valentina il vero motivo della mia chiamata (non accrescere, ma uccidere il contratto) lei mi spiega che lei non è lì per quello (e lo so bene!) e che queste cose amministrative le gestisce un numero a pagamento: 199 411 000 (massimo 14,37 centesimi da rete fissa e massimo 48,04 centesimi da mobile + scatto alla risposta da 15,13 centesimi).
Capitolo 8 – The answer is blowing in the Tiscali.
Un numero a pagamento? Ma allora a cosa serve l'opzione 3 del numero gratuito 130, quella che ti promette “assistenza amministrativa”? E perché quando decido alla fine di chiamare il numero 199 411 000 da telefono fisso, tutte le volte la linea cade dopo circa 1 minuto, mentre da cellulare mi rispondono subito? Tant'è.
Capitolo 9 – La sorpresona!
Mi risponde un giovane uomo, che ascolta il mio problema e mi annuncia: “Capito tutto! Adesso la metto in contatto con il reparto responsabile e vedrà che glielo cancellano al volo”. Mi mette in attesa (tanto pago io 48 centesimi al minuto). Dopo qualche istante – sorpresa delle sorprese – chi mi risponde? Ma lei, Valentina, codice 88** (però, anche lei, poverina, che sfiga!). Il prezioso numero a pagamento, che doveva essere quello ad hoc, quello risolutivo, mi mette in contatto, a pagamento, con la cara Valentina che riuscivo a contattare anche a gratis e che, per di più, per sua stessa ammissione non è la persona adatta.
Capitolo 10 – Ahi, Valentina!
Dopo qualche breve scambio di opinioni Valentina capisce che sto per informare tutte le agenzie di stampa per spiegare al mondo come lavora il servizio clienti Tiscali e si muove a pietà. Mi mette in attesa (tanto pago io) e contatta “un responsabile” (spero non Scilipoti) e poi torna da me avvisandomi che sta per compilare una segnalazione, rammaricandosi che il collega incompetente e il destino le abbiano messo nuovamente sulla strada uno come me. Mentre lei digita silenziosamente la segnalazione sento distintamente la sua vicina di postazione, spiegare a voce alta, a un mio malcapitato collega disdettante, che quello “non è il numero per le disdette”. Ah no?
Valentina mi saluta dicendo che ha fatto la segnalazione in via del tutto eccezionale per evitarmi altri rimbalzi, ma che non sarebbe proprio suo compito, lei è lì come un fiore spalancato solo per attirare nuovi clienti.
Capitolo 11 – Capitalismo all'italiana reloaded.
Io mi fido, ma fino a un certo punto, e decido di richiamare il numero a pagamento sia per insolentirli (hanno costretto Valentina a un rapporto contro natura con me) e poi per assicurarmi che la segnalazione sia andata a buon fine. Ma a questo punto ogni tentativo di contattare il numero 199 411 000 abortisce, sia da fisso che da cellulare. Dopo un minuto di musichina la linea cade. Immagino che ogni volta un mezzo euro finisca in tasca agli stakeholder di azioni Tiscali. Quasi quasi ne prendo un po' anch'io, almeno me lo metto nel culo da solo.
Aggiornamento: l'ultima fattura emessa da Tiscali è datata 1 ottobre 2011. Sono riuscito a liberarmi di loro.
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