venerdì 23 gennaio 2015

Quirinale Open: Romano Prodi vs. Mario Monti

Quirinale Open - 2° turno - Match #35


Nella serata di giovedì 22 gennaio, abbiamo disputato su Facebook le prime fasi dell'entusiasmante Quirinale Open: il torneo che determinerà con una serie di avvincenti scontri diretti il candidato più amato dagli italiani (o perlomeno dai miei amici e follower).

Ho creato un tabellone con i 64 principali candidati alla carica di Presidente della Repubblica (consultando i media e i bookmaker), poi a ognuno di loro ho assegnato un numero di testa di serie (anche un po' arbitrariamente) e poi ho creato un tabellone.

Il primo turno (32 match a eliminazione diretta) prevedeva il lancio di due nomi sulla mia pagina Facebook: il primo che arrivava a 10 "like", passava il turno. I risultati dei primi 17 match sono ora visibili qui.

Stasera, venerdì 23 gennaio, verso le 20, si svolgeranno gli ultimi match del primo turno con le medesime modalità.

Per il secondo turno ho pensato che fosse il caso di utilizzare un strumento più scientifico: ovvero i sondaggi di Blogger. Pertanto lanceremo dei sondaggi che resteranno aperti diverse ore su questo blog e che verranno chiusi alle 23.59 di sabato 24 gennaio (anche se non ho ancora capito se 23.59 CET o del fuso di Mountain View, ma staremo a vedere).

Per testare lo strumento ho anticipato uno dei big match del secondo turno: Romano Prodi vs. Mario Monti le cui votazioni pertanto sono aperte da ora, basta cliccare il candidato preferito qui sopra.

And Dylan Went Electric


Most Likely You Go Your Way (And I'll Go Mine), da Blonde on Blonde, è tra le canzoni di Bob Dylan che mi piacciono di più (anche se forse non tra le prime dieci).



Oggi, guardando lo splendido video, mi sono accorto che la copia del New York Herald che compare nel cestino a 0:47 ha titoli molto interessanti. 

L'apertura a tutta pagina è: 
JOHNSON COMMITS 50,000 MORE 
TROOPS TO VIET-NAM

MONTHLY DRAFT WILL INCREASE FROM 17,000 TO 35,000

Poi più sotto: 
Dylan Goes Electric 
Stuns Audience At Newport 

La prima notizia fa riferimento allo storico discorso televisivo alla nazione (28 luglio 1965) dell'allora Presidente degli Stati Uniti, Lyndon Johnson. Qui si può trovare la notizia completa, con la decisione di inviare ancora 50.000 mila soldati in Vietnam con l'aumento della chiamata alle armi mensile da 17.000 a 35.000 reclute. Il link, tra l'altro ci aiuta, a completare i titoli che non sono totalmente visibili nel video.

Potrebbe quindi essere una copia dell'Herald del 29 luglio 1965, ma il concerto di Dylan al Folk Festival di Newport, (qui la setlist, di soli cinque pezzi, qui un'analisi più dettagliata con immagini del concerto) in cui ha scioccato il pubblico virando verso l'elettrico, di cui si parla più sotto, è del 25 luglio. Ora può essere che le notizie musicali richiedano qualche giorno in più per essere pubblicate. Anche se è strano che sia in prima pagina. Può essere tranquillamente una prima pagina "ricostruita" come quella di Repubblica di cui ho parlato qui.

Anche perché nel 1965, il New York Herald, in quanto tale, non esisteva più: al suo posto c'era il New York Herald Tribune, che chiuderà i battenti nel 1966 e il cui frontespizio sembra diverso da quello mostrato nel video (che è girato verosimilmente proprio nel 1966, anno di uscita della canzone, anche se le notizie sul giornale sono del luglio 1965).


domenica 18 gennaio 2015

Greta e Vanessa (opinioni provvisorie)

La vicenda di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo e del presunto riscatto che sarebbe stato pagato per la loro liberazione ha suscitato reazioni contrastanti che vanno dalla gioia incondizionata per lo scampato pericolo fino al rammarico, con molte critiche, per l'eventuale pagamento del riscatto. 

Riassumendo in quattro punti sintetici le critiche di quest'ultima sezione dell'opinione pubblica, l'eventuale scelta di pagare un riscatto avrebbe questi gravi difetti: 1) sprecherebbe fondi pubblici meglio utilizzabili altrimenti (scuola, sanità, assistenza, ecc.); 2) indirizzerebbe questi fondi verso organizzazioni che quasi sicuramente li utilizzeranno per nuove azioni criminali; 3) distinguerebbe l'Italia come paese disposto a trattare, il che esporrebbe maggiormente i cittadini italiani a nuovi futuri rischi di rapimento, rispetto ai cittadini di altri paesi occidentali; 4) ridurrebbe il prestigio e la considerazione del nostro paese, già non altissimi, agli occhi dell'opinione pubblica e delle diplomazie degli altri paesi alleati.

Ora, cercando di salire di livello di astrazione dal caso singolo al caso generale, vorrei cercare di trovare delle linee guida per accompagnarci nella valutazione dell'eventuale pagamento del riscatto, ammesso e non concesso che sia stato effettivamente pagato. In merito ho solo opinioni provvisorie, ma perlomeno cerchiamo di esporle con ordine.

La nostra camelia fiorisce a gennaio
In linea del tutto generale: i cittadini italiani che si trovano in difficoltà, o addirittura in pericolo di vita, nello svolgere attività pericolose hanno diritto a un supporto? E se sì il supporto deve essere gratuito (ovvero pagato dalle istituzioni) o a carico dello stesso cittadino?

Per rimanere in termini generali si prenda ad esempio il soccorso alpino. L'alpinismo (nelle sue molteplici forme che vanno dall'escursionismo all'arrampicata estrema, passando per il trekking e lo sci alpinismo) è un'attività piacevole e faticosa, ma anche notoriamente pericolosa: ogni anno provoca decine di morti (il solo Everest ha causato oltre 200 morti in 93 anni). Per quanto riguarda i soccorsi, in Italia, abbiamo regole diverse: in alcune regioni il soccorso è gratuito, in altre è gratuito, ma solo se c'è un ricovero, in altre si fa pagare secondo tariffe che crescono quanto maggiore è stata l'imprudenza dell'alpinista. Si tenga conto che, in particolare l'intervento di un elicottero, può costare diverse centinaia di euro. Molti alpinisti infatti si fanno l'assicurazione o si iscrivono al CAI che permette loro di avere soccorsi a prezzi scontati.

A me sembra del tutto ragionevole: 
A) fare pagare agli alpinisti (i quali svolgono un'attività ricreativa, nobilissima, ma non di pubblica attività) il costo dell'eventuale soccorso;
B) graduare le tariffe a seconda del livello di imprudenza mostrata (anche se poi questa valutazione impone alle istituzioni ulteriori costi relativi alla commissione che valuta l'imprudenza: verificando se lo scarpone era quello giusto, se il sentiero era indicato bene, se l'allarme valanghe era stato ben diramato ecc., ecc.; senza contare poi eventuali ricorsi degli alpinisti, tanto che non so se poi il gioco vale la candela). 
C) più in generale sono d'accordo con l'idea che tutti gli alpinisti debbano essere assicurati, oppure debbano firmare una liberatoria in cui si assumono tutti gli oneri connessi al loro soccorso. 

Quanto detto per l'alpinismo deve valere anche per tutte le altre attività rischiose, dalle immersioni subacquee al turismo in zone a rischio (non ricordo ad esempio tutte queste polemiche nel caso del presunto riscatto che sarebbe stato pagato, la Farnesina ha sempre smentito, per la turista italiana Sandra Mariani, rapita in Algeria nel 2011 e liberata nel Burkina Faso nel 2012). E, certo, vale anche gli interventi “umanitari” in altri paesi.

Ma, pensandoci meglio, il caso dell'eventuale riscatto di Greta e Vanessa è diverso dall'alpinismo perché, anche se fossero state assicurate o miliardarie di famiglia, il pagamento avrebbe finanziato non il soccorso alpino (di pubblica utilità), ma associazioni criminali, ricadendo nella critica 2) dell'elenco iniziale: appunto finanziamento ai criminali.
Seguendo questo ragionamento, lo Stato non solo avrebbe dovuto rifiutarsi di pagare (per evitare le critiche 3) trattiamo, quindi siamo più esposti e 4) le diplomazie straniere ci disprezzano). Ma, proprio per evitare di finanziare i criminali, (critica 2) avrebbe dovuto persino bloccare i beni delle famiglie e impedire alle eventuali assicurazioni di intervenire in tal senso.

In quest'ottica non ha molto senso la posizione di chi dice: “paghiamo il riscatto, ma facciamo pagare l'intervento alle famiglie delle ragazze”, se non – forse – solo nell'intento di dissuadere future emulazioni (ma resterebbe comunque aperta la porta all'emulazione dei rampolli filo-islamisti di ricche famiglie: tempo fa ce n'era uno molto celebre). No, se la si pensa così, si doveva fare il tifo perché lo Stato bloccasse anche i fondi privati, come si fa con le famiglie che subiscono un rapimento in Italia.

Restano però aperti altri due punti. Il primo è relativo al rischio che le attività umanitarie possono in qualche modo supportare una delle fazioni in gioco in teatri di guerra. Qui servirebbero altre informazioni, ma possiamo comunque cercare di impostare un discorso in linea generale, prendendo il caso più estremo: ovvero il caso in cui il nostro paese sia direttamente coinvolto nelle operazioni militari. Nel corso dell'operazione Allied Force del 1999 in cui l'Italia era coinvolta direttamente, in ambito NATO, nell'attacco alla Jugoslavia, un cittadino italiano che avesse avuto una sensibilità diversa da quella delle istituzioni del paese, avrebbe potuto legittimamente mandare derrate alimentari e cerotti a Belgrado? O avrebbe potuto fare un bonifico alla croce rossa jugoslava? Non lo so, ma sarei curioso di saperlo.

Immagino che ci sia tutta una gradualità, per quanto riguarda il livello di autorizzazione tra gli interventi di tipo umanitario da parte delle ONG. Ci saranno quelle addirittura incoraggiate (e magari parzialmente sovvenzionate), quelle autorizzate, quelle tollerate, giù, giù fino a quelle del tutto vietate dalle istituzioni. Horryatyquella di Greta e Vanessa non eratra le 232 ONG in qualche modo “riconosciute” dalla Farnesina. Perché poteva comunque operare? Fino a che punto i singoli cittadini, o le associazioni, possono svolgere in paesi stranieri attività umanitarie che vanno in un senso diverso da quello deciso centralmente? Come si decide se incoraggiarle, autorizzarle, tollerarle o vietarle?

L'ultima questione discende strettamente connessa: quale atteggiamento devono assumere le istituzioni verso un intervento come quello di Greta e Vanessa qualora fosse (e secondo le ultime notizie, vedi il Fatto Quotidiano di ieri, lo era), non solo finalizzato a scopi umanitari, ma a incoraggiare l'opposizione al regime di Assad? Teoricamente quella era la fazione da incoraggiare: ovvero la terza via rispetto al regime di un dittatore sanguinario e i fondamentalisti islamici. Ma innanzitutto la politica estera di un paese non può essere lasciata alla libera iniziativa di qualche cittadino, per quanto bene intenzionato, e in secondo luogo questa “terza via” ora pare in seria difficoltà e “infiltrata” dalla seconda (filo-islamica), vedi il Fatto Quotidiano di oggi: le ragazze avevano il progetto di distribuire kit di pronto soccorso ai combattenti dell'Esercito Libero anti-Assad, il "Free Syrian Army": composito raggruppamento di milizie ora sostenuto dall'Occidente, ma sempre più allo sbando, secondo gli osservatori, e, a causa di questo, sempre più infiltrato dagli estremisti islamici. (pag. 2 - Angela Camuso).

Quindi è di tutta evidenza che nello stesso cul de sac di Greta e Vanessa si sono infilate  (sia nelle guerre contro l'Iraq, sia durante la cosiddetta Primavera araba), anche gran parte delle diplomazie occidentali. Nella speranza/illusione di appoggiare l'opposizione ai dittatori "laici", come Saddam Hussein, Assad, Mubarak, Gheddafi, hanno confidato in un'opposizione democratica filo-occidentale, trascurando il fatto che, tranne forse in Tunisia, l'opposizione ai dittatori “laici”, era di fatto monopolizzata (o comunque minoritaria) rispetto ai fondamentalisti. E ovunque tenti di affermarsi questa terza via è sempre in pericolo da due lati: autoritarismo militare da una parte; fondamentalismo dall'altra. C'è chi arriva addirittura a ipotizzare che anche le stesse Greta e Vanessa fossero solo pedine eterodirette in questo maldestro gioco occidentale di appoggiare l'opposizione ad Assad e che finisce per favorire i terroristi. O che loro siano state tradite dalle stesse organizzazioni, ormai del tutto inaffidabili, per cui pensavano di lavorare.

Detto tutto questo e sottolineato che Greta e Vanessa hanno sbagliato su tutta la linea per come si sono mosse (sia pure con qualche giustificazione, visto che la fazione che volevano appoggiare era quella, almeno sulla carta, più democratica), io continuo a pensare che in occasioni come queste sia inevitabile (più che giusto, inevitabile) fare qualsiasi cosa per salvare anche il nostro connazionale più imprudente e se c'è da mandare soccorsi costosissimi lo si faccia. Così come si farebbe per recuperare un alpinista in fondo un crepaccio (o forse si arriverebbe solo fino a un determinato ammontare di euro nei soccorsi? E se sì, chi lo stabilisce?) E persino se c'è da pagare un riscatto, lo si faccia e un secondo dopo si combatta contro quei criminali ancora più duramente. Almeno per ora.

Certo, c'è il rischio-emulazione, (la critica numero 3 dell'elenco iniziale: sapendo che paghiamo, lo rifaranno). Ma possiamo ridurlo regolamentando più severamente le missioni delle ONG nei paesi a rischio. Bloccare i fondi delle famiglie è servito a ridurre i rapimenti in Italia, ma qui da noi è diverso: perché gli italiani, lo dice la parola stessa, in Italia ci vivono. Invece se paghi un riscatto in Siria, puoi difenderti mandando sempre meno italiani in Siria (salvo quelli inquadrati in eventuali missioni militari).

In ogni caso, spero che i terroristi li abbiano persi immediatamente, ma non rimpiango i 20 centesimi pro capite che sarebbero stati spesi per il riscatto: Oscar Giannino, in un tweet, ha calcolato che corrispondono a poco più di 15 minuti di aumento del debito pubblico. Per ora.

Ma da domattina occorrerà regolamentare con assoluto rigore le attività delle ONG, ivi compresi gli eventuali costi connessi.

mercoledì 7 gennaio 2015

Quel numero di Repubblica che uscì solo a New York

The Family, il film di Luc Besson del 2013, con Robert De Niro, Michelle Pfeiffer, una sfolgorante Dianna Agron, il simpatico John D'Leo (nella foto da Imdb.com) e Tommy Lee Jones, distribuito in Italia con il pessimo titolo di Cose nostre - Malavita, non gode di grande reputazione. Per dire: su Imdb raccoglie uno stentato 6.3. Per quanto mi riguarda invece, pur senza arrivare ai livelli di altri film di Luc Besson, è una pellicola godibilissima che presenta svariati punti di interesse (oltre alla già citata Dianna Agron).


Uno di questi è certamente costituito dall'insolita ambientazione in Alta Normandia, nell'immaginario paesino di Chalong-sur-Arve: di fatto molti degli esterni sono girati nella reali cittadine di Le Sap (cliccando qui si carica Google street su Place du Marché, vedi foto a fianco, dove si svolge una sequenza con Michelle Pfeiffer), L'Aigle e Gacé.

E veniamo alla curiosità che ci ha portato fin qui: come è stato notato in qualche altro blog nelle mani del boss Don Luchese, detenuto a New York, compare una copia de La Repubblica. Ma quello che è molto particolare è che si tratta di una copia mai uscita in edicola. Si tratta infatti di una versione riveduta e corretta dell'edizione di lunedì 15 ottobre. 

Qui sotto a destra vediamo l'edizione del film, a sinistra quella originale: il titolo Berlusconi entra a a scuola è stato creato dagli autori per sostituire il titolo originale: Veltroni addio al Parlamento che evidentemente diceva meno al pubblico internazionale. Occhiello e sommario sono invece quelli originali e, pertanto non c'entrano nulla con il titolo su Berlusconi. Il primo parte ancora a Veltroni: L'ex segretario pd non si si ricandida: ma non cedo alla rottamazione. Renzi: ho aperto una breccia. Maroni: primarie per guidare la Lombardia. Mentre il sommario recita: Bersani: Monti serve ancora al paese. Formigoni all'angolo, il Pdl lo scarica.

Anche il taglio medio è stato cambiato: Grilli manovra equa, ma si può cambiare diventa un bizzarro: Una speranza di pace per Jugoslavia che, oltre a essere datato, è carente di un articolo determinativo per essere in lingua italiana.

Poi, il tocco da maestro: la pubblicità del libro di Umberto Eco tra i boxini in alto sostituita con quella al DVD di Leon dello stesso Besson.

L'ultima modifica riguarda le due pubblicità di fianco alla testata: caffè motta diventa un più generico SALDI -70% e altre percentuali. Tutto il resto è rimasto quello originale: dall'editoriale Un segnale per tutti di Carlo Galli, all'articolo di spalla L'ultima sfida di Londra "Niente Europa siamo inglesi", l'articolo di Curzio Maltese: il Joker che ride di se stesso, il lancio su Saviano: Contro i corrotti questa legge non basta, e così via.

martedì 6 gennaio 2015

Bloccare, che passione!


Ecco l'elenco delle simpatiche applicazioni bloccate nella mia utenza Facebook, nell'ordine in cui appaiono nelle impostazioni. C'è qualcuno che batte le mie 51?


(What follows is the list of the nice applications that have been blocked in my Facebook account, as they are shown in Settings. Please post a comment in case your count sums up to more than 51 hits).
Wrestler
Mafia Wars
Puzzle Saga
Bubble Island
Bubble Saga
Empires & Allies
FarmVille
Zynga
FishVille
GSN Casino
CityVille
CastleVille
Collapse! Blast
Hidden Chronicles
Slingo
BranchOut
Gardens of Time
Zombie Slayer
Viking Clan
Pirate Clan
Diamond Dash
Marvel: Avengers Alliance
Hollywood Spins
Mahjong Trails
ChefVille
FarmVille 2
Candy Crush Saga
Top Eleven Be a Football Manager
Dragon City
Criminal Case
Cafeland
Kitchen Scramble
City Girl Life
Pearl's Peril
Farm Heroes Saga
Disney Hidden Worlds
Royal Story
Pudding Pop
Pepper Panic Saga
Jelly Splash
Mahjong Arena
Pengle
Bubble Witch Saga
Pyramid Solitaire Saga
Lost Bubble
Fashland - Dress Up for Fashion
Monster Legends
Marketland
Diamond Digger Saga
Zorpia
Candy Crush Soda Saga (vedi figura - see picture above).

lunedì 5 gennaio 2015

Masterchef in fricassea

Il mio recente post su Masterchef ha generato, specie su Facebook, un dibattito vivace e variegato tanto da meritare una postilla. Ok, ok, trattasi di postillona, ma mi piacerebbe che chi si è appassionato al tema leggesse questa seconda puntata fino in fondo, perché i due punti a cui tengo maggiormente, devono necessariamente stare  in coda (per ragioni di logica espositiva). Con tutti gli altri ci sentiamo presto.

1) Premessa: io di solito non guardo programmi tipo Masterchef, ma mi sta sulle scatole a) sia dovermi giustificare di averlo visto (comunque venga messo agli atti che io ero solamente presente mentre mia figlia guardava la tv) b) sia dover rispondere a tutti quelli che, mentre cerco di affrontare un aspetto tecnico-produttivo, postano commenti tipo: la tv a pagamento fa schifo, tutta la tv fa schifo, non li guardo mai, cambia canale!, tutti i reality fanno cagare (btw: Masterchef non è un reality, ma un talent).  Voglio poter affrontare la stecca di un tenore senza sentirmi dire: la lirica è un passatempo per ricchi pervertiti, ascolta il rock turkmeno o poter raccontare del prete recordman che dice la messa in 8 minuti senza dover leggere: io a messa non ci vado. Non ci vado nemmeno io, ma chi se ne frega e non è questo il punto;

2) Ovviamente il post era una caricatura surreale e dadaista: partiva da una piccola anomalia narrativa e montava ad arte un caso con la chiusa-tormentone e nessuno dice niente! Pensavo di aver disseminato il testo di un numero sufficiente di questi indicatori-caricatura. E qui arriviamo alla terza cosa che mi sta sulle scatole e cioè c) dover spiegare le battute, ma evidentemente, purtroppo, serve ancora. Infatti qualcuno non ha capito che stavo amichevolmente prendendo per i fondelli sia chi produce i reality, sia chi monta casi sul nulla, mi sarò spiegato male io;

3) Ora veniamo alla ciccia. Il mio punto di critica, lo ricordo, era relativo alla tecnica di montare all'interno delle prove competitive di Masterchef (e di molti altri talent), dei piccoli inserti “a confessionale” (evidentemente girati dopo) in cui i concorrenti raccontano al presente le proprie emozioni. Del tipo: a) vediamo Cracco dire a 10 concorrenti: Fate un uovo sodo!; b) improvvisamente Ugo, uno dei concorrenti, che un secondo fa era assieme agli altri, viene visto da solo in un'altra stanza che dice: No, l'uovo sodo, no: non mi è mai riuscito, vedrete che adesso mi eliminano!; c) Infine Ugo, tornato per magia assieme agli altri nove, finisce di cuocere l'uovo e non viene eliminato. La scena b) è stata palesemente girata dopo. Ma allora come fa Ugo a dire adesso mi eliminano se sa già di non essere stato eliminato? Chiaramente gli autori impongono ai concorrenti (ho numerose conferme) di raccontare al presente: Forza Ugo, dicci cos'hai pensato in quel momento! - Adesso mi eliminano! e poi la domanda non viene montata. 

Ora molti lettori hanno difeso questa tecnica,come estremamente televisiva: ci hanno spiegato che non c'è niente di male, eccetera. Ora la verità è che questa tecnica è invece, per gli stessi autori, UN RIPIEGO. Ne abbiamo avuto la dimostrazione in una puntata successiva: quando la prova di cucina è sufficientemente lunga (nella puntata 5 c'era una prova da un'ora: cucinare qualcosa di aspro) la tecnica di montare confessionali girati successivamente non viene utilizzata. Questi siparietti vengono girati “in diretta” (molto meglio!) con il cameraman che passa tra i tavoli raccogliendo le emozioni dei concorrenti direttamente mentre cucinano. Questo può avvenire sia nella forma del “confessionale in diretta” con il concorrente che parla autonomamente in macchina (come Chiara, vedi foto, che spiega che nella dispensa c'erano a disposizione due generi di funghi), sia nella forma della “mini-intervista” condotta da uno dei tre chef (Barbieri: Simone, non ti vedo ancora cucinare, non hai acceso un fornello, che cosa sta succedendo? Simone: Non me la sono ancora sentita). Quindi quelli che di noi non solo giustificavano la piccola truffa narrativa del siparietto prodotto in coda, ma addirittura la esaltavano come una tecnica molto televisiva, dovranno ammetterne la natura di assoluto ripiego produttivo, quando le prove di cucina sono troppo brevi e non si riesce a "disturbare" in tempo utile i concorrenti. Un ripiego piuttosto penoso e tutto sommato truffaldino.

4) L'ultima cosa che ho colto dei talent show è forse il vero motivo del successo di molti di questi format e che consiste in un'emozione-base che non era mai stata mai molto sfruttata televisivamente in precedenza: quella dell'esame. 
Mi spiego meglio utilizzando un esempio che proviene proprio dall'ambito gastronomico: per anni si è pensato che i sapori base fossero solo quattro: amaro, dolce, salato e acido. Poi ne sono stato scoperti altri due: il grasso e l'umami (che è quel "saporito" al glutammato tipico della cucina orientale).
Allo stesso modo narrativamente ci sono le grandi emozioni narrative “classiche”: l'amore, la morte, il tradimento, la fuga, il viaggio ecc. che popolano i nostri sogni, i nostri romanzi e i nostri film, sfruttando sempre l'immedesimazione dello spettatore con il protagonista.
Ma, se ci si pensa, anche quello di sostenere un esame è uno dei sogni più ricorrenti. Forse addirittura il più ricorrente. E sullo schermo non è mai stato molto sfruttato. Parlo non di un esame-lampo, da dentro o fuori, ma con uno o più giudici che ti danno un feedback immediato e dettagliato sulla tua performance e talvolta arrivano persino (forse con un eccesso di autorità) a giudicare la tua personalità. 
Insomma: assistere alla formulazione di un responso positivo (come un complimento autorevole) o negativo (come una critica spietata)  è un'esperienza capace di suscitare nel telespettatore che si immedesima nel concorrente, emozioni molto forti: dalla commozione, alla rabbia, al piacere sadico.
Certo, il fatto che sia in ballo un'eliminazione o un passaggio al turno successivo fornisce ulteriore pathos, ma per me è centrale il vedere qualcuno giudicato e rivoltato come un calzino, nel bene o nel male. Anche perché nei talent il giudizio non arriva quasi mai con un semplice voto (come dopo un tuffo dal trampolino o durante una finale di Sanremo), ma tramite un vero e proprio breve discorso, capace di smuovere nel concorrente e quindi nel telespettatore a casa, corde interne molto profonde. Un'esperienza tutto sommato nuova per il telespettatore, ma quasi archetipa nella sua semplice brutalità, insomma: quasi un umami del gusto televisivo: un sapore fondamentale che è stato scoperto tardi.

venerdì 2 gennaio 2015

La truffa di Masterchef

Da anni, con l'avvento di certi talent show, è in corso una truffa ai danni dei telespettatori di cui nessuno sembra occuparsi, a partire dalle stesse vittime, evidentemente consenzienti, quasi a configurare una vera e propria sindrome di Stoccolma.

Intendiamoci: la televisione, così come il cinema, è di per sé finzione, quindi potrebbe valere tutto, dall'astronave che esce incolume dal buco nero all'anatra mandarina che parla norvegese, ma non quando c'è di mezzo un gara: se gli dicessero che le riprese di un quiz o di un reality sono taroccate, uno spettatore adulto dovrebbe imbestialirsi, e invece qui nessuno dice niente.

Cosa succede a Masterchef (e in moltissimi altri talent show)? Prendiamo per esempio l'episodio 3 della quarta edizione, quella in corso in questi giorni su Sky Uno.

A un certo punto dieci aspiranti chef vengono messi di fronte a un tavolone, ognuno con una scatola davanti. I loro eroi dovranno superare una prova in dieci minuti: alcuni di loro passeranno la selezione, altri andranno a casa.

Al via di Barbieri, Bastianich e Cracco i dieci sollevano il coperchio e scoprono quali sono gli ingredienti misteriosi che dovranno lavorare. Nella terza puntata i primi dieci concorrenti hanno trovato della frutta per preparare la macedonia, i secondi dieci uova, olio e limone per realizzare una maionese, mentre il terzo gruppo di aspiranti chef ha trovato delle patate: la prova consisteva nel cavarne, con l'apposito attrezzo, quante più, e quanto più precise, pommes parisiennes (meglio: pomme parisienne) fosse possibile.

Vediamo cosa è successo "nella realtà". Certamente i concorrenti 1) hanno sollevato la scatola; 2) hanno scoperto che c'erano sotto delle patate; 3) hanno appreso da Barbieri che avrebbero dovuto preparare le pommes parisiennes; 4) hanno eseguito la prova in dieci minuti; 5) e infine, immediatamente dopo la loro fatica, hanno atteso che i tre chef passassero tra i tavoli per valutare il loro lavoro e per decidere la sorte di ognuno di loro.

Cosa vediamo invece in televisione? Non appena scoperte le patate, cioè dopo il punto 2), vediamo le immagini di una di loro, Valentina (29 anni, disoccupata) ripresa da sola, in un altro punto dello studio che dice: "Patate, quindi sarà una roba semplice". E poi le immagini ritornano al tavolone dove Barbieri spiega ai concorrenti cosa devono fare.
 
Ora la domanda è: quando è stata ripresa la scena con Valentina che dice: "Patate, quindi sarà una roba semplice"?

Certamente non durante la prova, perché è evidente che i concorrenti non si allontanano dal tavolo.

Quindi è stata ripresa O PRIMA della prova (ma allora qualcuno aveva già informato Valentina che la prova era basata sulle patate) OPPURE DOPO la prova (ma allora Valentina a quel punto già sapeva se la missione era semplice o no: in questo caso no, perché tagliare delle pomme parisienne belle piccole, rotonde e precise è tutt'altro che semplice).

Si tratta della tecnica dei "confessionali", ma mentre nel Grande fratello (credo che siano nati lì) venivano montati nella sequenza corretta, qui vengono montati in modo del tutto fuorviante.

Ovviamente la scena con Valentina è stata ripresa DOPO la prova, e poi le è stato chiesto di descrivere l'emozione di quando ha scoperto che erano patate, ma al telespettatore viene proposta come se fosse l'emozione viva di quel momento.

Ancora peggio è quando queste manfrine vengono montate durante l'assaggio decisivo degli chef: in quel caso vediamo, ad esempio, il concorrente Gino che presenta il suo piatto a Cracco pregando che lo gradisca. Poi improvvisamente Gino è da solo che dice: "chissà se Cracco mi boccerà, speriamo di no!". E poi vediamo di nuovo Gino davanti a Cracco che effettivamente lo boccia. Ma quando hanno registrato Gino che dice "chissà se Cracco mi boccerà", Gino sa già che l'ha bocciato! E allora perché ci dice "speriamo di no..."? Si tratta di una vera e propria truffa.

E tutto questo avviene nella totale indifferenza della stampa di settore (evidentemente corriva) e degli stessi telespettatori bolsi che non aspettano altro che di addormentarsi sul divano, felici di essere stati gabbati ancora una volta. E nessuno dice niente!